I testi seguenti sono tratti dall'introduzione, a cura di Alessandro Allemano e Antonio Barbato, della ristampa del 2003 del libro di Vincenzo Buronzo "Al me paìs".
VINCENZO BURONZO (note biografiche a cura di Alessandro Allemano)
Vincenzo Buronzo nacque a Moncalvo nell'antica via di Po il 13 novembre 1884 da Ernesto, "gran maestro carradore del Monferrato", artigiano di vaglia, e da Ottavia Gabbio. Dopo le scuole elementari compiute a Moncalvo si trasferì al Convitto Nazionale di Torino, dove svolse studi classici frequentando il Liceo Cavour e conseguendovi la licenza con onore. Iscrittosi a Lettere, frequentò le università di Pavia, Firenze e Bologna: in quest'ultimo ateneo si laureò con Giovanni Pascoli. Insegnò Lettere per qualche anno a Torino presso l'Istituto commerciale "Quintino Sella", del quale fu anche Direttore. Successivamente diresse il Regio Istituto Internazionale e Coloniale di Torino ed infine divenne ordinario di Letteratura italiana all'Accademia Albertina di Belle Arti succedendo a Corrado Corradino. Partecipò come ufficiale di fanteria alla Grande Guerra, meritandosi una medaglia d'argento al valor militare. Nominato nel 1921 Presidente del Consiglio Provinciale di Alessandria, due anni dopo fu chiamato a Roma come Ispettore della neonata Opera Nazionale Balilla, incarico dal quale si dimise poco tempo dopo. Dal 1924 al 1943 ricoprì la carica di deputato al Parlamento e fu infine nominato Senatore del Regno. Per gravi motivi di salute cessò nel 1943 da ogni incarico ritirandosi poi a vita privata. Contemporaneamente agli incarichi nazionali resse il Comune di Moncalvo in qualità di secondo Podestà e dal 1929 al 1935 fu Podestà di Asti. Ricoprendo quest'ultima carica, promosse l'istituzione del Centro Nazionale di Studi Alfieriani e la ripresa della plurisecolare tradizione della corsa del Palio d'Asti. Anche alla sua intraprendenza si deve la felice conclusione del cammino burocratico che portò nell'aprile 1935 alla costituzione della provincia di Asti, smembrata da quella di Alessandria. Figlio di artigiano, non rinnegò le proprie origini umili ma oneste e divenne fervente sostenitore dell'Artigianato italiano. Nominato nel 1926 Commissario all'Artigianato, diede vita alla Federazione Artigiana Autonoma, di cui fu Presidente fino al 1942. Nel 1931 d'accordo con i colleghi francesi fondò il Centro Internazionale del17Artigianato di cui fu presidente. Nel 1933 venne nominato presidente dell'Ente Nazionale Artigianato e Piccole Industrie (ENAPI), organismo tecnico della Federazione. Alla caduta del regime fascista dovette subire i provvedimenti epurativi, perdendo, fra gli altri, il diritto alla pensione in qualità di Senatore, pur avendo spesso tenuto un atteggiamento critico verso la linea politica di Mussolini e dei suoi gerarchi. Soggiornò per qualche tempo a Capri convalescente da una grave malattia, quindi si stabilì a Moncalvo e, nel periodo invernale, a Recco. Ritiratosi definitivamente a vita privata, si dedicò ai suoi studi letterari e alla promozione culturale e turistica della città di Moncalvo, per la quale ideò gli Autunnali del Monferrato. Morì a Moncalvo, semplicemente come semplicemente era vissuto, il 7 novembre 1976, vedovo dal lontano 1927 di Emilia Bondanini. Riposa nel camposanto della città monferrina.
Le opere letterarie
La produzione letteraria di Vincenzo Buronzo spazia dalle opere di saggistica alla narrativa, dalla poesia in dialetto e in lingua al giornalismo, alla drammaturgia, all'oratoria.
Al 1911 risale il suo primo saggio sulle Origini del dolce Stil Novo, seguito dagli Studi sul Leopardi minore. In questi anni collaborò assiduamente con Vamba (Luigi Bertelli) scrivendo sul Giornalino della Domenica, finché non fondò e diresse egli stesso il periodico per l'infanzia Primavera Italica. Del 1912 è il dramma lirico per l'infanzia La primavera vestita di foglie. Dalla collaborazione con il settimanale Domenica dei fanciulli nacque la raccolta di poemetti Canti innocenti, uscita in volume nel 1913 per i tipi di Paravia.
Del 1942 è La canzone di Sandrino, poema celebrativo in memoria di Sandro Italico, figlio di Arnaldo Mussolini. Sempre in stile celebrativo Buronzo aveva poco prima composto L'ultimo volo del Maresciallo per commemorare l'abbattimento in volo di Italo Balbo, Maresciallo dell'Aria.
Più note sono di Buronzo le raccolte di poesie, tra cui Sera d'autunno in Monferrato, Il flauto di canna e Al me pais in dialetto monferrino; La vigna di Eliar è invece un raffinato romanzo mitologico d'ambiente agreste pubblicato nel 1971, ma già apparso qualche anno prima con il titolo La leggenda dell'Asti Spumante - Il fiore di spuma.
Da ricordare, ancora, il poemetto L'Apostolico pellegrino, uscito nel 1964, che tratteggia la vicenda umana di san Paolo e il romanzo enologico L'infernotto, di cui fu pubblicato il solo primo capitolo.
Nel 1919 aveva anche composto Il più triste eroe, «tragedia del tempo della guerra» esistente solo in manoscritto.
Postuma è uscita ad un anno dalla morte la raccolta di versi in dialetto Al litaniji di giòbia, vivace rassegna di macchiette dedicate a moncalvesi defunti che il poeta immagina si diano convegno nottetempo nel pressi del camposanto.
Oratore di grande facondia ed efficacia, parlò in più occasioni sul tema dell'artigianato, sull'arte, sulla letteratura ma il suo intervento più bello e struggente resta l'orazione funebre letta sul sagrato della chiesa di San Francesco nel luglio 1953 in memoria degli operai morti nella sciagura della fabbrica di aratri Rota, dal significativo titolo La parola di Dio è sopra di noi, sul paese e sulle colline. Come supremo atto di rispetto e di amore verso i propri concittadini Vincenzo Buronzo ha lasciato il ricco fondo bibliografico di oltre milleduecento titoli alla Biblioteca Civica "Franco Montanari".*******
Alessandro Allemano – Antonio Barbato
LA PERSONALITÀ POLIEDRICA DI VINCENZO BURONZO
Nella sua lunga esistenza Vincenzo Buronzo fu buon Italiano, amministratore disinteressato della “cosa pubblica”, animatore della rinascita dell’Artigianato; fu anche letterato e poeta, monferrino autentico, fervente cristiano. Senza pretese di completezza, desideriamo far rivivere presso il Lettore un poco dello spirito di questo personaggio, aiutandoci, quando le nostre verranno meno, con le stesse parole di Lui, attinte dalle tante sue opere che ha infine voluto donare alla Biblioteca di Moncalvo. Ci piacerebbe che moncalvesi, astigiani, piemontesi in genere non dimenticassero un personaggio che seppe unire grande sensibilità poetica a singolare praticità di azione, nel nome di quegli ideali antichi che ormai sembrano contare nulla e che restano invece base solidissima della civiltà.
Propositore di iniziative in Asti
Tra le moltissime idee che Vincenzo Buronzo studiò, elaborò e riuscì a realizzare merita ricordare almeno le più significative per la città di Asti. Dapprima podestà di Moncalvo nel 1927 succedendo all’avvocato Luigi Caligaris, venne nominato due anni più tardi secondo podestà di Asti;[1] tenne la carica fino al 1935 ed al periodo della sua amministrazione vanno ricondotti due avvenimenti di notevole rilievo, quali la ripresa della corsa del Palio e la costituzione della provincia astigiana.
Nel 1929, dopo oltre mezzo secolo di oblio, egli ripropose ed attuò l’idea di far rivivere una tradizione illustre e peculiare della città di san Secondo; Buronzo fu, come scrive Venanzio Malfatto, «il vero deus ex machina, il benemerito demiurgo di questa prestigiosa restaurazione dell’antico costume cittadino».[2] Per sette anni, fino al 1935, il mese di maggio divenne appuntamento per riportare in Asti la tradizione dei rioni comunali e di alcuni paesi dei dintorni (tra i quali non poteva mancare Moncalvo); illustrando alla Radio il programma del Palio 1931, l’allora Podestà intesseva parole di poesia, peraltro inserite nei temi di esaltazione del regime dell’epoca: «Così si sfida il destino, così lo si afferra nell’attimo che passa e lo si doma e lo si sforza alla nostra volontà dominante. Poi quando sarà la sera e tornando ai vostri paesi e alle vostre case vorrete sostare lungo le rive del Tanaro e del Borbore ad abbeverare i vostri cavalli trafelati, guardate fisso tra i cespugli sull’acqua: a voi apparirà certo il bianco Cavaliere che avrà galoppato invisibile dinanzi a voi là nella sabbia del campo: San Secondo, e la udrete voi la sua voce ripetervi che quando il Duce farà squillare le trombe, egli vi attenderà sempre, il primo, in sella, con la spada e con la croce, per guidarvi alla vittoria e alla gloria».[3] D’altra parte il suo allineamento alle direttive del regime fascista non gli impedirà – rivelandolo personalità veramente indipendente – di opporsi a che nel 1936 il Palio d’Asti cambiasse il proprio storico e plurisecolare nome in quello artificioso di “Certame cavalleresco”. Questo provvedimento, ispirato alle autorità di Roma dai senesi, dispiacque non poco a Buronzo: lui, che del nuovo Palio era stato l’animatore, scrisse a Mussolini di essere rimasto sorpreso della novità, «come davanti a una decisione che di botto viene a mutare la sostanza storica di un avvenimento che da oltre sei secoli si tramanda così com’è ora nella forma, nello spirito e nel nome».[4] È un dato di fatto che da quel 1935 il Palio non venne più corso e si sarebbe dovuto attendere il 1967 per riprendere l’originaria tradizione.Se il 1935 segna la data dell’ultimo Palio prima della pausa bellica, questo stesso anno è anche l’inizio dell’esistenza della provincia di Asti, istituita con R.D.L. 1 aprile 1935 con decorrenza dal 15 dello stesso mese: centocinque comuni si riaggregarono quasi negli stessi confini di quella che già era stata provincia in epoca sabauda, poi soppressa nel 1859. Anche di questa iniziativa di grande rilevanza politica ed amministrativa, oltre che economica, Vincenzo Buronzo fu propositore e tenace fautore, dapprima come Presidente del Consiglio Provinciale di Alessandria, poi come Podestà del capoluogo e come Deputato al Parlamento nazionale. Non sarà stata estranea alla realizzazione di tale progetto l’acquisita parentela di Buronzo con Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, ma questa opportunità venne da lui sfruttata nel migliore dei modi, per il bene pubblico e non certo per interesse personale.
Nel campo culturale il critico e professore di letteratura italiana Buronzo diede impulsi vitalissimi anche – e soprattutto – in Asti, onorando con un moderno centro di studi il più illustre dei figli di questa città: l’Alfieri. Con R.D. del 5 novembre 1937 veniva costituito ad Asti nella naturale e prestigiosa sede di Palazzo Alfieri il Centro Nazionale di Studi Alfieriani, al fine di «dare incremento e coordinamento» agli studi sulla vita e le opere del Trageda. Poco prima, il podestà Molino, successore di Buronzo, aveva da parte sua deliberato di creare nel palazzo, già sede di museo e biblioteca, un centro studi che si prefiggesse di raccogliere tutte le edizioni delle opere di Alfieri e le pubblicazioni in materia, compilare un’iconografia alfieriana, bandire concorsi su temi riguardante la persona e l’opera dell’Astigiano, indire convegni di studio, promuovere la rappresentazione delle tragedie alfieriane, in una parola svolgere tutte le iniziative che potessero, illustrando questo concittadino, illustrare di riflesso anche l’intera città. Il primo Consiglio direttivo del Centro era composto da Vittorio Cian, Carlo Calcaterra, Francesco Maggini e Gian Giacomo Ferrero: Vincenzo Buronzo ne era Commissario con funzioni di coordinatore. Nel primo numero dei prestigiosi Annali Alfieriani editi dal Centro, Buronzo delinea il senso politico del programma di azione di questo istituto culturale: la figura dell’Alfieri è accostata –quasi inevitabilmente – a quella del Capo, le sue idee sono viste come precorritrici di quelle risorgimentali prima e littoriane poi, ma resta immutato il merito che il Moncalvese ebbe nei riguardi del Centro, come animatore anche in questo caso di un ente con finalità che oggi diremmo “scientifiche” che si affiancava a pochissimi altri in Italia. «Tra gli enti culturali in parola sono i Centri nazionali di studi, alfieriani, leopardiani, manzoniani, e il Centro nazionale di studi sul Rinascimento, tutti di recente costituzione. Essi sono sorti infatti tra il luglio ed il novembre del 1937, hanno identità di scopi e di programmi, avranno similari ordinamenti, e al di là di ogni loro attività e ricerca più strettamente filologica e scientifica, mirano tutti a inserire nella corrente della rivoluzione la parte viva delle tradizioni e delle esperienze di quei periodi, il pensiero e la fede di quegli uomini e delle loro opere. (...) Tra i compiti prevalenti dei nuovi Istituti è (...) da porsi anche la reintegrazione dei nostri valori morali ed artistici, facendo giustizia di tutto un esotismo barbaro e negatore in cui inaridiscono le migliori energie e la sana sensibilità delle giovani generazioni».[5] Ma più avanti precisa: «Non si tratta, si badi, di voler fascistizzare dopo i vivi anche i morti (...) né di voler procedere a sforzate arbitrarie interpretazioni di epoche e di opere (...) ma di riconoscerci dal profondo, di rivedere e ristudiar tutto di noi (...) mettendo in luce il contributo del genio italiano alla nuova struttura spirituale europea cui le giovani nazioni lavorano».[6]
In questa linea di recupero della storia, delle tradizioni, della spiritualità, più in generale della cultura dei popoli si riconosce l’intelligenza dell’uomo-Buronzo, più ancora che del Buronzo intellettuale: «Riconoscere nella unità delle pietre e degli istituti la unità degli spiriti di una gente significa preparare questa a procedere indomita sempre e fedele al suo destino».[7]Scrittore per l’infanzia
Buronzo fu anche riconosciuto e apprezzato scrittore per l’infanzia e la gioventù. Scrisse per Il Corriere dei Piccoli e subito si affermò per la sua competenza in campo artistico, educativo e pedagogico giovanile prendendo attiva parte, già nel 1909, a Il giornalino della Domenica di cui era direttore Vamba (Luigi Bertelli, autore dello splendido e conosciutissimo Giornalino di Gian Burrasca). Proprio di Buronzo sono i testi o i racconti di apertura della rivista alla quale collaborò per oltre un decennio. Significativa dei due personaggi, e dei loro ideali, è una lettera del 15 agosto 1910 nella quale Bertelli, entusiasta della conoscenza e della collaborazione di Buronzo, lo rende partecipe di un Congresso delle Istituzioni sulla Protezione per l’Infanzia e di un progetto per «una città lillipuziana per i ragazzi: una città balocco, con la Chiesina, il Municipio, la Prefettura, la stazione, il vapore ... e perfino la Banca, coi soldi di cioccolata!» aggiungendo: «Ah che dolcezza se nel mondo no vi fosse bisogno d’altri soldi che di questi!».
Nel 1922 a Torino fonda e dirige La Primavera Italica, che aveva come sottotitolo Rassegna d’Arte e di Vita Innocente per i fanciulli della Nuova Italia. Nel numero 6 del 31 marzo 1922 Buronzo apre la rivista firmando un articolo dedicato al suo grande maestro Giovanni Pascoli. Di questo articolo vengono qui di seguito proposte alcune parti in quanto fondamentali per comprendere la personalità e gli ideali estetici, letterari ed esistenziali del nostro autore: «“Per voi io canto, o giovinetti e fanciulle: solo per voi. Quali altri seguirebbero, con l’agevole docilità che la poesia richiede, il poeta, sì quando narra la Comunione che passa per il viotterello, si quando descrive Achille e il suo cavallo che si parlano negli orecchi?” Sono sue parole del 1906. E l’ultima volta ch’io lo vidi, in quella sua quieta e quasi nascosta casa di Bologna, fuori porta d’Azeglio, fra città e campagna, quasi a cercar più cielo, più aria e libertà, virilmente rammaricandosi ancora del sordo cuor degli uomini e della loro incapacità a comprendere la gioia del più semplice sognare e cantare: “Bisogna fare qualcosa per i fanciulli - mi diceva - ma che sia degno di loro... La grazia che giunga in tutte le case... Un sogno che tocchi tutti i cuori...” e la mano, tremante di carezze non ancora donate, pareva cercare nel sole il filo d’oro della trama meravigliosa. La buona sorella camminava di là, senza rumore, a me il cuore batteva forte, forte: ero di brace quando quella mano si posò a toccarmi la spalla. ... Giovinetti e fanciulle d’Italia, non dimenticatelo questo poeta che ha cercato in voi rifugio e conforto dalla cieca ostilità degli uomini. E nella grande rissa dell’esistenza, che oggi più infuria, rinnovate voi per primi il grande rito d’amore per cui la vita non si perde e non si cancella nei secoli: corretevi incontro, e abbracciatevi e riprendete, in pace a giocare. La è gioia, è sempre più gioia fatta di bontà, di sincerità, di poesia. E appena vi sarà possibile, cercatene i libri e meditateli: sentirete voi, con il giovanile istinto, se questo grande romagnolo, troppo offeso da vivo e da morto, era o non era sulla nuova via non trita ancora d’orme e non contaminata dalle usate menzogne: la via della conciliazione, la via del cuore, dove soltanto va cercato il segreto dell’umana felicità».
É opportuno altresì ricordare che egli fu chiamato, nel periodo del Ventennio, a organizzare e fondare i Balilla; ne volle l’inno del cui ritornello «Ai nemici in fronte il sasso / agli amici tutto il cuor» fu il suggeritore. Abbandonò però l’incarico alcuni mesi dopo in conseguenza di gravi e fondamentali divergenze sull’indirizzo da dare all’organizzazione, se umanistico o militare, come da altri si volle e si compì.
Dalla prefazione e da una nota dello stesso Vincenzo Buronzo a La principessa vestita di foglie - Poema drammatico infantile in quattro atti (Torino, Paravia, 1912): «Volli ancora una volta respirare la buon’aria del mio tempo giovanile, che mi par fosse di sempre primavera, e scrissi questo poema d’amori innocenti e d’innocenti perfidie, con le mie ricordanze più care. ... Il nostro più dolce lavoro è giocare, giocare sempre! Solo per questo siam beati di vivere, e la sera preghiamo il Signore che ci faccia dormir presto, e mandi presto un’altra volta il sole nel cielo. Quando è primavera, che le rondini volano basso nei prati a profumarsi d’ogni fiore, e le spose stanno sui gelsi allegre a brucar le foglie per i bachi, piovendo il sole fra le rame su loro il fine scintillio d’un drappo di seta d’oro, usasi dai giovinetti e dalle fanciulle e dai bimbi di Monferrato andar per la campagna a vestir di foglie la più piccina. E quest’è un gioco d’amore e di morte innocente, assai bello e gentile. Fanno così la Principessina Fiorellina, ch’un giovinetto principe dovrà sposare, il Principe Fiorello. Si colgon foglie agli alberi di quella terra, senza sgualcire, a una a una, che pare non di strapparle ma d’averle in dono dalla primavera; si cercano nelle siepi ramicelli duri e nudi di pruno, si riducon esili e piccini e s’aguzzan con i denti a farne spilletti; poi le fanciulle gareggian di bravura in vestire la principessa di catenelle, di corone, e d’altre robe verdi. Ma il gioco vuole che i giovinetti che son presenti e vorrebbero sposar la principessa, sian tutti respinti; che il Principe Fiorello sia lontano, e debba tardare a giungere, poi che viene dai paesi incantati del sogno. Non ha da cadere nè ingiallire una foglia alle vesti della principessa prima ch’egli sia giunto, chè altrimenti ella deve morire, e si mandano per il mondo in tutta fretta gli ambasciatori. Il gioco, che può essere molto variato, torna sempre più caro alle fanciulle che ai giovinetti, i quali pur vi devono aver parte, e a volte, giocando di mala voglia e per dispetto, v’immaginano ogni inciampo a turbarlo. Osservo che nessuna compagnia di ragazzi ha pensato mai, ch’io ricordi e mi sappia, di lasciar morire la principessa; e questa pare a me gentilissima cosa, quasi voce della natura in quei cuori ingenui, però che codesta bimba è pure figlia della primavera, la primaverina, e di maggio si fiorisce non si muore!».Canti Innocenti (Torino, Paravia. 1913) è una raccolta di numerose poesie e poemetti che erano stati in gran parte già pubblicati su La Domenica dei Fanciulli. L. Ambruzzi nella stessa rivista recensì l’opera così esprimendosi: «Con un intuito fine e sicuro, Vincenzo Buronzo, che tutta la vita dei primi anni ha vissuto in quel vero contatto con la natura che solo offre la vita dei campi, ha compreso intimamente l’anima del fanciullo: e con arte finissima, con stile personale spiccatissimo, ce la rappresenta nei più vari atteggiamenti. Egli infatti ha raccolto in un nuovo volume i Canti Innocenti, che sono le voci della fanciullezza, ora liete ora ridente, ora grama ed afflitta, come vuole il destino. Sembra che il poeta abbia raccolto in sè e racchiuso nell’anima sua tutti i sorrisi, e gli ingenui gesti, e i sospiri e le lacrime dei fanciulli. ... Il fanciullo che anima questa poesia eminentemente soggettiva, è spesso - mi pare - l’autore stesso che rivive qui la sua puerizia: uno spirito sensitivo le cui vibrazioni preludiavano i futuri fremiti del poeta».
Canti Innocenti fu molto apprezzato da Il Corriere delle Scuole - Periodico mensuale d’istruzione e di educazione dove si legge: «Perchè questo libro non vuole soltanto svagare, vuole soprattutto educare. E sarà caro perciò agli educatori: non solo, ai maestri e alle maestre, ma anche agli insegnanti delle scuole medie, per la copia e la varietà d’eleganti componimenti poetici adatti alle esercitazioni scolastiche. L’egregio Autore, che ha una fresca e fluente vena di poesia, ha condensato in questi canti piccoli dei sentimenti elevati: a questi sentimenti ha saputo dare la parola semplice e tenue. I motivi sentimentali in cui questi canti si svolgono e di cui si coloriscono, sono quelli che danno vita così leggiadra e spontanea a tutta la poesia pascoliana: nei contorni ingenui dell’idillio poetico, s’infonde il culto delle cose più sante e più grandi: la famiglia, la patria, la natura come bellezza ineffabile e come rivelatrice della provvida mano di Dio. Tutto ciò è profondamente educativo».
Il libro è dedicato «Ai giovinetti e a quanti amano e rimpiangono la cara beata fanciullezza» e si apre con un’invocazione poetica, pervasa di chiari riferimenti autobiografici, dal titolo A un mio fratellino:«O fratellino mio, un giorno, un sol giorno restato
là nella casa a piangere, vivida di fucine
e squillante d’incudini, ognora con esile murmure,
per silenzi di stelle, in me torni purissimo.
Batti o cor nel mio core, nella mia voce o voce
di ciel limpida canta, fin che torna l’aprile,
e sui fanciulli cadano più fresche rugiade di sogni,
ahimè, cari fanciulli cui già copre la polvere!
Fratel mio, vola vola d’azzurro in azzurro, io qui resto
a seguitarti in terra, ombra mendica d’angelo».
Animatore dell’artigianato italiano
Vincenzo Buronzo era – essendo orgoglioso di esserlo – figlio di un artigiano; suo padre Ernesto era saron, fabbro carradore, di grande vaglia, notissimo in tutto il Monferrato dove i carri che costruiva, quasi a distinguersi dagli altri, erano colorati in celeste chiaro con ferramenta nere. Forte di queste origini fu quindi fervente sostenitore dell’artigianato italiano.
Nominato nel 1926 Commissario governativo all’Artigianato, diede vita alla Federazione Artigiana Autonoma, di cui fu Presidente fino al 1942. Nel 1931, d’accordo con i colleghi francesi, fondò il Centro Internazionale dell’Artigianato di cui pure fu Presidente. Nel 1933 venne posto a capo dell’Ente Nazionale per l’Artigianato e le Piccole Industrie (ENAPI), organismo tecnico della Federazione. Fondò e diresse per molti anni il Centro Studi dei Problemi dell’Artigianato, organo tecnico della Confederazione Nazionale dell’Artigianato (Confartigianato) sorta nel 1955 dalle ceneri della preesistente istituzione. Fu infine Presidente degli Artigiani Anziani. L’idea che ispirò Buronzo nelle scelte politiche e tecniche nell’ambito della promozione dell’artigianato italiano fu la necessità di rivitalizzare il settore, facendo apprezzare la figura dell’artigiano come fondamentale per l’economia nazionale. «L’artigianato moderno – affermava nel primo numero (1932) della rivista I problemi dell’artigianato subito dopo il saluto di Giuseppe Bottai – quale da noi è sentito ed è voluto dai tempi, non è già (...) un organismo decrepito e mutilo che mette palpiti di vita illusori ai soffi della rivoluzione irruente e giovine, ma è una forza di ripresa attiva e consapevole, un grande fatto economico e morale di giusta reazione, di restaurazione e di progresso, il portato sociale forse più caratteristico ed interessante della odierna crisi della società industriale, e sarà l’artigianato fatto adulto e combattivo, che si leverà, non nel nostro paese soltanto, a esigere revisione di principii e controllo di sistemi (...) per la virtù rinascente dello spirito individuale e libero».
Il problema artigiano è giustamente studiato sotto la duplice natura di fatto individuale e collettivo, restando in Buronzo il desiderio che il primo possa prevalere sul secondo, in quanto va salvaguardata la singolarità della produzione, assai più vicina a quella di un artista che di un semplice e generico operaio: «È nella natura squisitamente politica, individualistica e ribelle, dell’artigianato – egli riprende – che noi dobbiamo ricercare, in ogni secolo e sotto ogni governo, il fermento primo di ogni mutamento di stato e di regime. La storia dell’arte e la storia civile sono lì a dimostrare il mio asserto».Studiando il problema nei suoi vari aspetti, e sempre con un occhio all’esperienza antica delle Arti comunali e delle botteghe medievali e rinascimentali, Buronzo evidenziò la necessità di una maggiore collaborazione con i commercianti. Chiudendo il II Congresso di Studi di Politica artigiana nell’aprile 1951 affermava: «Sono i commercianti i nostri grandi amici (...) Questi convegni sono un po’ come dei roghi, delle belle fiammate; poi tutto si spegne, la compagnia si scioglie e si fa silenzio; (...) Ma l’interesse del commerciante per il prodotto artigiano, sia sul mercato interno che sul mercato esterno, deve continuare a tener viva questa fiamma, non fosse altro per quella bella fraternità lontana, quando dire artigiano e dire mercante era la stessa cosa. Parlo del ‘200 quando l’artigiano lavorava e vendeva il proprio prodotto, ed allora la bottega e il mercato coincidevano».
Diede giusto risalto al bisogno di formare nuove leve alla professione delle arti, adoperandosi anche in sede internazionale perché i politici agevolassero l’inserimento di giovani apprendisti ad una professione che, se giustamente valorizzata, avrebbe permesso di continuare proficuamente una millenaria tradizione. Considerava nel suo intervento al I Convegno di Politica artigiana nel giugno 1949: «Per artigiano noi intendiamo sempre l’uomo del mestiere compiutamente formato, che non soltanto conosce l’arte e la tecnica, ma che è anche in possesso dei requisiti padronali, che ha la volontà e l’energia necessarie alla gestione diretta, il senso del lavoro in forma libera e autonoma. Così, per noi, l’apprendista artigiano ed il garzone artigiano sono potenzialmente dei futuri padroni, e riteniamo che questa coscienza dell’autonomia debba stare alla base di tutto il ragionamento (...) in tema di preparazione alla professione nell’artigianato».
Sarebbe necessario, secondo Buronzo, ricreare se non la sostanza almeno l’«antico clima ideale» delle vecchie botteghe artigiane. Con molta poesia, di fronte agli artigiani anziani torinesi, esprimeva il proprio rammarico per la precaria condizione attuale (1955) delle botteghe. «Vecchia bottega, se tu potessi parlare, se tu potessi raccontarci la tua storia di questi ultimi cinquant’anni, non di più! Rievocare le tue pene, sacrifici, speranze, ma soprattutto quel tuo sentirti sempre un poco dimenticata, male informata e sola, assillata dall’ansia di sapere, di capire, di non lasciarti sorprendere e di tenere il passo, mentre tutto introno a te si muoveva e mutava l’ordine economico, artistico, culturale, tecnico, mutava il clima sociale, la sensibilità, le idee, si faceva un altro il mondo». Non poteva egli dimenticare il ricordo degli anni d’infanzia, quella sua casa «vivida di fucine e squillante d’incudini».[8]
Non sterile nostalgia, comunque, seppe esprimere l’intelligenza di Buronzo «animatore dell’artigianato italiano». Ammetteva come utile ed indispensabile, ancorché ineluttabile, il progresso tecnico e scientifico nel mondo, ma al riconoscere la bontà del progresso non andava disgiunto il desiderio che resti l’individualità del pensiero e del gesto umano, espressioni del vero genio. «Il mondo migliore che una nuova costellazione, la costellazione dell’Atomium, annuncia al mondo dal cielo di Bruxelles, certamente un giorno verrà. Alla titanica impresa che va sotto il segno fatale della macchina, l’Artigianato offre la sua, fragile ma insostituibile, eterna e si vale – fin dalle prime albe del mondo – per agire e produrre, del battito del cuore, del calore e della tenerezza della mano, di un soffio d’anima: l’uomo». (A Bruxelles nel 1958 al Congresso dell’Unione Internazionale dell’Artigianato e delle Piccole e medie Imprese)
A dimostrare come egli fosse uomo sensibile alla grandezza del passato ma anche assertore della fiducia nel futuro, in epoca di imperante europeismo, valgano più di tutte le parole pronunciate nello stesso convegno in Belgio: «Trasformarsi significa mettersi nella condizione di ben capire e valutare la imponente grandiosità dei movimenti e dei fenomeni suscitati (...) dall’età tecnologica, e di poter partecipare ad essi in piena efficienza di mezzi e di volontà. (...) Il Mercato Europeo, la realizzazione cioè di una économie de grand espace di cui l’Europa ha bisogno per correggere il suo ritardo di sviluppo e la sua posizione relativa arretrata nel quadro della produzione mondiale, e per dare una solida base di interessi alla unità spirituale e storica europea, fa sentire quanto valido possa e debba essere l’apporto ad esso dell’artigianato e delle piccole industrie, i settori che più di ogni altro affermano sul piano economico i principi della libera iniziativa, della personalità, dell’autoresponsabilità, e sul piano morale sono la espressione più vera e viva delle culture nazionali, la testimonianza sicura del genio tecnico artistico dei popoli».
Religioso testimone del suo tempo
Vincenzo Buronzo fu uomo e letterato profondamente religioso.
Il cristianesimo che traspare dai suoi scritti è ad un tempo intimo e corale, sentito nel più profondo dello spirito come sentimento unico ed esperienza irripetibile, e vissuto nel contempo come fatto che accomuna tutti gli uomini nella Fede nel Signore.
Ai ricordi degli anni dell’infanzia si unisce il ricordo delle devozioni popolari, quelle autentiche di un popolo che trovava nella religione continuo conforto alle difficoltà quotidiane: la vecchia chiesa di San Giovanni compare più d’ogni altro luogo sacro a ricordare l’eternità del messaggio di Cristo tramutato in fatti dagli uomini.
«Da le nicchie scendere giù / vedemmo sul prato i tre Santi: / Paolo su la spada poggiato, / Giovanni cui bela sommesso / in braccio l’agnellin di gesso, / Pietro con le chiavi sonanti. / Tra i lor manti azzurri acquattato / ci chiamava il piccolo Gesù».[9] Tanti anni più tardi, quando si prospettava la demolizione della chiesa campestre, la voce dell’antico fanciullo moncalvese si leverà a protestare: «No, non buttatela giù la mia chiesetta / bianca e ridente nel cielo sereno, / coi tre Santi sulla facciata, tra le mani / il libro aperto, le chiavi dorate, la spada, / (...) / Il tuo sorriso apre / porte di mistero e stradine / di sogno. Si sente Gesù che dice: / “O genti, alzatevi e venite con me, / stasera saremo insieme in paradiso”».[10]
E altrove: «I tre Santi nelle nicchie della chiesetta a mezza costa (...) con i quali mi ero confidato tante volte da ragazzo e adesso ancora mi rispondevano ripetendo parole di vecchie preghiere dimenticate».[11]
Il paesaggio, sempre descritto con pochi tratti, delicati ma incisivi, fa da corona ai sentimenti, secondo la tradizione poetica pascoliana; ricordare con tono sommesso, fra sé e sé, significa far rivivere quei momenti ed il sentimento religioso rivela in questi tratti tutta la sua eternità.
Per primi sono vicini a Dio gli innocenti e i sofferenti, come nel Canto alla Madonna: «Primi la vedon quelli / che son senza peccato: / vergini, fanciullini, / le addolorate in pianto / che han nel grembo scavato / l’orma di sangue atroce / del caro figlio infranto». La Fede si esprime nella sua essenza più alta quale mezzo di redenzione per tutti i peccatori del mondo, accomunati dalla preghiera: «Da ogni carne di morte / sale acuta, struggente, / la litania: “Madre, / Madre bambina, in lini / d’angoscia, a noi le ladre / mani, i cuori assassini / monda, sui capi proni / versa onda di perdoni, / Madre, noi benedici...”».[12]
E non può mancare nelle sue poesie[13] la Madonna più popolare del Monferrato, quella che si venera al santuario di Crea: «Scolpita nel legno nero / dalle mani di un Santo, / non sei più, Madonnina, / che una fragile trama / nella polvere del tempo, / l’ombra di un’ombra. / Ai tuoi piedi si posano i viandanti / e d’amore supplice l’anima trema».[14] Ed è nel contrasto fra i viali ombrosi del santuario spiranti serenità e la dura realtà dell’esistenza nei paesi appena poco distanti che sorge in lui la convinzione suprema del fine ultimo del Cristianesimo: «L’epopea messianica non è finita fra le genti. La religione cristiana deve farsi ancora la legge di vita d’ogni uomo, e in ogni uomo deve sorgere il poeta».[15]Duplice forma assume quindi la religiosità in Buronzo, intima e personale in certi momenti, universale e comunitaria in certi altri.
In una delle poesie sue più belle e celebri, Al me paìs, egli si sorprende di notte, quasi timoroso di essere visto, a pregare per il proprio paese: «Stasera, / fin che il tramonto negli orti e sulle aie vuote / indora i girasoli che chinano / dondolando pesante la testa, / m’inginocchierò su un sentiero nascosto, / che nessuno veda, nessuno mi senta, / e piangendo d’amore pregherò per te, / per me, paese».[16]
In occasione di un tragico evento, nel luglio 1953, egli invece raccoglie in una sola voce i sentimenti dei moncalvesi, uniti nel cordoglio, ed offre la preghiera a Dio.[17]
«Signore, Tu che hai fatto del lavoro la più redentrice delle tue leggi, e vedi questa fine pietosa e questo inconsolabile pianto; Tu che sai il perché di ogni atto, di ogni pensiero, di ogni evento; Tu aiutaci a difendere e a proteggere i nostri fratelli che scavano nelle miniere, che lavorano sospesi sui ponti nel vuoto, che si sprofondano negli abissi, che maneggiano forze capaci di folgorarli e di incenerirli, che sfidano i cieli e le tempeste, perché la Tua parola si compia, o Signore, il tuo Regno si avveri! Siamo tutti Tuoi operai, curvati al Tuo volere e segnati nella Tua fede».[18]Negli ultimi suoi componimenti, in dialetto moncalvese, raccolti postumi nelle Litaniji di giòbia, addirittura un intero popolo di singolarissime figure di compaesani defunti sorgono dal camposanto per darsi convegno dietro alla chiesa di San Francesco. Sono popolane ed avventurieri, artigiani e reduci dalle battaglie risorgimentali, contadini e commercianti: tutti hanno qualcosa di raccontare, come nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Sembrano soltanto divertenti macchiette, colorite ancor più dal vivace dialetto, ma da ogni voce traspare il dignitoso senso della morte concepita con spirito cristiano, la conferma che l’esistenza di ciascuno, per quanto insignificante possa sembrare, è vòlta ad un fine superiore, che supera la materialità dei sensi.
Il senso dell’onesta esistenza, vissuta secondo ideali che non tramontano, apparentemente “laici” ma in realtà anch’essi profondamente religiosi, permea molte poesie di Vincenzo Buronzo, due delle quali presentano le figure dei genitori ed in specie del padre, il saron moncalvese sempre occupato nella sua officina.
«Ho visto il fondo del mio cuore alla fiamma / di un grande lampo: / l’uomo del martello tra faville di ferro / laggiù in piedi è mio padre; la donnetta che cuce / camicini bianco-celesti vicino all’uscio, / più leggeri di un’ala, è mia madre».[19]«Mani di mio padre, / mani del fabbro che saldavano / in cerchioni di ferro e di fuoco / l’albe ai tramonti, / e dentro ardendo s’incupiva il fiore / delle giornate lunghe, / venate di sangue e di sudore (...) con quale certezza di cielo, / d’eternità vi ho viste / sollevare d’un colpo da sole, / sotto il velo della Morte, / la croce nera e con la croce il peso / della terra tremenda e della vita, / al Dio dei forti offrendo l’anima in pace!».[20]
Significative ed unificatrici della profonda religiosità buronziana possono essere le parole inserite a presentazione dell’opera di Abele Truffa e Giovanni Romano Guglielmo Caccia detto «il Moncalvo», pubblicata a coronamento delle celebrazioni per il quarto centenario della nascita del pittore monferrino. In esse emerge tutta la cultura di Vincenzo Buronzo, intellettuale ed umanista attento ai fermenti della società contemporanea e tuttavia fermo nei propositi di ideali immutabili: «In quella ambigua ora del pensiero umano, si proclama che Dio è morto, si contesta la validità della morale cattolica e una critica demolitrice sollecita l’avvento di una nuova cultura, di una nuova etica, di un nuovo umanesimo tecnologico e scientifico, ma, pur riconoscendo la inevitabilità di un ampliarsi in senso razionalistico dello spirito religioso, appare incontestabile che la scienza non si è ancora trasformata in esperienza umana e che le nuove formule scientifiche, prima di farsi sentimento, poesia, nutrimento dell’intelletto e del cuore, devono essere ancora vissute come tali ed umanizzate. Un uomo esclusivamente razionale è inconcepibile».[21]
In occasione di quello stesso avvenimento, insieme storico-rievocativo e politico-sociale, poteva egli pronunciare poche parole che come epigrafe stanno a distinguere il suo pensiero e la spiritualità sua: «Passano i secoli, mutano voce e volto; la verità cristiana è eterna».Monferrino autentico
Per comprendere lo spirito profondamente monferrino di Buronzo non c’è che da leggere le poesie della sua raccolta più conosciuta, Al me paìs, e leggerle in dialetto. È vero che è riportato anche la traduzione in lingua a fronte, ma l’espressività del dialetto rende viva la parola scritta e crea un’atmosfera unica, irripetibile anche usando l’italiano migliore. C’è innanzitutto nei suoi versi un canto d’amore appassionato per il paese che gli ha dato i natali e che l’ha visto bambino, quel paese che è bello a tutte le ore, dall’alba al mezzogiorno, dalla sera alla notte fonda, allorquando le colline, diventate cosa viva, si sentono respirare adagio adagio. C’è poi l’orgoglio dei prodotti sopraffini che solo la sua terra monferrina sa dare, primo fra tutti il «tesoro nascosto», la «brace odorosa, rosa focosa» che è il prelibato tartufo.[22]
Se non mancano i toni malinconici, nelle poesie di Vincenzo Buronzo c’è spazio anche per i momenti di allegria tipicamente monferrina, quella che si rinsalda davanti a un bicchiere di buon vino frizzante. «Che ce ne importa se grosso il cuore pesa, / il passo è stanco e i capelli cadono grigi?» dice il poeta, l’importante è stare allegri cercando di tenere lontana più che si può la Scalza, la Morte, che «dietro l’uscio / spinge per scolare l’ultima goccia».[23]
Il vino, quello buono e genuino, è il tema anche di un’altra opera di Buronzo, purtroppo incompiuta, il «romanzo enologico» ambientato a Moncalvo L’infernotto. Vi si narrano le vicende di anziani contadini che sono il prototipo della razza monferrina autentica. «Avevano la asciuttezza infrangibile degli strumenti di lavoro molto usati, e della vita conservavano nei volti bruciati dal verderame il tenue riflesso di una luce che veniva di dentro, come un sorriso pacato, un tremolìo di cose lontane, una luce di sera».[24]
I toni lievi e malinconici sono comunque una costante di molte poesie buronziane a tema monferrino, come in Cascin-a bandounaja in cui la vecchia cascina sembra proprio soffrire fisicamente per la partenza del vecchio fittavolo, «’l vecc massà», che come tradizione a San Martino ha lasciato il fondo in cerca di migliori, improbabili fortune.
Il senso della monferrinità di Buronzo sta proprio nella capacità di rendere corali i sentimenti, far gioire o, più spesso, soffrire con la gente, ma anche con la natura, con la campagna, e fa venir voglia di conoscerlo meglio – se ancora esiste – quel Monferrato «terra da uve e da grano, terra fiorita / di maggenghi che sempre profumano l’aria; / terra rossa di cascine» che rappresenta l’ultimo porto di tranquillità dopo aver «girato il mondo per monti e mari».[25]
Né si può dimenticare che l’amore di Buronzo per la sua Moncalvo e, più in generale, per tutto il Monferrato ha prodotto iniziative di grande rilevanza per la promozione turistica della zona. Ideatore, con altri moncalvesi, dei fortunati Autunnali del Monferrato, ne ha seguito con amore la realizzazione e lo svolgimento dei molteplici momenti di cui si componeva l’iniziativa.Per il Palio ragliante del settembre 1962 uscì una sua Lettera aperta dell’asinaio al Signor Sindaco, in cui, usando una sottile ironia e ricorrendo ad un animale umile e bistrattato,[26] proponeva un rilancio in grande stile delle antiche tradizioni. «Noi vogliamo riuscire a creare quella solenne Festa rurale che sarà la Festa del Monferrato, vera festa di popolo contadino» affermava nel foglietto, e auspicava di rendere maggiormente attuale la vecchia corsa degli asini: «Perché non potremo invitare per quel giorno ad onorarci della sua presenza, accettando una libera cornice critica che non offenda nessuno, qualche illustre personaggio della politica, dell’arte, della scienza, del mondo vivo e moderno, finanche qualche straniero rinomato, di quelli che sanno essere nello stesso tempo un po’ dappertutto; un Americano per esempio?». Con queste intuizioni, purtroppo non tutte realizzate, Vincenzo Buronzo ha percorso gli ultimi anni della sua esistenza umana, e lo ha accompagnato all’incontro con la Scalza quell’amore per Moncalvo che gli fece scrivere, nel settembre 1976: «Voglio morire nel paese dove sono nato, tra la mia gente. Fra le tante amare delusioni, questo mi può essere motivo di qualche sereno conforto».[27]
[1] La nomina avvenne con R.D. del 20 febbraio 1929; fu avvicendato nella carica, nell’ottobre 1935, dall’avvocato Domenico Molino. A sua volta Buronzo aveva sostituito il professor Guido Mancini, originario di Frosinone, docente al Regio Liceo “Vittorio Alfieri”.
[2] Da V. Malfatto, Il Palio di Asti: storia, vita, costume, II ed., AGAM-I, 1989.
[3] Da Il Cittadino, settimanale dell’Astigiano, 1931, riportato in Il Palio di Asti…, cit.
[4] Lettera riprodotta in Il Palio di Asti…, cit.
[5] Da Contenuto politico del programma d’azione del Centro, in Annali Alfieriani, I, 1942.
[6] Ibid.
[7] In occasione del II Congresso della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, tenutosi ad Asti nell’agosto 1933.
[8] A un mio fratellino in Canti innocenti, Paravia, 1913, riprodotta poco avanti.
[9] Amor di fanciulli in Il flauto di canna, Schwarz, 1956.
[10] La mia chiesetta in Al litaniji di giòbia, Rassegna, 1977.
[11] Giustificazione anteposta a Sera d’autunno in Monferrato, Aleramica, 1952.
[12]Da Canto alla Madonna in Il flauto di canna.
[13] Molte delle più belle poesie di Buronzo sono in dialetto; la loro riproposizione andrebbe quindi fatta nell’idioma originale, per coglierne tutta la musicalità e l’espressività che solo il dialetto sa rendere. Tuttavia, per maggiore comprensibilità anche nei confronti di Lettori che non conoscono il monferrino ed il moncalvese in particolare, abbiamo ritenuto di proporre i brani solo nella traduzione in lingua fatta da Buronzo stesso.
[14] Madonnina di Crea, in Litaniji di giòbia.
[15] Deum exquisivi, Pasta, 1913.
[16] Al me paìs, Rassegna, 1962 (II edizione).
[17] La sera del 9 luglio 1953 il crollo di un capannone in corso di costruzione per conto della ditta Rota determinò la morte di sette operai. Il 12 luglio Vincenzo Buronzo ne lesse l’orazione funebre sul sagrato della chiesa di San Francesco.
[18] La parola di Dio è sopra di noi, sul paese e sulle colline..., Aleramica, 1953.
[19] Ero un Bambino Gesù in Litaniji di giòbia.
[20] Mani di mio padre” in Litaniji di giòbia.
[21] Da Guglielmo Caccia detto «il Moncalvo», a cura di Abele Truffa e Giovanni Romano, Il Cenacolo, 1968.
[22] Da Trifoula d’ rou, in Al me paìs.
[23] Da ‘Ntant che la spüm-a la frìs, in Al me paìs.
[24] L’infernotto, cap. I, p. 1.
[25] Da Mounfrà! Mounfrà!, canzone in dialetto composta da Buronzo nel 1948 in onore di monsignor Giuseppe Bolla, prevosto di Moncalvo.
[26] «Non che di somari non ce ne siano anche oggi. Ce ne sono, signor Sindaco, ce ne sono sempre, ma riescono a mimetizzarsi, nascondono le orecchie, mettono dentro la coda, e per riconoscerli bisogna sentirli parlare».
[27] Lettera a Renato Majolo, riportata in Litaniji di giòbia.
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