CORRADO CAMANDONE
LA GRANDE LEZIONE DI ALESSANDRO BONAVENTURA
In occasione della 41ª Fiera del Tartufo (22 e 29 ottobre 1995) la Città di Moncalvo ha intitolato il belvedere panoramico sovrastante i portici della piazza Carlo Alberto alla memoria di Alessandro Bonaventura (1878-1954) che così rivive nella parole Corrado Camandone, che lo conobbe ed apprezzò, ha tracciato un incisivo ritratto-ricordo di questo poco conosciuto e geniale moncalvese; questo testo è apparso, in sunto, su "La Vita casalese", "Il Monferrato" e "La nuova provincia" nello scorso autunno ed integralmente su "Corriere Avis" del dicembre 1995.
Moncalvo ha onorato se stessa rendendo omaggio a Don Bolla, al senatore Buronzo, al maestro Truffa, a Giorgio Piacenza e ultimamente a Franco Montanari. In linea con questo stile di civiltà e di cultura è l'iniziativa di ricordare Alessandro Bonaventura, ravvivando la sua memoria in quanti l'hanno conosciuto di persona e proponendo alle generazioni più giovani l'esempio dei valori a cui ha improntato la sua vita, con spiccata genialità. La mia testimonianza è fondata sulla conoscenza diretta di questo personaggio del vecchio Piemonte, poiché ho avuto la fortuna di conoscerlo, stimarlo e ricevere tante confidenze in diversi incontri; l'ho visitato in fin di vita e sono stato incaricato di raccogliere, insieme a un delegato del Comune di Moncalvo, gli oggetti più interessanti del suo laboratorio per consegnarli al Comune stesso. Sono passati molti anni dalla sua morte, ma restano vivi in me tanti ricordi che sono lieto di confidare ai lettori. Prima di tutto la mia prima impressione globale è questa: Bonaventura era un uomo del millecinquecento, nato con un ritardo di quattro secoli. In base alle sue intuizioni ed esperienze, aveva, nei riguardi della natura umana, la stessa fiducia degli umanisti, che avevano messo l'uomo al centro della loro concezione della vita e avevano stimolato lo sviluppo di tutte le sue facoltà -intelligenza, fantasia, sentimento- al fine di creare un mondo nuovo. Bonaventura fu un autodidatta, dotato di intelligenza, intuizione, volontà e coerenza non comuni. Non so con quale ordine cronologico abbia scoperto i vari campi di cultura e di tecnica in cui ha impegnato tutta la sua vita, però, a mio giudizio, ha fatto molta strada nelle discipline che ora dirò.
Filosofia
Ho visto il quaderno che conteneva la raccolta dei suoi pensieri; me ne ha letti alcuni che mi hanno impressionato per il loro acume e la loro saggezza. Però, più che i pensieri scritti, tutta la sua esistenza fu una filosofia vivente; cioè scelse un tipo di vita, guidata da una gerarchia di valori da lui ritenuti validi, con una coerenza e una libertà di spirito esemplari. Per lui la vita è stata tutta un gioco, cioè ha fatto ciò che gli piaceva, e gli piaceva tutto ciò che la sua intelligenza gli faceva vedere e gli diceva di realizzare. Viveva col magro provento di fotografo e di altri lavoretti: si accontentava di un tozzo di pane pur di poter dedicare tutto il suo tempo alle sue ricerche e alle sue invenzioni. Era ritenuto un poveraccio genialoide, e di fatto viveva in grande povertà, quasi come il filosofo Diogene, non in una botte, ma in una soffitta piena, colma di mille cose, vera dimora di un alchimista dei tempi antichi. Dall'altezza del suo ingegno solitario, rideva imperturbabile di quelli che lo deridevano. Vestiva poveramente, però alla festa di S. Antonino(1) tutti potevano vederlo girare in frac, col cappello a cilindro e il binocolo per seguire le corse dei cavalli. Più libero di così... Due eccellenti carboncini di Mario Pavese rievocano la figura fisica di Bonaventura, tozza e pur dignitosa, sia col mantello di tutti i giorni, sia col frac delle grandi occasioni.
Letteratura
In un altro quaderno aveva raccolto le sue poesie, sonetti in italiano e in dialetto con metrica e rima esatte. Per saper scrivere un sonetto bisogna almeno aver assaggiato la storia della letteratura. Parlava un italiano corretto, illustrava benissimo le sue invenzioni e descriveva con chiarezza le tecniche usate per realizzarle. Tra le sue carte ho visto una pagina di cartapecora scritta in ebraico.
Meccanica
Basti dire che Bonaventura si era fatto da solo il motore di una motocicletta con cilindrata di 49 centimetri cubi. Si era costruito un tornio con cui faceva mille cose; riparava elettrodomestici, serrature, fucili, chiavi, penne stilografiche, occhiali e tutto ciò che altri non riuscivano ad aggiustare. Aveva una serie enorme di ferri, attrezzi, lime finissime per lavori di ogni genere, oltre una serie di bottigliette con elementi della chimica per la fotografia e altri esperimenti.
Fotografia
E` il campo in cui Bonaventura si è più distinto: non solo ha esercitato la professione di fotografo, ma ha costruito diversi apparecchi fotografici, di vari formati, con tutti i loro congegni ottici e meccanici. L'opera più importante è stata certamente l'apparecchio per telefotografia. La sua soffitta aveva una torretta, specie di specola, da cui nei giorni limpidi si poteva ammirare gran parte della catena alpina. Da questa torretta ha fotografato con una serie di inquadrature contigue tutta la catena delle Alpi visibile da Moncalvo, molto ravvicinata dal suo teleobiettivo. Mi disse di aver presentato questa sua invenzione alle autorità militari durante la prima guerra mondiale, per farla brevettare per usi bellici e averne qualche vantaggio; ma non venne presa in considerazione. Ho visto quell'apparecchio, lungo circa 60 centimetri. Mi disse di aver fuso il vetro per fare la lente dell'obiettivo, in base ai calcoli delle leggi ottiche e di averla molata e lucidata col suo tornio, in giorni e giorni di lavoro e aveva calcolato persino quanti giri aveva fatto il tornio stesso. Ha costruito anche un piccolo microscopio e con esso mi ha fatto osservare alcuni cristalli di acido urico, dicendomi con un sorriso di soddisfazione: "Ho voluto vedere come sono fatti questi maledetti che mi fanno tanto soffrire". Aveva libri di ottica e di algebra. Sviluppava, stampava e ingrandiva le fotografie con varie tecniche. Realizzava ritratti proiettando le negative su velluto bianco e oscurando le parti luminose con un aerografo di sua costruzione.
Pitture e disegno
Dalla fotografia Bonaventura è passato anche al disegno e alla pittura, con un istinto di ricerca un po' leonardesco. Con una pialla speciale praticava su tavole di legno dei rilievi di forma prismatica, poi nell'insieme dei lati volti a sinistra dipingeva il ritratto di un uomo; sui lati volti a destra, il ritratto di una donna e così in un solo quadro si potevano vedere due ritratti: uno se visto da destra e un altro se visto da sinistra. Era un ricercatore che passava dalla fisica alla meccanica, all'ottica, alla chimica, con un gusto e una curiosità insaziabili.
La sua soffitta-laboratorio, se fosse stata conservata, avrebbe costituito un'attrattiva turistica e culturale rarissima e interessante. Quando, dopo la sua morte, abbiamo disfatto il suo povero giaciglio, sotto il pagliericcio abbiamo trovato diversi abiti logori, lì collocati forse per renderlo più morbido. Visse in apparenza da barbone, ma fu sempre gentile con tutti, piuttosto riservato, quasi aristocratico, felice di parlare con chi era in grado di comprenderlo; un signore senza denari che, se fosse stato compreso e aiutato, avrebbe realizzato grandi cose. Nonostante tutto, Alessandro Bonaventura deve restare nella storia di Moncalvo e del vecchio Piemonte come modello di un uomo che, sulla base di una grande fiducia nelle capacità dell'intelligenza, impegnò tutta la sua vita, senza perdere un minuto, nell'esplorare i campi del pensiero, della scienza e della tecnica, con l'ingenuità e la gioia di un fanciullo unite alla libertà spirituale di un vero saggio.
NOTE AL TESTO
1 E` la festa patronale di Moncalvo che si svolge ogni anno in maggio. [n.d.R.]
Mario Pavese ha voluto rendere omaggio al singolare personaggio protagonista di questo articolo eseguendo due bozzetti. Uno ritrae Bonaventura in frac e cilindro, binocolo in mano, intento ad assistere alla corsa dei cavalli, l'altro (che presentiamo) lo raffigura in abiti dimessi mentre impugna il cannoccchiale, strumento con il quale egli osservava il mondo e -quando necessario- ne rideva.
Sommario di Pagine Moncalvesi n.1
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