Simonetta Satragni Petruzzi

È ACCADUTO A MONCALVO, SUL PRINCIPIO DEL SECOLO...

Siamo lieti di accogliere su questo Bollettino un interessante contributo della professoressa Simonetta Satragni, attenta studiosa di cose letterarie del nostro Piemonte ed in particolare di Agostino Della Sala Spada, avvocato e letterato nato a Calliano nel 1842 e morto a Moncalvo nel 1913. Merita leggere queste note della Collaboratrice, così come meriterebbe "riscoprire" più a fondo questo personaggio le cui opere (e spesso la stessa esistenza) quasi più nessuno conosce.

Simonetta Satragni Petruzzi, laureata in lettere, giornalista pubblicista, nell'arco di oltre trent'anni ha collaborato a numerose testate con saggi, note e recensioni. Collaboratrice della rivista "Studi Piemontesi", dedica una parte della sua attività allo studio di argomenti e personaggi del mondo culturale piemontese. Nel 1970 ha vinto il premio nazionale bandito dalla Provincia di Torino per uno studio su Giovanni Cena con il libro "Dall'ombra alla luce. Le opere e l'opera di Giovanni Cena". Altro suo campo di interesse è costituito dallo studio dei rapporti fra la musica e la letteratura, con particolare riferimento ai libretti d'opera. Dalla frequentazione dei teatri e dalla conoscenza dei libretti è nata recentemente una raccoltina di racconti affettuosamente ironici, un po' surreali e vagamente tinti di giallo, dal titolo "Radamès in soffitta". Ha anche pubblicato una raccolta di poesie dal titolo "Per tutti e per nessuno".

Se Moncalvo ancora si ricorda di un cittadino illustre che un tempo le fu caro -e che da parte sua tanto amò la sua terra da farne il guscio della propria vita- potrà risultare di gradito interesse che su queste "Pagine Moncalvesi" si riproponga all'attenzione un episodio singolare verificatosi negli ultimi anni della vita di lui, l'avvocato Agostino Della Sala Spada. Episodio ricordato negli "Appunti autobiografici" usciti postumi, nel 1914, sotto l'eloquente titolo "Nella tribolazione"!
Con questo piccolo libro di intensa spiritualità, l'avvocato monferrino chiudeva -in saggezza e tragedia- il lungo e variegato iter della sua parallela attività di scrittore. Ma non è nello scopo di queste note ricordare, sia pure per sommi capi, lo scrittore e le sue opere (altre potranno essere le occasioni), bensì l'uomo soltanto e, appunto, quell'episodio forse straordinario che lo riguardò nel corso della grave malattia che afflisse con acuti tormenti fisici e psicologici gli ultimi anni della sua esistenza.
Può essere facile, ovvio e persino retorico definire questi "Appunti" un testamento spirituale, ma tale essi sono: l'ultimo messaggio affidato al futuro -perché la lezione del dolore sia proficua anche ad altri- di un essere di elevata statura morale, dalla Fede sofferta ma intensa, gentile d'animo, colto, arguto.
La storia della sua tribolazione (ma già la vita gli aveva riservato altri gravi dolori) si inizia con la sensazione di una "piccola molestia" alla vertebra cervicale, "come d'un leggiero impedimento a piegare e a inclinare il capo all'indietro". Ma dopo poche settimane "a quella vertebra mi venne come un bruciore e cominciarono ad irradiarsi giù per le altre vertebre, ai reni, alle anguinaie, alle gambe, dei vivissimi dolori a fitte e a punture. Il dolore alla prima vertebra crebbe sempre più e si fissò come brace accesa, come chiodo arroventato, e pareva poi m'avessi il corpo tutto fasciato da una larga benda dolorosa". (pp. 14-15) Ecco dunque la sua vita intensa di lavoro assiduo -unico reddito della numerosa famiglia- bloccata con lui in un letto di dolore mentre i medici, "mezza parola di qui, mezza di là", non ostante la "pietosa dissimulazione" gli procurano la convinzione "che la mia sentenza era data". "Tuttavia non mi convinsi; (...) non mi pareva d'avere finito il programma di lavoro, che io era destinato a compiere. (...) No, no, quella mia povera penna non doveva, non poteva ancora spezzarsi!" (pp. 16-17) E fra poco si vedrà come quella convinzione apparentemente tanto irragionevole fosse in realtà un criptico messaggio premonitore.
Un soggiorno in Riviera -consigliato dai medici- si rivela del tutto inutile: anzi il peggioramento è tale che un amico lo consiglia fraternamente di accostarsi ai Sacramenti, cosa che farà dopo aver meditato con l'"Imitazione di Cristo". Quando ormai non può più camminare si risolve di ricondurlo a casa: il viaggio sconquassante è un'agonia e un'umiliazione: "I viaggiatori eransi affacciati ai finestrini, agli sportelli ed io sentivo il peso dei loro sguardi. (...) Oh! la tristissima emenda lungo quell'interminabile treno, sotto tutti quegli sguardi! Che spettacolo di miseria il mio, adagiato immobile su quella sedia, trasportato goffamente da quei due facchini!" (pp. 31-32) Alla fine lo accoglie il letto di casa; in quel letto sarebbe rimasto per mesi e mesi "immobile come un tronco".
Come compensazione dell'immobilità fisica la mente s'è fatta però "più libera ed equilibrata" e, non ostante la dolorosa situazione, mentre il dolore alla vertebra è "cocentissimo", può riprendere a scrivere dettando alla figlia amorosa, l'ultima delle sue figlie che lo assiste assiduamente con una forza d'amore tale che "si sarebbe detto che le altre cinque sue sorelle avessero trasfuso in lei sola l'amore per me. Essa rappresentava nell'affetto e nella pietà le altre cinque sorelle". (p. 44) La notte, però, propizia tristemente i ricordi, i rimorsi, i rimpianti: "Sì, la nostalgia della campagna, della vera campagna o verde verde, tanto verde, o abbruciata dal sole, od anco tutta bianca di neve. Giù queste pareti!": tutto il resto di questo capitolo che si intitola "Nostalgie" è l'appassionato sogno, l'illusione di poter ancora godere della sua "bella plaga monferrina": "mi si ritorni il moto; mi si ridiano gli spazi, i grandi, gli sconfinati orizzonti: li voglio, li voglio!" e "smanio nel mio piccolo letto: voglio in una corsa sfrenata, essere schiaffeggiato dal vento". E il vento sognato gli porta all'orecchio il canto
di una voce "e afferro le parole di questa nenia monferrina che già m'era ben nota:

« Quand che 'l me cheur al sia mort,
Porteilö a Margarita,
Porteilö a Margarita;
Chila al lö piirà,
A lö basrà,
E la dirà:
Oh! che malheur!
J'an facc mörì 'l me cheur,
J'an facc mörì 'l me cheur. »" (p. 61)

La gravità e l'ostinazione del male suggeriscono a un certo momento l'opportunità di un consulto in seguito al quale un professore dell'Università di Torino, "illustrazione della scienza medica", ipotizza la necessità di un' "operazioncella" alla spina dorsale, da farsi a Torino. Nuove angosce dunque per il trambusto, le spese e soprattutto i rischi di quell'"operazioncella": "fino a quando si sarebbe protratta la permanenza a Torino? E se riuscivo ad andarci, sarei riuscito a ritornare? E come sarebbe stato quel ritorno? Da vivo o da morto?" (p. 90) Ma in questo clima di pesanti incertezze, ecco profilarsi all'orizzonte l'evento straordinario, come un bagliore nelle tenebre: "Intanto si mandò ad acquistare a Milano lo specifico che il professore m'aveva con molta prudenza ordinato. Prima ancora che tale medicina mi giungesse, ecco arrivarmi una lettera di un amico dilettissimo del Vercellese, nella quale mi scriveva che sua sorella era stata in pellegrinaggio a Lourdes, ove erasi ricordata di me e così di là m'aveva appunto fatto spedire alcune bottiglie di quell'acqua miracolosa. (...) Ed essa, in una cassetta, rinchiusa in parecchie bottiglie, mi giunse finalmente da Lourdes". (pp. 91 e 93)
Non ostante la fiducia in quell'acqua, il malato, che pur si lasciava bagnare ogni parte immobile o dolorante, non voleva assolutamente farsi bagnare la vertebra che era stata la fonte di ogni altro male: "Ma la vinse mia figlia, la quale, in un dato momento, inzuppato ben bene un lino in quell'acqua, trovò modo di replicatamente bagnarmi la vertebra. Subito ... nessuna sensazione; ma mi sopravvenne uno di quei soliti e frequenti colpi di tosse e ... non avvertii alcuna ripercussione di dolore alla vertebra. (...) Provai movere il capo all'indietro, piegarlo; il movimento era libero; (...) rimasi come esterrefatto, tentando subito richiamare tutti i miei sentimenti come a raccolta. (...) Ma tutti i miei sensi così raccolti, mi dicevano che quel terribile male alla vertebra era cessato. La sparizione dunque fu pronta, improvvisa, fulminea! Il focolare del mio male erasi spento!" (pp. 94-95)
Il primo gesto che il paralizzato volle e riuscì a fare fu, faticosamente, il segno della Croce, poi pian piano, passo passo -dopo otto mesi di immobilità- recuperò davvero miracolosamente la normalità dei movimenti e nel giorno di Pasqua poté uscire di nuovo, apparendo sulla grande piazza di Moncalvo anche lui come un risorto.
Riprenderà il lavoro e terrà persino una conferenza, pronunciata a memoria, ma mentre comincia a concepire un intenso programma di lavoro letterario, ecco che i dolori si riaffacciano, il male lo aggredisce di nuovo: la delusione è cocente, facile la ribellione -poi soffocata- alla volontà divina, infine il desiderio della morte. Ancora una breve tregua, durante la quale può stendere gli appunti autobiografici, infine "ricaddi per dolori acerbissimi alla gamba destra e alle mani". Ancora un guizzo di arguzia: "È inutile! Queste mani scrissero tante corbellerie che meritavano un castigo!" La cara figlia intanto si è sposata; lo assistono con dedizione la moglie e la sorella, tuttavia l'umor nero s'impossessa di lui: "non più barzellette, non più scherzi; una tetraggine nera nera mi occupa tutto: l'umor gioviale è sparito; anzi spargo molte lagrime" (pp. 127-128). Ma la vertebra cervicale, almeno quella, non gli dà più dolore...

Fu vero miracolo? con quale autorità possiamo affermare di sì? con quali prove scientifiche si può dire di no?
La malattia che aggredì Della Sala Spada era un'osteite tubercolare (tubercolosi ossea), denominata -dal nome dello scienziato sir Percival Pott- morbo di Pott. Un'indicazione pudica dell'autobiografia (allora la tubercolosi era considerata una malattia di cui vergognarsi) ci mette, insieme ai sintomi dichiarati, sulla traccia dell'identificazione: a pagina 15 infatti si legge: "un motto misterioso che parecchie volte raccolsi: pott pott e del quale sospettai il significato medico (...)". Ebbene, quella vertebra, focolaio morboso di ascessi ossifluenti che gli invasero il corpo, poteva d'un tratto -e per sempre- cessare di dolere? L'"operazioncella" suggerita dal luminare di Torino, probabilmente mirata alla liberazione dagli ascessi, non era stata eseguita; lo specifico (quale?) che doveva venire da Milano (e che forse arrivò e fu somministrato) poteva avere un tale fulmineo potere miracoloso? O forse si trattò di suggestione? Questo almeno è da escludere, poiché il malato dichiara -come s'è visto- che su quella vertebra non avrebbe voluto assolutamente l'imposizione dell'acqua temendo che la conseguente umidità potesse rendere l'osso ancora più dolente. E dunque?
Dunque ciascuno concluderà come vuole, ma a chi scrive sia lecito fornire un'informazione bibliografica che dovrebbe risultare assai stimolante: Enza Ciccolo, "Verso l'unità cosmo", La Rosa Editrice. Si tratta di un libro che -come si legge nell'introduzione- "nasce dal desiderio di comunicare fatti ed esperienze significative che, partendo dall'utilizzo di particolari acque esistenti in natura, mi hanno portato a risultati talmente sconvolgenti da lasciare intravedere possibilità infinite. (...) Le acque di base che hanno determinato l'inizio di questa mia ricerca hanno una particolare provenienza: sono scaturite in luoghi di culto mariano o si sono informate nel momento dell'apparizione di Maria. (...) Nel rispetto della libertà di pensiero ho cercato di raccontare solo esperienze documentate (...). Queste acque (...) rispondono mediante un test di risonanza a tutte le frequenze della luce, in particolare a quelle sette frequenze di base che caratterizzano lo spettro luminoso costituito dai sette colori dell'arcobaleno, dalla cui fusione deriva la luce bianca". Agli aspetti terapeutici delle "Acque a luce bianca" viene dedicato in particolare il 9º capitolo, in apertura del quale si legge: "Le Acque a luce bianca conducono nella materia alterata l'ordine e l'armonia originarie"; dopo documentate informazioni di grande interesse e riflessioni illuminanti, viene auspicato che le Acque dei luoghi di "apparizione" diventino oggetto di ricerche evolute "da parte di menti volte allo studio attento e corretto dei legami che intercorrono tra i vari sistemi biologici della terra, della terra in relazione agli astri, della terra in relazione ai ritmi solari, lunari e planetari". Ma -si osservava nel precedente 7º capitolo ("L'acqua nella dinamica della materia vivente")- "sino a quando la scienza e la fede lavoreranno senza intesa, l'una chiusa nei laboratori l'altra nelle chiese, sarà difficile comprendere la relazione che intercorre fra energia e materia, fra luce e corpo fisico".
Poche righe sopra si trova un'affermazione impressionante: "Non sempre occorre il ritmo lento del nostro Zodiaco per ricostruire un tessuto malato, basta a volte un flash di luce, di fotoni intelligenti che hanno ancora la memoria innata e possono, in un lampo, ricollegare il tessuto fisico a quello cosmico".
Fu dunque "un flash di luce" a operare il "miracolo" su Agostino Della Sala Spada?


Appendice (A. Allemano)

Il fatto "prodigioso" accaduto all'illustre personaggio si inserisce in una vivace -per quanto rozza polemica- sostenuta proprio in quegli anni sul settimanale "L'Asino". Questo foglio, socialista e anticlericale al limite della volgarità, ideato dal giornalista Guido Podrecca e dal disegnatore Gabriele Galantara, sostenne una feroce opposizione contro la presunta mistificazione a fini propagandistici delle guarigioni inspiegabili ad opera dell'acqua di Lourdes.
Il padre Agostino Gemelli, già libero pensatore e successivamente convertitosi ed entrato in religione nell'Ordine dei Minori Francescani, medico e fondatore dell'Università Cattolica, fervente assertore della soprannaturalità delle guarigioni di Lourdes venne dall'"Asino" gratificato del titolo di "commesso viaggiatore dell'acqua di Lourdes", avendo tenuto sul tema varie conferenze in tutto il Nord Italia.
Con il titolo di "Lourdes svelata" apparvero sul foglio una serie di articoli denigratori nei confronti di quanti prestavano fede all'intervento divino durante le guarigioni ritenute "miracolose".
"Un Fides, organo della Curia di Livorno, pubblica un manifesto riferente le fughe di Guido Podrecca (un vescovo che si scomoda... per un asino) un don Colli di Montemagno,(1) un Berico di Vicenza, una Frasta di Roma ecc., e tutta la stampa cattolica sbattono in faccia al nostro Goliardo questa dichiarazione, tolta dall'opuscolo di L.M. Torcoletti: Crederemo ai miracoli? La dichiarazione-sfida dice:
«Sono deposti presso il signor Torquet, notaio a Parigi, fr. 10.000, quale premio a colui che avesse comprovato che i fatti meravigliosi narrati nelle celebre opera: Storia di Lourdes del Lasserre, non sieno fatti storici; oppure se accaduti non sorpassino le forze della natura e non sieno quindi da considerarsi sovrannaturali; ed aggiungonsi 5000 franchi per le spese dell'inchiesta.»
(...) Ho fatto ricerca del notaio Torquet presso tutti gli uomini d'affari più noti a Parigi, ma nessuno lo conosce. Nella Guida Bottin (la più grande e completa) non figura un signor notaio di tal nome, e neppure nel Bulletin mondain, che è l'indicatore di tutti i professionisti e personalità di Parigi (...)".
Di qui a concludere che anche questa sfida antirazionalista è tutta una montatura clericale, per i redattori dell'"Asino" il passo è breve. Una vignetta di Galantara dà maggior efficacia alle idee espresse dagli scritti. Un prelato dice al Papa Pio X, sofferente di attacchi gottosi: "Santità, perché non provate, per la vostra gotta, una bottiglia di acqua di Lourdes?" Replica il Pontefice in dialetto vicentino: "Tasi, diavolo! Certi consegi andegheli a dar ai merli, no al papa!"
Sulla realtà delle guarigioni inspiegabili da parte della scienza medica ciascuno è naturalmente libero di pensarla come crede. Resta tuttavia, riguardo all'avvocato Agostino, il fatto inconfutabile che dopo essere rimasto immobile a letto per più e più mesi, poté riprendere la propria normale attività, con grande gioia dei moncalvesi. In occasione della commemorazione del cinquantenario delle battaglie risorgimentali di San Martino e Solferino, in quello stesso inizio d'estate del 1909, il sindaco Luigi Caligaris annunciava con un manifesto alla popolazione: "Domenica 27 giugno commemorazione delle battaglie risorgimentali di San Martino e Solferino tenuta dall'illustre nostro concittadino Cavaliere Avvocato Agostino Della Sala Spada al quale l'Amministrazione Comunale interpretando i sentimenti della cittadinanza manda le più vive espressioni di compiacimento per la ricuperata salute". Sarà stata proprio questa la conferenza pronunciata a memoria?


1) Dovrebbe trattarsi di Don Evasio Colli (1883-1971), parroco di Occimiano (e non di Montemagno) e successivamente vescovo di Acireale e poi di Parma, vivace polemista e conferenziere. ritorno al testo


Sommario del Bollettino n. 2

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