MONCALVO, CAPITALE MORALE DEL MONFERRATO
Accogliamo su questo numero delle "Pagine" un'autorevole presentazione della nostra città. L'ha scritta Aldo di Ricaldone, discendente da nobile famiglia monferrina, storico e ricercatore di vaglia, autore dei poderosi "Annali del Monferrato", di studi di araldica, di toponomastica, di storia di comunità locali in genere. Nel volume "Moncalvo: una pagina di Monferrato" edito dal Cenacolo nel 1971 compare il suo articolo "La lunga storia dei Visconti di Moncalvo". Giornalista pubblicista, tra i molti riconoscimenti che egli ha meritato nel corso della sua carriera ricordiamo, perché legato a Moncalvo, il 3° Premio al Concorso giornalistico "Guglielmo Caccia" del 1968 per uno studio su Montabone d'Acqui, paese natale del pittore. E` socio corrispondente di diverse società storiche nazionali ed estere. a.a.
Moncalvo e il "Sire autunno" da tempo formano una simbiosi poetica e storica unica nel suo genere, almeno in Piemonte. Mai forse come a Moncalvo l'autunno non è il dannunziano "tempo del sopore", ma una stagione prodiga di manifestazioni scandite a ritmo serrato, tutte o quasi improntate alla storia medioevale della Capitale morale del Monferrato, una delle tre città forti, con San Salvatore e Trino, pronta sempre alla difesa del Marchesato Aleramico.
Per apprezzare subito Moncalvo occorre salirvi dalla statale d'Asti perché si è accolti dalla cinta bastionata delle mura sul lato sud, intorno alla chiesa di San Francesco, donde si prosegue sulla circonvallazione.(1) A intervalli regolari i torrioni sostengono la sede stradale dove si affaccia l'agglomerato urbano, intersecato da rampe, scalinate, da viottoli ripidi che s'infiltrano nelle strade interne fino alla Piazza Garibaldi. Suggestivi angoli silenti, percorsi occulti sui quali strapiombano muri di chiese e di palazzi, smisurati nello stretto spazio, ma tali innalzati per i dislivelli della scarpata sulla circonvallazione fortificata.
Piazzette dove occhieggiano portoncini barocchi di antiche dimore notarili o di vetusti monasteri. Anditi e ritagli di spazi impreziositi dai ricami di tufo con i mattoni a vista che recano l'impronta degli assedi secenteschi. In tale groviglio di ricordi di pietra svetta il bel campanile della barocca chiesa di S. Antonio, fragile e robusto insieme, sulla pleiade rossiccia dei tetti. Qua e là nella rincorsa dei vicoli e dei cortili le chiese accolgono gli oranti, lasciandoci stupefatti quando ci si imbatte nel prodigio del Conte Francesco Ottavio Magnocavallo di Varengo: la costruzione dedicata alla Madonna è davvero il capolavoro dell'architetto monferrino che seppe creare nel ristretto spazio un miracolo d'equilibrio insuperabile con la duplice serie di colonne che senza "pesare", ingentilisce l'angusta piazzetta.
Archivolti, scorci di case arrampicati gli uni sugli altri nel desiderio d'inebriarsi di sole. Dalle finestre, dai balconcini i gerani grondano chiome verdissime e fiori, come rosse bocche di fanciulle, incendiano il grigiore delle pareti, mentre i violetti glicini secolari si inerpicano da mastelli terrosi alle cimase di palazzotti ottocenteschi, trasformando il neoclassicismo in un barocco floreale che ingentilisce e vivifica la fredda ed un poco altera bellezza dell'architettura napoleonica.
Le piazze s'aprono verso i resti del castello Aleramico-Paleologo proteso a nord sulla valle del Menga e del Colobrio. Il Belvedere, sui mozzi torrioni della fortezza, proietta il viandante in un abisso di verde e d'azzurro da capogiro, con l'esultante, davvero, suol d'Aleramo, sparpagliato agli ultimi orizzonti, cimato di torri e castelli, case e vigneti nella successione infinita dei colli monferrini.
Si comprende allora come letterati e poeti abbiano, forse per un inconscio suggerimento archetipico, identificato in Moncalvo, la capitale della Marca Aleramica, dalle corti poetiche dei trovatori, agli incontri politici che determinarono la gloria ma anche la rovina di tanti validissimi nostri conterranei della dinastia aleramica.
Carducci ubicava nel 1201 nel castello di Moncalvo la cerimonia della elezione del marchese Bonifacio di Monferrato, al comando della IV Crociata, voluto dai baroni francesi.
Nel 1920 il drammaturgo piemontese Nino Berrini, nel suo "poema drammatico cavalleresco in quattro atti" intitolato "Rambaldo di Vaqueiras (I Monferrato)" rievocava in bei versi sonori le vicende della nostra terra, ambientandolo nel castello di Moncalvo: un dramma che si dovrebbe ripresentare nel locale teatro civico, come fu posto in scena la prima volta al teatro Manzoni di Milano la sera del 9 dicembre 1921.(2)
Pure il poeta dialettale Pinìn Pacòt, dedicò a quegli avvenimenti la sua lirica che inizia:
"A Moncalv l'è Cort bandìa
che 'l Marcheis a dev partì,
ij crijor l'han fat la crija
e la gent l'è tuta lì ..."
Anche lo storico astigiano Lodovico Vergano ricorda:
"Il castello di Moncalvo aprì in quei tempi le porte alle ambasciarie provenienti dal lontano Oriente, che portavano nel sobrio ambiente feudale-rurale nostrano una nota di esotico colore, le aprì agli inviati di più Corti d'Europa e a delegati comunali, a Sovrani, a illustri signori, udì il canto dei trovatori, ospitò gentildonne trionfanti di grazia, si parò a festa per giostre e tornei".
Ancora: Nino Costa, l'elegante poeta piemontese, di padre canavesano e di madre monferrina, proprio nell'area di Moncalvo, nell'ode al Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, innalza il più commosso saluto al Monferrato, con la sua concisa quartina, che però dice tutto:
- Veja tèra 'd Monfrà, gentile e fiera,
mare 'd soldà, d'artista e 'd trovador,
ch'it sas gropé d'antorn a la bandiera
la forsa dj'arme e le canson d'amor ... -
E` curioso notare a chi sfoglia gli annali della storia monferrina come storici, poeti, letterati, cronisti, non sapendo a volte ubicare episodi e vicende che grondano dalle loro penne, li inseriscono tout court a Moncalvo, talchè la graziosa cittadina assurge al grado di Capitale morale del Marchesato Aleramico. E` un istinto che prevale sulla ragione. Per quali motivi costoro abbiano scelto proprio Moncalvo e non altri centri pur degni di tale considerazione, essi non sanno.
Si forma quasi un rapporto animico tra la città e i loro sentimenti, per cui essi trovano del tutto naturale, spontaneo, logico ambientare le gesta dei loro eroi proprio a Moncalvo: perché soltanto qui potevano succedere tanti gloriosi, tragici, stupendi avvenimenti. A Moncalvo, non altrove, per il fascino delle vicende storiche, per la cortesia della sua gente, per la simpatia ch'essa prodiga a quanti s'avvicinano di persona o col pensiero a Moncalvo, Capitale morale del Monferrato.
Appendice
Cogliendo lo spunto dall'articolo, desideriamo proporre integralmente le due poesie in dialetto piemontese citate: una di Pinin Pacòt, l'altra di Nino Costa.
Quest'ultima, dedicata al Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, vuole essere occasione per ricordare -al di là di ogni valutazione storico-politica sul personaggio- che quarant'anni fa, il 1° novembre 1956, moriva il più illustre dei figli di Grazzano.
I testi dei componimenti sono conservati presso la Biblioteca Civica "Montanari" di Moncalvo"
a.a.
Pinin Pacòt (Giuseppe Pacotto)
(1899-1964)
da "Poesìe e pàgine 'd pròsa"
Turin, A l'ansëgna dij Brandé, 1967
(in appendice)
MONCALV
A Moncalv l'è cort bandìa
che 'l Marcheis a dev partì,
ij crijor l'han fat la crija
e la gent l'è tuta lì.
Su monfrin marcioma ardì
ch'an guidran Gesù e Maria.
A Moncalv l'è cort bandìa
che 'l Marcheis a dev partì.
La giù 'n tera de Sorìa
mi 'v pensrai e neuit e dì
che së 'd nò mi murirìa...
Son ëd ciòche ant ël mezdì,
a Moncalv l'è cort bandìa
che 'l Marcheis a dev partì.
Nino Costa (1886-1945)
da "Ròba nòstra" in "Poesie piemontesi"
Cenacolo, Torino (1955)
(ci siamo permessi di annotare il significato dei termini di più difficile comprensione, senza tuttavia aver voluto dare la "traduzione" in lingua della poesia che a nostro parere va letta e gustata così come fu pensata e scritta, in dialetto)
BADOGLIO
Da che scartari(3) vej dla nòstra stòria
l'é tornà a seurte 'ncheuj, quasi 'd sorpreisa,
costa figura ancoronà 'd vitòria:
italian-a, roman-a e piemonteisa?
Òm ëd pòche paròle e senza gest,
ch'a s-ciaira sempre 'ndoa ch'a veul rivé,
bon travajeur, posà, giust e modest,
e ch'a sa, prima 'd tut, bin, sò mesté.
Bel vej goregn,(4) parei d'un orm nostran,
euj monfrin cit e furb, pien d'energia,
facia quadrà 'd particolar(5) paisan
e 'n soris da brav òm, pare 'd famija.
Quand che, lagiù, l'ha piait an man j'afé
e a l'é cariasse col badò(6) sla schin-a,
tuti ij nòstri, da Assab a Macallé
a l'han sentù al timon na man monfrin-a
e sota sò comand, sensa posson,(7)
la machina pian pian l'é incaminasse;
quand ch'a l'é staita ancaminà dabon,
l'ha ciapà l'andi... e a l'é pì nen fërmasse
e ij fieuj d'Italia: ij fieuj dij fieuj dla guèra
- tropié(8) dël Carso e alpin dël Montenero -
j'arbutt novei fiorì sla nòstra tèra,
gnanca 'n set meis l'han conquistà n'impero.
Ma se a l'han tirà drit sle strà gloriose
- sens'acqua, sensa pan, cioch dal calor -
l'é ch'a sentìo ant le giornà pì frose(9)
papà Badoglio ch'a patìa con lor.
Adess l'é tornà a cà, dòp le bataje,
sensa spatus,(10) tranquil e sodisfait,
lassand ai giovo, ant le contrà servaje,
la marca ancreusa(11) 'd sò travaj bin fait
e, forse, 'nt ël sò cheur, spartìe le biòce,(12)
a pensa e a seugna con sò bel sorìs
d'andesne a fé na quaich partìa a le bòce,
con lë spessiari(13) e 'l parco,(14) a sò pais
e peuj, la seira, an mes ai campagnin,
beivend un biceròt sota la tòpia,(15)
conté sotvos an bon dialett monfrin
com'a l'é andaita... sta question dl'Etiopia.
Ma i giovnòt dij sò brich, sti meis d'ams-son(16)
quand ch'a dan l'acqua(17) o quand ch'a mé-jo(18) 'l gran,
as sento arbeuje 'l sangh për l'ambission
d'esse i soldà d'un Viceré 'd Grassan(19)
e 'nt j'età ch'a vniran, pì vera glòria
che ij marmo e ij brons e che ij librass(20) in folio,(21)
le nòne ai cit ai conteran la stòria:
« ...J'era na vòlta un general Badòglio...».
Veja tèra 'd Monfrà, gentila e fiera,
mare 'd soldà, d'artista e 'd trovador,
ch'it sas gropé(22) d'antorn a la bandiera
la fòrsa dj'arme e le canson d'amor,
mentre la gòi për la vitòria a son-a
travers le vigne e 'ntorn ai tò castej,
giontje sta neuva fior a toa coron-a,
marca sò nòm dacant ai nòm pì bej.
______
N o t e
- 1) E` l'attuale via Roma, dai moncalvesi conosciuta come "il Fosso", che congiunge il corso XXV Aprile (l'"allea") con il rione del Rinchiuso, verso l'antico Ospedale di San Marco (n.d.R.).
- 2) Il testo è conservato nella Biblioteca Civica di Moncalvo (n.d.R.).
- 3) quaderno
- 4) resistente
- 5) possidente
- 6) fardello
- 7) spintoni
- 8) soldati di truppa
- 9) difficili
- 10)vanterie
- 11) profonda
- 12) regolati i conti
- 13) farmacista (a Grazzano il dottor Lusona)
- 14) parroco (a Grazzano don Coggiola e poi don Marchino)
- 15) pergolato di viti
- 16) mietitura del grano
- 17) dànno il verderame alle viti
- 18) mietono
- 19) Vicerè d'Etiopia nato a Grazzano
- 20) libroni, libracci
- 21) si riferisce ai grandi volumi generalmente pieni di firme offerti in omaggio al Maresciallo
- 22) legare