Alessandro Allemano

ABELE TRUFFA MAESTRO DI CARITÀ


Quando il 13 giugno 1996, dopo la messa votiva a S. Antonio, il parroco di Grana don Felice Gatti mi espose l'intenzione di dedicare una giornata speciale in ricordo del maestro Abele Truffa e per questo mi chiese qualche dato biografico e documentario confesso di essere rimasto un po' sorpreso. Del maestro Truffa sapevo poco o nulla: mi era nota la sua azione in favore dei bisognosi e dei diseredati a Moncalvo mediante la San Vincenzo, sapevo del suo amore per la pittura e per i libri (tant'è vero che alcuni li donò alla Biblioteca civica di Moncalvo), conoscevo di sfuggita una fotografia che lo ritrae nel cortile della casa parrocchiale mentre sorveglia la distribuzione della colazione ai poveri durante la guerra. Ma oltre a ciò mi resi conto di non sapere nulla.
È stato quindi un compito impegnativo ma nello stesso tempo piacevole quello di redigere una brevissima biografia del maestro, denso di scoperte, di tanti piccoli particolari che ognuno di per sé ha grande importanza nella costruzione del ritratto di un grande uomo.
Ho inoltre avuto la fortuna di poter consultare l'archivio della direzione didattica di Moncalvo e di avere preziose informazioni da molte persone che conobbero il maestro, in particolare Corrado Camandone e Alberto Verdelli che qui ringrazio.
Dopo una prima stesura dell'articolo ho potuto avere dalla grande cortesia di don Gatti altre notizie sulla famiglia del maestro Abele e alcuni suoi scritti -poesie e prose- apparsi prevalentemente sul bollettino parrocchiale di Grana "La Buona Parola". In appendice riproporrò una delle "Belle leggende di Grana". Desidero ringraziare ancora l'Arciprete don Felice Gatti, esprimendogli ammirazione per la lodevole iniziativa di "recupero" della storia locale che egli va conducendo in quel di Grana.

Vi sono ancora nel mondo d'oggi molte persone delle quali i giornali non scrivono, che la televisione non intervista, che insomma, come si dice, non fanno notizia. Sono quelli
che agendo quasi nascostamente, senza clamori né pubblicità, realizzano nel modo più
sublime il precetto evangelico dell'amore verso il prossimo e l'ideale "laico" dell'umanitarismo nei confronti dei più deboli.
Abele Truffa è stato uno di questi uomini.

Nacque a Grana Monferrato il 6 ottobre 1898 da Luigi e Angela Picollo; restò sempre molto affezionato al paese monferrino che lo vide bambino e poi giovane, tanto da scriverne alcune "leggende" che meriterebbero maggior diffusione.1) Nacque ultimo di nove figli di una famiglia monferrina di antico stampo.
Come lui, anche due fratelli avevano nomi dai forti richiami biblici: Giobbe2) ed Eliseo. Seguendo la vocazione religiosa Giobbe Truffa si sarebbe fatto sacerdote salesiano e missionario in Brasile, di dove tornò per assumere la cura pastorale della frazione Santo Stefano di Montemagno3). La quartogenita della famiglia Truffa, Giuseppina (nata nel 1885), divenne invece religiosa nella Congregazione di S. Anna.


MAESTRO DI SCUOLA

Abele segue gli studi magistrali nella vecchia "scuola normale" (attuale "istituto magistrale"). Dopo la parentesi della Grande Guerra, alla quale prende parte come soldato semplice con un anno di servizio effettivo in zona di combattimento, consegue la licenza all'insegnamento ad Alessandria nel 1920.
Neodiplomato maestro, presta servizio per un anno a Livorno Ferraris presso Santhià e per sette anni a Poirino. Nel settembre 1935 è assunto stabilmente a Moncalvo, dove resterà fino alla conclusione della carriera, giunta il 30 settembre 1964 per raggiunti limiti di età.
"Per molti anni fu il maestro più conosciuto e più stimato di Moncalvo. La sua spiccata personalità era il risultato della fusione di una seria preparazione letteraria e pedagogica con un carattere gioviale, socievole, sensibile, entusiasta, aperto a tutti i problemi del suo ambiente di lavoro e della vita cittadina e soprattutto saldamente ancorato alla concezione religiosa della vita"4).
Maestro nelle classi maschili quando ancora le elementari di Moncalvo avevano sede in un'ala del vecchio palazzo municipale, assunse anche funzioni di membro del Consiglio di amministrazione dell'Asilo infantile, dell'Orfanotrofio Cissello e successivamente Presidente dell'E.C.A.,5) mentre in ambito strettamente scolastico fu segretario amministrativo della Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.)6) e del Patronato scolastico.7) Tenne la carica inoltre di Fiduciario comunale dell'Associazione Fascista della Scuola (associazione sindacale organizzata dal partito unico durante il regime fascista) e di Istruttore dei Balilla, sebbene a suo sfavore giocasse la poco fascista condizione di celibe!
A scuola il suo segreto -se si può chiamare segreto- fu di farsi benvolere dagli alunni per la dolcezza dei modi unita al rigore nell'insegnamento: "La sua classe era l'esempio di una piccola società ordinata, in cui l'ordine non era imposto, ma richiesto e ottenuto da una personalità naturalmente autorevole, in cui erano dosate dolcezza e serietà. (...) Un giorno mi ha confidato che lavorava volentieri a scuola, nella sua aula, anche quando non c'erano gli alunni, tanto era l'attaccamento anche al luogo naturale del suo lavoro"8).
Amava insegnare e desiderava aggiornarsi sulle nuove metodologie dell'insegnamento: durante il periodo delle vacanze estive trascorse dapprima a Grana, poi a Santo Stefano di Montemagno presso il fratello sacerdote non mancava di leggere testi di pedagogia. Così nel giugno 1954 avvertiva la Direzione Didattica che nel corso delle vacanze "leggerà, a titolo di studio, le seguenti opere: «Profili letterari» del Centro di Lettura, «Problemi pedagogici» del Boutroux".
Negli anni '50 un suo studio dal titolo "L' insegnamento della lingua italiana nelle varie classi" meritò il plauso dell'allora Direttore didattico incaricato Francesco Dagna, che gli scrisse: "Le esprimo, come il meno dotato dei colleghi, il mio modesto elogio e la esorto a perseverare nella fatica del magistero scolastico con la stessa intelligenza e passione". Passando poi ad esaminare la sostanza dello studio, il Direttore elogiava l'idea del tema libero, proposto dal maestro Truffa come fatto innovativo rispetto alla tradizionale composizione di lingua italiana.
I quadri riassuntivi che la burocrazia scolastica esigeva da ogni insegnante al termine dell'anno di lavoro erano compilati da lui con scrittura regolare e ordinata e da essi pure traspariva la passione che egli poneva nello svolgimento del proprio lavoro. In piena guerra, nell'anno scolastico 1941-42, alla domanda se vi fossero inadempienti all'obbligo scolastico il maestro rispondeva di no e alla successiva richiesta di "quale opera abbia spiegato per l'osservanza dell'obbligo", Truffa rispondeva con una sola parola: "persuasione".
La sua Quarta maschile quell'anno certo non di vita comoda e di agi tanto per il maestro che per gli alunni e le loro famiglie aveva acquistato per la biblioteca scolastica con la somma di 24 lire "La bottega dello stregone" di A. Silvio Novaro, "L'ombra sulla strada" di Olga Visentin e "Ruggine" di Renzo Pezzani: particolarmente gradito risultò "La bottega dello stregone", che il maestro definisce "piccolo capolavoro che i ragazzi adorano perché in esso sono racchiusi tutti i sogni della loro vivace fantasia e gli ardimenti del loro cuore generoso".
Qualche anno prima, il 22 novembre 1939 aveva condotto la Quinta maschile a Crea per una passeggiata "con scopo ricreativo religioso", precorrendo di un buon ventennio l'idea della lezione all'aperto. Così, verso la fine della sua carriera di maestro, nel fare il resoconto delle attività svolte nell'anno scolastico 1959-60, dichiararà di avere svolto "brevi passeggiate alla periferia di Moncalvo per un diretto studio della botanica". Pochi anni prima nell'illustrare particolari iniziative in aggiunta al piano di lavoro annuale affermava: "Secondo lo spirito dei nuovi programmi, il piano di lavoro di ogni classe deve includere anche una diligente visita agli impianti industriali, alle botteghe artigiane, ai cantieri del luogo per una più vasta conoscenza del sapiente procedere dell'umana attività in ogni settore. Moncalvo vanta fiorenti officine meccaniche per la fabbricazione dei pezzi di ricambio per automezzi, di aratri e trattori nonché una ben nota distilleria delle vinacce. Nel corso dell'anno scolastico, sempreché nessun ostacolo vi si frapponga, intendo condurre gli alunni a visitare gli importanti centri di lavoro".
Il suo amore per le buone letture si scopre anche dando uno sguardo ai titoli delle poche ma selezionate opere che il maestro donò alla Biblioteca civica di Moncalvo: libri d'arte, antologie poetiche, belle pagine di letteratura contemporanea talora fregiate dalla dedica dell'autore. Sul frontespizio di "Via Larga", gustosa raccolta di bozzetti di artisti fiorentini del Medioevo, leggiamo: "All'amico Abele Truffa con tanti auguri cordiali dal suo Piero Bargellini"9).


SCRITTORE E ARTISTA

Insegnare ai fanciulli ad amare la lettura e la composizione fu per Abele Truffa tutt'uno con l'esercizio della scrittura, anche a livelli elevati.
Poesie, novelle, bozzetti d'ambiente moncalvese e monferrino, saggi di storia dell'arte, monografie sui personaggi locali, la produzione di Truffa scrittore è vastissima. Ricordo personalmente che da bambino leggevo su ogni numero del "Bollettino di Crea"10) una poesia del maestro. Erano per me componimenti di non facile lettura per la verità, con qualche termine prezioso e ricercato, prive di rima. Riletti qualche decennio dopo essi rivelano grande sensibilità ed amore per ciò che ispira la poesia, come in questa "Sosta a Sant'Eusebio" (1971) che l'Autore pospose ad un suo articolo dal titolo "Profilo di Sant'Eusebio".

"Sto per salire a te, Monte mio santo,
Ma prima sosto al rezzo armonioso
Della fonte che Eusebio disserrò
Quando cercò rifugio nel tuo seno.
Il getto canterino
È come il trillo di un uccello
Che sol conosce la felicità.
Scende da secoli ma ignora il tempo
E reca una perenne giovinezza
Perché l'intemerata illibatezza
Scaturì dalla verga d'un atleta
Che sol piegò la fronte per martirio.
(...)"

Passando dalla poesia alla prosa, mi piace ricordare una paginetta scritta sul bollettino parrocchiale "La buona parola" dell'ottobre 1942, intitolata "Le ore di Moncalvo", dove l'insegnante che si sente ormai pienamente moncalvese passa in rassegna con discrezione le varie realtà della cittadina nel momento in cui su di essa scende la notte.

"(...) Ora domina il silenzio ne la campagna, per i sentieri, per le vie e per le piazze. I grandi alberi dei Cappuccini hanno moti sonnolenti come di persone gravate di stanchezza mentre Borganino tace e tacciono i cipressi del camposanto e le robinie di S. Giovanni. Le acacie dei viali hanno lenti respiri e qualcuna placidamente piega verso la campagna l'ampia chioma come per una confidenza.
Ma ecco, da l'alto, l'ora di Piazza Garibaldi manda brevi rintocchi: sono le prime voci de la notte dal timbro freddo come l'aria che le accoglie, come le ombre che le circondano, e ricordano i secchi richiami delle scolte vigili su gli spalti di una fortezza. Lente, metalliche esse si diffondono destando echi su ogni origliere e su ogni culla, richiamando il ricordo di perdute felicità o di profondi dolori, o schiudendo serene visioni di giovinezza gioconda.
Risponde San Francesco dal suo severo convento e dal suo tempio maestoso ma con una voce mistica ed eroica insieme: la fede parla il suo linguaggio immutabile, eterno ma ineffabile perché è la voce di una madre che parla ai figli, ed è dolce anche se suona rampogna, è serena anche se sveglia rimorsi, è accogliente anche se biasima e mette a nudo le miserie del cuore.
E con essa parlano gli Eroi del verde Parco de la Rimembranza. La notte li chiama a convegno su la ridente altura, a l'ombra degli olivastri a rievocare le gesta immortali; e ripetono i giorni delle cruente battaglie, gli urti formidabili, le mischie furibonde, le interminabili veglie ne l' aspre trincee, le ardimentose scalate, i guadi audaci e tutti i prodigi del loro valore.
E nel clima ardente del ricordo ecco apparire al loro sguardo il volto soave de la madre, il profilo sereno de la sposa, la bionda testa d'angelo del figlio: l'incontro trasfigura la loro anima e sublima il loro olocausto.
Quasi eco gentile, s'innalza la voce di S. Marco, l'ora che segna il lento svolgersi del dolore; voce pacata, voce casta, voce che sembra discendere da un altro mondo tanto risuona nuova, tanto è inconfondibile il suo timbro. In essa il pianto segreto de la sofferenza che a stilla a stilla batte sul cuore umano ferito ne la sua essenza fisica e spirituale.
Le finestre de l'Ospedale sono tutte illuminate: là si veglia in trepidazione accanto ai bianchi letti su cui le martoriate membra de l'umanità chiedono una tregua a lo spasimo. Per le corsie passa il dolore additando la croce e, oltre il breve spazio chiuso, l'azzurro che arde d'infinite stelle. La pace de l'ora ha un potere d'assopimento su l'animo dei sofferenti e le stanche pupille si chiudono in un momentaneo oblio del male. (...) Nell'immane travaglio che agita il cuore umano, forse domani, risuonerà l'ora de la divina libertà che affrancherà lo spirito dalla millenaria schiavitù del male".
Compose bozzetti storico-rievocativi per i giornali locali, come il ricordo del cimitero degli ebrei11) che giace sul crinale della collina sulla strada che porta a Grazzano: "(...) Dinnanzi al suo cancello sfrecciano macchine rombanti a tutte le ore ma la sua pace non sembra turbata tanto è assorta nel pensiero delle creature che là riposano. Se il profano potesse varcare quella soglia e fermare lo sguardo su quei tumuli, vedrebbe aprirsi dinnanzi a sé come un libro di meditazione. (...) Il popolo che conobbe la schiavitù, i campi di tortura e di sterminio, rivive ammantato di splendore come dopo l'uragano la natura esplode con centuplicate energie e copre le rovine di una prodigiosa flora".
Alla metà degli anni '60 partecipò con grande entusiasmo alla realizzazione di alcuni saggi rievocativi di alcuni moncalvesi illustri: a quell'epoca risalgono le brevi biografie dell'artigiano e benefattore Gabriele Capello e dello scrittore Agostino Della Sala Spada ed il ricordo di Rosa Vercellana in "La bella Rosina, regina senza corona".
Nel 1968 cadde il quarto centenario delle nascita di Guglielmo Caccia e si costituì in Moncalvo un comitato promotore di valide iniziative che ancor oggi possono essere di esempio agli amministratori della cultura: il maestro Abele collaborò ad una delle opere più prestigiose di tutto il programma delle celebrazioni. Del libro che il Cenacolo di Moncalvo pubblicò sul nostro pittore, tanto nostro da chiamarsi semplicemente "il Moncalvo", egli compose la parte critico-biografica, mentre il professor Giovanni Romano redasse l'elenco delle opere cacciane sparse per il Piemonte e la bassa Lombardia. Il libro, oggi pressoché introvabile, "è un documento ricco di notizie sull'ambiente artistico in cui operò il Caccia, sui contatti con molti artisti suoi contemporanei, dai quali attinse i valori della sua cultura eclettica. La descrizione di molti quadri dimostra non solo la vasta cultura, ma anche la squisita sensibilità del maestro".12) In occasione del concomitante Concordo giornalistico "Guglielmo Caccia" egli vinse pure una medaglia d'oro del conio di Moncalvo presentando fuori concorso un articolo dal titolo "Una suora dipinge", pubblicato dal "Cittadino" di Asti e successivamente dalla "Provincia di Alessandria": nello scritto il maestro esamina la figura di Orsola Caccia, figlia del pittore e pittrice essa stessa, monaca orsolina, i cui quadri di quasi esclusivo argomento religioso riecheggiano l'arte del padre.
Quando, pochi anni dopo, lo stesso Cenacolo diede alle stampe "Moncalvo, una pagina di Monferrato", l'articolo descrittivo delle chiese di Moncalvo portò ancora la firma di Abele Truffa.
Ma il vero amore del maestro rimase fino all'ultimo la poesia. Partecipò a diversi concorsi nazionali con risultanti assai lusinghieri: il suo "Stabat Mater" compare in "Dante il Padre della Patria", antologia di poesia italiana d'ispirazione dantesca, pubblicata dagli editori Santi di Milano nel 1966. Ottenne la medaglia d'oro al "Premio Lunigiana per un racconto inedito" del 1967 e al 1969 risale l'antologia "Guido Gozzano e il Crepuscolarismo", curata da Salvatore Maturanzo ed edita da La Prora di Milano, nella quale è riportata la lunga poesia "L'immagine". Nella breve scheda biografica di quest'ultima opera leggiamo che "iniziò l'attività letteraria all'età di vent'anni collaborando a Riviste scolastiche e per l'infanzia. Coltivò la poesia tradizionale nella scia luminosa dei Maestri come Dante, Foscolo, Carducci, Pascoli. Colse lusinghieri successi con liriche, fiabe e racconti che avevano partecipato a concorsi letterari. Segnalato un suo poemetto in terza rima di 1300 versi intitolato "Il giovane mattino". Encomiato dal Ministero della Pubblica Istruzione per le sue tesi sopra l'educazione morale e civile intorno alla didattica delle varie discipline".
Anche le ricorrenze liete nella vita degli amici che Truffa aveva numerosi in Moncalvo diventavano occasione per poetare, come dimostra questo componimento inedito dal titolo "Al Principe ... Igor di Moncalvo" scritto per la nascita del figlio di Teresio Zanzottera, fotografo e titolare della "Parva Lux":

"Prima che tu nascessi questa casa
Sembrava un albero coi rami spogli
In attesa di teneri germogli;
Or dal profumo d'un fior è tutta invasa.

Questo fiore sei tu, fiore di vita
In attesa di crescere robusto
Come l'immagine del nudo fusto,
Dolce vision che alla letizia invita.

Hai la voce di rondine tornata
Da oltre mare a salutare il nido;
Come somiglia al suo il tuo grido
Che rallegra d'incanti la giornata!"

"Si dilettò anche di disegno e pittura: restano diversi suoi quadri che hanno per soggetto fiori o natura morta, realizzati con la tecnica dei colori a pastello"13).
Il maestro possedeva una discreta tecnica pittorica e, seppure a livello di puro dilettante, produceva quadri apprezzati da chi di arte se ne intendeva.
A corredo di un articolo apparso su "L'Eco moncalvese" nel marzo 1978 in occasione degli 80 anni del maestro una fotografia lo ritrae vicino ad una delle sua nature morte. "A chi [fra i suoi ex alunni] si sposava -scrive il cronista- regalava uno dei suoi quadri: un paesaggio dai colori vivacissimi, un piatto di frutta disegnato con il pastello. (...) E la delicatezza dei disegni che sbucano come per miracolo dalle pagine dei vecchi quaderni, resta la stessa in tutte le altre opere. Nel ritratto di un vecchio segnato dalla fatica, nei numerosi quadri a olio, a matita, a pastello"14).
Dipingeva per diletto, non certo per desiderio di guadagno e se qualcosa poteva raccogliere da questa sua passione veniva subito destinata alla beneficenza. Nel settembre 1977, partecipa ad una mostra di lavori artigianali con "una cinquantina di disegni (...) che propongono una interessante carrellata delle figure umane monferrine"15).


IL SERVIZIO VERSO IL PROSSIMO

Se la passione per l'arte sottoforma di poesia, prosa e pittura costituì occasione per il suo spirito di elevarsi verso orizzonti lontanissimi ben al di sopra delle miserie umane, fu proprio nei confronti delle umane miserie che Abele Truffa svolse la sua opera più assidua, nascosta e benemerita.
"L'orientamento religioso della sua vita, favorito da un aspetto del suo temperamento portato alla riflessione, alla meditazione, alla contemplazione, era fondato saldamente su una buona cultura religiosa e una informazione continua sui documenti pontifici e in totale sintonia con le idee e le iniziative di quel grande parroco e grande uomo che fu Don Bolla"16).
Abele Truffa apparteneva quindi alla cerchia dei collaboratori di Don Bolla e questo basterebbe a dire tutto.
Quando il neoparroco di Moncalvo fondò un primo gruppo di Vincenziani17) all'inizio degli anni '30 egli fu tra i promotori dell'iniziativa e rimase membro attivissimo del sodalizio caritativo fino alla morte, assumendo anche cariche direttive. Dalla sua abitazione di Via Giovanni Lanza, nel sito che i moncalvesi dicono "'l ròc", partivano quotidiane spedizioni in soccorso di poveri, vagabondi, carcerati, orfani, ammalati, in una parola tutti coloro che portavano nel corpo o nello spirito la sofferenza e in ognuno dei quali Abele, secondo lo spirito evangelico, vedeva il Cristo sofferente.
"«La mia casa è un porto di mare» dice. «Viene tanta gente, gente che ha bisogno d'aiuto, ed io non so tirarmi indietro». È un uomo che ha vissuto per la carità e che ha cercato di esprimere nell'arte la sua gioia di aiutare gli altri. È presidente della San Vincenzo da moltissimi anni. Quando qualcuno bussa alla sua porta non ha bisogno di chiedergli come la pensa per poterlo aiutare. La sua carità non ha colore, il bene che fa è senza etichetta. Anche lui ha avuto le sue delusioni. «A volte ho prestato soldi e non me li hanno restituiti» dice, ma i principi sono stati più forti dei dispiaceri.
Ha trovato il lavoro a molti disoccupati, ha pagato l'affitto alle famiglie bisognose, di notte non ha dormito quando sapeva che qualcuno aveva bisogno e lui non lo poteva aiutare. Perché Lui, Abele Truffa, ha sempre dato. Un consiglio, una parola buona, il sacchetto con le caramelle, le noccioline e i mandarini che tutti gli anni prepara pazientemente per gli ammalati e va personalmente a distribuire all'Ospedale San Marco"18.
Come attivista vincenziano organizzava la refezione per i poveri di Moncalvo ed il grande pranzo di Natale: una fotografia degli anni '40 lo ritrae presso la tavola imbandita a cui sedevano gli indigenti, serviti dalle Damine di S. Vincenzo.
È lo stesso maestro Truffa che, scrivendo di Don Bolla nel 1962, parla delle iniziative caritatevoli dei volontari moncalvesi.
"La costituzione della Conferenza stessa trovò (...) un nutrito numero di volonterosi, uomini, giovani e donne dell'Azione Cattolica, e la benefica Società ebbe uno sviluppo impensato. L'appello alla generosità della popolazione venne accolto con lo stesso entusiasmo del promotore.
Gli ammalati, i bisognosi, i carcerati sentivano il provvidenziale influsso della «San Vincenzo», che settimanalmente provvedeva, tramite le visite dei suoi Confratelli, a fornire la grande famiglia dei diseredati dei più indispensabili generi alimentari nonché di indumenti.
Nel periodo invernale nella casa parrocchiale veniva aperta una cucina con annesso refettorio per tutti i poveri del paese e di passaggio. (...) A Natale un solenne pranzo accoglieva nel salone della canonica un notevole numero di poveri. Accanto alla cucina e al refettorio veniva aperto anche un dormitorio per i poveri di passaggio"

Fu pure membro dell'Azione Cattolica, nella quale assunse cariche direttive nell'ambito della Giunta Parrocchiale, un organismo collegiale che si prefiggeva di collaborare con il parroco nell'impostazione e nello svolgimento dell'azione pastorale. Oggi i suoi compiti sono svolti dal Consiglio pastorale parrocchiale, ma in quegli anni la collaborazione tra il parroco e i laici era una novità, destinata a portare buoni frutti soprattutto se il parroco si chiamava Don Giuseppe Bolla.
In ricordo del suo Don Bolla per l' occasione del decimo anniversario della sua morte (1962) il maestro compose l'inno ufficiale delle manifestazioni culminate nella traslazione della salma di Don Bolla in San Francesco:

"Dal tuo cielo ecco ritorni,
in un'estasi d'amor,
per rivivere i tuoi giorni,
circonfuso di splendor.
(...)"

Il maestro fu anche terziario francescano, vivendo nel mondo e da laico il senso della mistica e della spiritualità che ebbe a Moncalvo nei secoli passati grande seguito per la presenza di ben tre conventi19) dei figli di San Francesco.
"Visse il celibato come una vocazione che favorì la sua totale disponibilità per gli impegni di natura culturale e religiosa"20).


VERSO ORIZZONTI PIÙ VASTI

Gli ultimi anni della lunga vita di Abele Truffa trascorsero nella solita attenzione verso i più deboli. In molti ricordano un gesto quotidiano, semplice e naturale, che pure è simbolo della spontaneità con cui usava fare del bene; presso la panetteria Tappa ogni giorno deponeva in un cestino appositamente predisposto dai confratelli vincenziani una forma di pane che sarebbe poi servita per i bisogni degli indigenti della sua città.
In segno di riconoscenza per le molte attività svolte in Moncalvo dalla fine degli anni '20, il Comune gli conferì nel 1971 il "Premio della Bontà" e la Medaglia d'oro "Città di Moncalvo" per i lunghi anni di appassionato insegnamento.
Non temeva la morte e quando qualcuno gliela ricordava egli gradiva citare papa Giovanni XXIII: "Papa Giovanni diceva che è sempre bello nascere ed è sempre bello morire. La morte viene, è meglio attenderla con serenità"21).
Per lui il momento supremo giunse il 30 ottobre 1980, un giovedì, giorno in cui Moncalvo è tutto un fervore di commercio.

A 82 anni un attacco cardiaco chiuse la sua giornata terrena in una stanza di quell'Ospedale San Marco che tante volte lo aveva avuto visitatore.
Come estremo atto di generosità verso gli altri volle donare le proprie cornee, perché, lui morto, i suoi occhi continuassero a vivere donando la luce ai fratelli meno fortunati. Il ricordino funebre dettato da Alberto Verdelli sintetizza così l'esistenza buona di Abele:

"Fervida carità e serena poesia
hanno illuminato tutta la sua vita di cristiano
e animato la sua molteplice opera di educatore,
di artista, di amico dei poveri e dei sofferenti.
Estremo dono di sé, la luce dei suoi occhi
vive ancora in altri. Il suo spirito vive
per sempre nella Luce e nell'Amore infiniti".

Durante le esequie svoltesi il giorno di Tutti i Santi il parroco Don Carlo Grattarola paragonò il maestro Truffa al chicco della parabola evangelica che, morto e sepolto nel buon terreno, dà vita ad una pianta rigogliosa, auspicando che tutti i presenti potessero essere quella pianta nata dall'esempio del defunto.
Dopo il rito funebre la salma del maestro venne tumulata nella natia Grana.
Scrive Corrado Camandone, che conobbe ed apprezzò per molti anni Abele Truffa direttamente "sul campo" della cooperazione parrocchiale e della carità cristiana:
"Il nostro maestro conclude la biografia di Guglielmo Caccia con una riflessione preziosa: quasi rapito dalla bellezza delle figure create dal pittore, Madonne e angeli, le definisce «figure non contaminate dalla colpa, ma in uno stato di perenne intimo candore». Con queste parole, senza saperlo, ha descritto se stesso: è mia profonda convinzione che il maestro Abele Truffa abbia attraversato il sentiero della vita «in uno stato di perenne intimo candore»"22).


BIBLIOGRAFIA DELLE OPERE DI ABELE TRUFFA

Riporto -in ordine cronologico- le indicazioni utili per rintracciare le principali produzioni letterarie del maestro, scusandomi fin da ora per le eventuali lacune. Tutte le opere citate sono reperibili presso la Biblioteca Civica "Franco Montanari".

"Gabriele Capello", Pro Loco di Moncalvo a favore del Patronato scolastico, s.d. (ma 1965)

Salvatore MATURANZO "Dante il Padre della Patria. Antologia di poesia italiana d'ispirazione dantesca con un saggio sul Sommo Poeta e la «Storia di Napoli»", Santi editori "La Prora", Milano, 1966 (di A. Truffa "Stabat Mater" a p. 447)

"Guglielmo Caccia detto «il Moncalvo» nel quarto centenario della nascita", Edizione del Cenacolo, 1968 (di A. Truffa il testo critico-biografico)

Salvatore MATURANZO "Guido Gozzano e il Crepuscolarismo. Antologia di poesia italiana d'ispirazione gozzaniana con un saggio sul poeta e una silloge di liriche crepuscolari", La Prora, Milano, 1969 (di A. Truffa "L'immagine" a p. 551)

"Una suora dipinge" in "La Provincia di Alessandria" n. 1, gennaio 1970

"Le belle chiese di Moncalvo" in "Moncalvo: una pagina di Monferrato", Edizione del Cenacolo, 1971

Inoltre, come detto nel testo, articoli, poesie ed interventi di Abele Truffa si possono anche trovare sui periodici:

"Madonna di Crea"
"La Vita casalese"
"Il Cittadino"
"La buona parola", edizioni per la parrocchia di Moncalvo e per quella di Grana

APPENDICE

Da un numero del bollettino granese "La buona parola" degli anni '40 fornitomi da don Felice Gatti ripropongo una delle "Più belle leggende del nostro paese", quella dal titolo "La corsa delle due vecchie". Queste leggende sono racconti leggeri, semplici ed avvincenti, che parlano delle cose e delle località consuete a chi legge: per capirli e gustarli non occorre "avere studiato" eppure rivelano grande cultura e preparazione da parte del narratore. Potrei dire che mi ricordano le letture dei vecchi libri di scuola. Più che tutti sono eloquenti i commenti dei granesi che leggevano gli scritti del maestro Abele: "Sono come un bel bicchiere di acqua fresca bevuto dopo una lunga caua ed un lavoro pesante: un vero sollievo!"23).

La corsa delle due vecchie

Il nostro caro paese, famoso per la sua barbera ad alta gradazione, ha una storia infiorata di graziose leggende; una di queste, originalissima, ha per titolo: «La corsa delle due vecchie».
Quando (è incerta la data) avvenne la sistemazione dei Comuni e la conseguente delimitazione del territorio spettante ad ognuno, fra Grana e Castagnole nacque una contesa. I Castagnolesi vantavano sui Granesi, si ignora in forza di quale legge, diritti di una maggiore assegnazione di territorio. I Granesi, naturalmente, vi si opponevano. La contesa si fece aspra e minacciava di mutarsi in una guerriglia. Gli animi erano accesi e già nell'ombra si affilavano le armi. Ma ecco che il provvidenziale intervento di due vecchie venne a mutare l'aspetto della contesa, da minaccioso in cavalleresco.
Due vecchie, dunque, una di Castagnole e l'altra di Grana, come per una mutua intesa, proposero ai rispettivi compaesani di affidare la soluzione della contesa ad una corsa da compiersi contemporaneamente da esse ma in senso opposto; una da Castagnole verso Grana, l'altra da Grana verso Castagnole. Il punto in cui si fossero incontrate avrebbe segnato il confine fra i due territori. Lungo il percorso un'apposita commissione avrebbe verificato la regolarità della corsa.
Spuntò il grande giorno che, nella storia dei due Comuni limitrofi, avrebbe segnato una data. Era giorno di festa. Dopo le funzioni religiose le due popolazioni si riversarono nella vallata in attesa del grande avvenimento. Ecco, risuonano per l'aria due rintocchi di campana: una proviene dalla torre di Grana, l'altra da quella di Castagnole: è il segnale. Le due vecchie richiamano in sè le migliori loro energie ed iniziano la corsa. Entrambe corrono in discesa fra due ali di popolo incitante e plaudente.
Poverette! É ammirabile il loro proposito, più ammirabile la loro volontà, ma chi è capace di trattenere le risa?...
La corsa s'avvicina la suo epilogo ma a svantaggio dei Granesi. La povera loro compaesana ha dato tutto quanto poteva ma non ha vinto. Mentre ella ha percorso un tratto di strada distante qualche chilometro dal paese, la sua rivale ne ha percorso quasi il doppio. Entusiasmo indescrivibile nei Castagnolesi, rammarico ed umiliazione nei Granesi: ma pace ed armonia fra i due Comuni.
A ricordo dell'avvenimento si decise da entrambi i paesi di donare al Beneficio parrocchiale di rana il prato in cui le due donne si erano incontrate. Quel prato da allora fu chiamato: «Pra-donne» e ancora oggi questa denominazione indica una ristretta valle a poco cammino dell'abitato.


N O T E

 

Sommario di Pagine Moncalvesi n. 2
 

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