RILETTURE
GABRIELE CAPELLO, ARTIGIANO ALLA CORTE DEL RE
Moncalvo annovera fra i suoi figli più illustri un cittadino al quale le Amministrazioni civiche hanno nel tempo intitolato una strada e la scuola media. Nell'atrio del Municipio, sul lato sinistro, sotto ad un suo busto, opera dello scultore Tabacchi, si legge questa epigrafe:
"Nato povero col lavoro acquistò fama ricchezza onori e la stima affettuosa del Re Carlo Alberto ma fu sempre memore della sua vita di operaio e modestamente felice di esser noto col nome del nativo Comune al quale morendo larga parte del ricco censo legò ad incremento dell'istruzione. Il Municipio a perenne ricordo di tanta operosità e virtù e del ricevuto beneficio pose, 23 ottobre 1898".
Si tratta di Gabriele Capello, ebanista ed intagliatore di grande fama, nato a Moncalvo nel 1806 e morto a Torino nel 1877.
Tra le sue opere più famose ed ammirate basterà ricordare la sala del Trono e la sala del Consiglio a Palazzo Reale di Torino. La chiesa moncalvese di San Francesco poi conserva del Capello, nella navata di sinistra, uno splendido confessionale decorato a motivi compositi.
Fu tanto innamorato della sua Moncalvo da adottarne il nome, sì da essere più noto come Moncalvo che con il suo vero nome; al Municipio e alle Opere pie di Moncalvo legò una parte cospicua del suo ingente patrimonio, fondando un Legato Capello per l'istruzione degli operai.
Di lui ha scritto bene il maestro Abele Truffa nel libretto "Gabriele Capello", edito nel 1965.Un ritratto meno noto del nostro concittadino -tanto illustre allora quanto oggi è obliato- venne eseguito da uno scrittore e uomo di scienza torinese quando il Capello si era ormai ritirato dall'attività artigianale. Merita riproporre questo testo che mentre onora un ragguardevole moncalvese, nel contempo ci fa conoscere un libro che io penso ignoto ai più.
L'Autore del brano è Michele Lessona, nato a Venaria Reale, presso Torino, nel 1823. Figlio di famiglia assai modesta ma sensibile alla necessità dell'istruzione, nel 1846 si laureò in medicina. Viaggiò a lungo nei paesi del Medio Oriente, per passare ad insegnare storia naturale prima ad Asti e poi all'Università di Torino. Fu successivamente negli atenei di Genova e Bologna, quindi, nel 1865, ancora a Torino, dove gli viene offerta la cattedra di zoologia e anatomia comparata. Divenne in seguito rettore dell'ateneo subalpino e membro dell'Accademia delle Scienze. Di questo periodo sono alcune delle pubblicazioni scientifiche più note di Lessona, riguardanti le rivoluzionarie teorie di Darwin sull'origine della specie: egli fu infatti convinto assertore dell'evoluzionismo e uno dei maggiori divulgatori delle scoperte dello scienziato inglese. Fra le sue opere di carattere scientifico si ricordano tre volumi di "Conversazioni scientifiche", "Carlo Darwin" e "Naturalisti italiani", mentre raccolse note autobiografiche nelle "Confessioni di un rettore".
Nel 1892 venne nominato Senatore del Regno. Morì a Torino nel 1894."Volere è potere" venne pubblicato nel 1869.
Si tratta di una galleria di personaggi che in ogni parte d'Italia hanno fatto proprio il motto che divenne titolo del libro, spesso partendo da condizioni familiari miserrime per elevarsi, grazie alla loro forza di volontà e all'intelligenza, fino a posizioni di grande rispetto nella società del tempo.Da Giuseppe Garibaldi allo scultore Vincenzo Vela, da Gioacchino Rossini al "capitano nero" Michele Amatore, dall'armatore calabro-siciliano Vincenzo Florio allo scultore senese Giovanni Duprè, per ognuno Lessona traccia un ritratto sintetico ed efficace, tutto informato di quel paternalismo laico ed illuminato che contraddistingueva lui come tanti altri intellettuali dell'epoca risorgimentale.
"Ogni provincia ha doni preziosi di natura, tempre elette d'uomini che sepper tenacemente volere, e colla tenacia della volontà riuscirono utili a sè stessi ed agli altri. Ogni italiana provincia ha uomini egregi, talora oscuri, ma degni di ammirazione", afferma l'Autore nel capitolo introduttivo del libro.
Particolare curioso, le pagine del volume sono incorniciate da quattro motti, adagi o proverbi che in qualche modo riconducono al titolo e alla sostanza dell'opera. Per citarne alcuni, riportati nelle pagine dedicate al Capello: "La parola è una", "Roba rubata, ha poca durata", "Chi pietà non ha, pietà non trova", Chi fa bene, sempre bene trova", "Chi litiga col muro, si rompe la testa", "Parla poco, e non te ne pentirai", "Chi lascia pane e cappa, non sa dove incappa", "Lo scherzo è riso e gioia; ma quando è troppo annoia", "Chi brama l'altrui, perde il suo", "Bisogna riflettere molto, e parlare poco", "Dopo l'amaro, il dolce è più caro".
Riportiamo dunque il brano riguardante l'illustre concittadino, precisando che le note non sono testuali, bensì inserite dai redattori delle "Pagine" per meglio inquadrare lo svolgimento della narrazione. Il carattere corsivo di certe parole è invece testuale.
MONCALVO (GABRIELE CAPELLO)
I colli che si distendono fra Asti e Casale Monferrato sono certamente fra i più belli che si possano vedere in qualsiasi parte del mondo. Altissimi, in parte selvosi, più spesso diligentemente coltivati e lieti delle viti onde va tanto pregiato il vino del Piemonte, ricchi di cereali, nutrono una popolazione robusta e gagliarda, che fa echeggiar di festose grida le valli al tempo delle vendemmie, e col tenace lavoro sempre più arricchisce e migliora le sue terre.
I vertici di quei colli son coronati dalle antiche castella, illuminate fantasticamente al tramonto dai raggi del sole, sporgenti al mattino come strane isolette dal mar di nebbia che inonda nel tardo autunno le valli.
Sopra uno dei più belli e più alti fra quei vertici, dominanti tutti i paesi all'intorno, pittorescamente si posa Moncalvo.
Qui addì 14 marzo 1806 nasceva decimo figlio di un povero tessitore Gabriele Capello, che doveva poi diventare popolarissimo in Torino col nome del suo paese nativo.
Pochissimi anche oggi in questa città vi sanno dire chi sia il cavalier Gabriele Capello; tutti conoscono il Moncalvo.
Egli stesso parlando di sè si chiama piuttosto Moncalvo che non Capello, ed io pure parlando di lui, per la inveteratissima abitudine, non posso [fare] a meno di chiamarlo Moncalvo.
La sera in cui il Moncalvo bambino fu portato a battezzare, il padre, il padrino e la madrina, dissero che volevano chiamarlo Gabriele: il parroco rispose: -Sta bene.- E lo battezzò invece per Michele, scrivendo questo nome sui registri.
Quando, venti anni dopo, venuta pel figlio la leva, il padre s'accorse di questo errore, non se ne meravigliò molto. -Quel brav'uomo, disse ripensando al parroco, la sera non era mai sicuro del fatto suo.-
Le rimembranze dell'infanzia del Moncalvo gli ricordano un fatto doloroso: le lunghe sere dell'inverno nelle stalle, ed un poco anche in tutto il resto dell'anno e in tutte le ore del giorno, sentiva raccontare storie spaventose di streghe e di folletti, di diavoli fiammeggianti con corna e coda ed occhi di bragia che se ne venivano in questo mondo a portarsene infilzati su forche roventi i peccatori all'inferno. Queste storie gli aveano messo nell'animo tanto terrore, che non osava più andar solo, la notte si vedeva demoni e dannati sul capo, e dava convulsivamente in un salto ad ogni improvviso rumore. A ciò egli riferisce un non so che di timido e d'imbarazzato, che più o meno gli è rimasto poi sempre. Non che veramente desse fede a quelle istorie; non ci credeva, ed anzi per questo il padre lo chiamava l'incredulo: ma ne rimaneva terribilmente colpito.
A scuola, soleva essere assiduo ed applicato, segnalandosi sopratutto per memoria felice, cosicché in breve, facendo ripetutamente in un anno solo quello che gli altri facevano in due, arrivò a compiere in età di dodici anni la umanità, che era tutto quello che allora di più alto s'insegnasse a Moncalvo.
Il maestro, che aveva posto molto affetto al fanciullo, consigliò il padre di farlo proseguire negli studi mettendolo in un convento di frati; il consiglio non piacque molto al padre e meno ancora al figliuolo, e si pensò ad un mestiere.
Fu messo nella bottega da falegname d'un tal Giacomo Baiardo, abile maestro, ove si diede con tanta applicazione al lavoro, che due anni dopo aveva imparato tutto quello che Baiardo gli poteva insegnare, e il maestro era tutto orgoglioso del giovinetto operaio.
E qui diciamo in anticipazione che quando più tardi il Moncalvo si trovò in Torino capo di una fiorente officina, fece venire il Baiardo, e lo volle sempre con sè.
In età di sedici anni, operosissimo, timido, affezionatissimo ai suoi genitori, sentiva nell'animo qualche cosa d'ignoto che lo tormentava, e che alla perfine, esaminandosi bene, riconobbe essere vaghezza di veder nuove terre e nuove genti, e trovarsi dove lavorassero maestri da cui potesse imparare maggiormente e perfezionarsi nella sua arte. Pensò a Torino, che coi mezzi di comunicazione di allora era città assai lontana. Aperse l'animo suo ai genitori, e dopo molto contrasto, segnatamente dalla amorosissima madre, ottenne il consenso al suo desiderio.
Una grande città a chi, uscito per la prima volta di casa sua, v'arriva nuovo senza conoscervi nessuno, è una solitudine tremenda. Moncalvo provò, appena giunto a Torino, una stretta al cuore così crudele che non vi resse, e dopo tre giorni ritornò a casa.
Pensò allora ad andare in cerca di lavoro in Asti, siccome luogo meno discosto, da dove a sua voglia da un istante all'altro avrebbe sempre potuto tornarsene a casa.
In Asti trovò lavoro da un bravo falegname, chiamato Martinelli, il quale in breve, vedendolo così ingegnoso e buono, gli pose tanto affetto come se fosse stato suo figlio.
Da quella città ogni domenica egli poteva fare una gita a Moncalvo, camminando otto miglia all'andata ed altrettante al ritorno, per una via tutt'altro che piana, e facendo ancora tanto all'andata quanto al ritorno una salita che non gli pareva punto faticosa sopra un monticello presso al paese, ad un edifizio anticamente convento dei cappuccini, a cogliere da due begli occhi neri vergognosetti una occhiata, che gli doveva poi, come stella nella notte, brillare amorosamente nel pensiero tutta la settimana.
In breve s'accorse che in Asti pure non aveva più nulla da imparare, e già si sentiva rinascere nell'animo la lotta per il desiderio di un campo più vasto e lontano, e l'amore della famiglia e del luogo nativo, quando un avvenimento importante venne ad aprirgli nuovi orizzonti, ed illuminarlo intorno alla sua vocazione.
Erano stati deliberati lavori importanti per la chiesa di Moncalvo, ed era stato incaricato del progetto e della direzione di essi un architetto vercellese, il Ranza, segnalato per ottimi lavori consimili compiuti nella sua città nativa. Si trattava di fare una bussola, ossia vestibolo interno alla chiesa, l'orchestra, ed altri lavori. Il giovanetto Moncalvo comprese che qui avrebbe trovato occasione di esercitarsi in opere più difficili che non fossero quelle cui aveva lavorato fino a quel giorno e, separatosi con lacrime dalla buona famiglia del Martinelli, ottenne di partecipare a quei lavori.
Il Ranza aveva portato con sè un ottimo operaio, per nome Facelli, di cui in breve il Moncalvo s'era fatto amicissimo. Lagnandosi un giorno questi col Facelli della propria ignoranza del disegno e dell'ostacolo insuperabile che, siccome egli ben vedeva, avrebbe essa posto ad ogni suo progresso avvenire, il Facelli brevemente gli disse:
-Ti duole di non sapere il disegno? Ma dunque imparalo.
-E chi me lo insegnerà?
-Io: lo conosco abbastanza per insegnartene gli elementi. E tu in ricambio m'insegnerai l'aritmetica, che sai molto bene, e che io so pochissimo.-
Così fu fatto. Il Facelli conosceva abbastanza bene il disegno di architettura. E quando il giovane Moncalvo, munito di un piccolo Vignola e di un compasso, ebbe fatto i primi esercizi, s'innamorò talmente di questo studio, che si doleva del tempo che gli toglievano le ore del sonno e del cibo, che pure aveva ridotte a minimi termini, egli pareva d'essere trasportato in una nuova atmosfera, in un mondo ignoto e pieno di meraviglie.
In tale stato d'animo gli imprestò un libro molto in voga allora nell'Astigiano, intitolato Colloandro fedele. Questo valse a risvegliare in lui l'amore della lettura, che in breve divenne tanto ardente quanto quello del disegno: ebbe in mano l'Alfieri, s'innamorò dello imparar a memoria e recitare i versi, e da quel giorno in poi, fino ad oggi, il disegno e la lettura gli occuparono incessantemente tutti i ritagli del tempo, che sono sempre molti anche nella vita meglio occupata ed operosa.
Quando appunto allora il Moncalvo per tal modo veniva dolcissimamente assaporando quella prima ineffabile voluttà del lavoro intellettuale intorno all'arte, gli stava sopra minacciosa una gravissima sventura. La sua buona madre si ammalò, e dopo lungo patimento morì in sul finire del 1824. Fu pianta quella ottima donna a calde lagrime da tutti i suoi figli che tutti aveva grandemente amato, ma chi più ne sofferse fu Gabriele, che ultimo aveva ricevuto le sue cure materne, e, come uomo d'indole molto amorosa, le si era oltre ogni dire affezionato. Stette a lungo come stordito da quella sventura, poi quando le forze gli si incominciarono a rialzare riprese a vagheggiare progetti di nuovi lavori con buoni maestri, e bel bello venne nella decisione di ripartire per Torino. Propose al fratello maggiore di rinunziare a vantaggio di lui a quel poco che gli fosse potuto spettare dell'avere paterno, a condizione che egli si impegnasse ad assistere il padre quando, invecchiato, non fosse più atto al lavoro; e il fratello accettò di buon grado la proposta. Non è d'uopo che io dica qui che il Moncalvo, che chiamò a sè il maestro dal quale primo aveva imparato il mestiere appena si trovò bene avviato, fu lietissimo di accogliere in sua casa il padre, e tenendolo seco pose ogni studio nel confortargli gli ultimi anni della vita; di questi anni la massima parte egli passò in Torino col figlio, andando solo di tratto in tratto a risalutare i suoi bei colli, ed in Torino morì fra le braccia del figliuolo.
off Deliberato adunque di andare a Torino in cerca di lavoro e di ammaestramenti, il giovane Moncalvo dovette pensare ai danari pel viaggio. La sua buona madre gli aveva fatto un buon corredo di biancheria: egli vendè tante camicie quante bastassero per radunare settanta lire, e con questa somma in tasca e il fardello in spalla il giorno 23 settembre 1825 si congedò dai suoi e lasciò il nativo paese, deliberato a non ritornarci più se non quando coi suoi lavori si fosse acquistata una conveniente posizione. Abbracciò in Asti la famiglia Martinelli che s'adoprò invano a trattenerlo, e il giorno seguente in sul tramonto rivide i campanili di Torino. La città, che la prima volta che vi era venuto gli era parsa una solitudine, questa volta, entrandovi a sera, gli parve un deserto. Ma ormai egli era deliberato a resistere ad ogni costo, onde subito si diede attorno, e si fece ricevere nella rinomata fabbrica di mobili dei signori Chapey ed Azzario, in via dello Spedale, in faccia ad un vago giardino allora di casa Ciriè, ora scomparso sotto un grande fabbricato, dove appunto si trova l'Agenzia Mondo.
Si mise all'opera con tutto l'impegno, e colle sue buone maniere si fece ben presto gradire dai compagni e dai capi: giorno e notte, al lavoro, a tavola, nei sogni, sempre egli aveva nella mente il suo caro paese nativo, sempre parlava di Moncalvo, e quel nome gli rimase d'allora in poi e con quel nome oggi da tutti è conosciuto, siccome dapprima ho detto.
Di là, tre mesi dopo, passò a lavorare in una bottega in Via Bellezia, presso l'albergo dell'Albero fiorito, condotto da certo Giuseppe Viansone, dove prese impegno di far mobili.
Un giorno entrò in quella bottega il cavalier d'Angennes, uomo schietto e ben pensante, che molto si dilettava di pittura, ed anche un po' di meccanica: egli aveva portato i disegni di un certo suo mobiletto che voleva far costruire secondo il proprio intendimento, e per quanto s'ingegnasse di farsi compiacere dal Viansone e dagli operai più vecchi, non vi riusciva. Il Moncalvo appressatosi dapprima per osservare, e visto poi che, siccome non c'era nissuno che ci capisse, la cosa andava per le lunghe senza conclusione, si fece avanti rispettosamente, e chiesto di parlare disse che a lui pareva di aver compreso quello che desiderava il cavaliere, e che credeva di poterlo eseguire; e spiegato il suo concetto, il cavaliere disse che la cosa stava appunto come il giovinetto l'aveva esposta, e lo impegnò a eseguirla così bene come l'aveva compresa. Ciò fu fatto con grande soddisfazione del cavalier d'Angennes e grandissima del Viansone, che acquistò molta stima del suo giovane lavorante.
Il quale tutto pieno di speranza e di ardore seguitava a lavorare assiduamente, e si privava non solo dei divertimenti e del riposo, ma spesso indugiava a prender cibo, e andar a letto per consacrare un po' di tempo al suo prediletto disegno.
Egli allora non pensava che questi suoi studi che andava facendo con tanta costanza gli dovessero così presto fruttare, siccome avvenne.
Allora appunto il conte Thaon di Revel aveva compiuto la costruzione di una sua casa, e si trattava di arredarla a dovere, facendo con gusto e con buon disegno i pavimenti, le porte, le finestre, i mobili, in varia forma adattati alla qualità delle stanze.
Dirigeva quei lavori l'architetto Bonsignore: il segretario di casa Revel, amico al Viansone presso cui lavorava il Moncalvo, voleva procurare a quello quei lavori che dovevano dargli non poco guadagno, e tanto s'adoperò presso l'architetto che si fece dare i disegni, e li portò al Viansone, domandandogli se si sentiva capace d'imprendere e compiere quei lavori.
Il Viansone non ne capiva proprio nulla, ma chiamò Moncalvo: e questi, esaminati diligentemente i disegni, disse che li comprendeva benissimo, e si sentiva di eseguirli a dovere, a condizione che gli avessero dato la piena direzione di tutto e potestà assoluta sugli operai.
L'architetto Bonsignore sorrise quando gli presentarono il Moncalvo, giovanetto imberbe di appena venti anni, siccome quello che domandava di dirigere provetti operai che dovevano compiere quei lavori; e per finirla, subito gli dette per prova un lavoro molto difficile; ma la prova riuscì a meraviglia, e la diffidenza dell'architetto si mutò in fiducia, e più tardi in affetto.
I lavori si compierono ottimamente; ma il Viansone fu indispettito della parte a parer suo troppo importante che il Moncalvo aveva compiuta, e nacquero gelosie e dissensi fra il padrone della bottega ed il giovine operaio, che condussero alla fine questo a separarsi dal suo principale.
Il Moncalvo aveva fatta buona prova delle sue forze, ed allora appunto aveva avuto la fortuna di esser liberato dalla leva colla estrazione di un buon numero eseguita al suo nativo paesello dalle mani del padre suo, che si presentò all'appello in sua vece. Sapeva di potersi ormai guadagnare in qualsiasi paese la vita, ed aveva grande vaghezza di veder nuove genti, opificii più grandi e lavori più belli: vagheggiò il progetto di andarsene in Francia, e l'avrebbe forse posto ad effetto, se non ne fosse stato distolto dai suoi ospiti che avevano su lui altre viste.
Egli dimorava in casa di un certo Facta, pur esso falegname, ammogliato, che insieme coll'alloggio gli dava il vitto. Questo Facta aveva vinto un terno al lotto, e intascata la somma di mille e dugento lire: egli propose al Moncalvo di mettere su bottega insieme, e la proposta venne accettata.
In cotesta povera officina lo andò a trovare il conte Ottavio di Revel, memore del modo lodevole in cui aveva disimpegnato i primi lavori nella sua casa, e lo incaricò di altri lavori che vennero condotti con ugual diligenza non disgiunta dalla discretezza nei prezzi. Il Moncalvo si mostrava ingegnoso nello immaginare novità di buon gusto, ricco di spedienti nei casi impreveduti, sollecito nei lavori, puntuale, perseverantissimo. In breve diventò alla moda e veniva specialmente cercato dalle case aristocratiche, per tutto quello che aveva attinenza ad arredi, ed anche a cose di meccanica.
Un singolare incidente giovò ad aumentargli la clientela.
Un conte, che per buone ragioni chiameremo il conte X, gli aveva affidato un lavoro, che egli aveva promesso di condurre a termine in un dato tempo. Sicuro del fatto suo, egli aveva intanto accettato un'altra commissione importante la cui esecuzione era mestieri fare precedere all'opera promessa al signor conte, perché non ammetteva dilazione. Il conte X, vedendo che il Moncalvo non si occupava del suo lavoro, lo andava a tormentare, ed egli, per finirla, s'era ridotto a lavorare in un cortile a porte chiuse, dove non lasciava penetrare nessuno, e nemmeno il conte X che strepitava ed infuriava di fuori.
Terminato alla perfine questo lavoro, e andato il Moncalvo in casa del conte per assicurarlo che avrebbe allora ripreso il suo e senz'altra interruzione l'avrebbe condotto a termine nel tempo voluto, il conte lo fece entrare nella sua stanza, chiuse a chiave la porta, e poi voltosi al Moncalvo, con occhi scintillanti disse:
-Ora a noi finalmente, signor Moncalvo! davvero la dobbiamo discorrere insieme.-
Il conte X aveva la riputazione di menar le mani ed il frustino coi servi, ed anche con quelli che non avevano con lui relazioni di domesticità.
Il Moncalvo che sapeva questo, vedutolo chiudere la porta, aveva messo le due mani sul dorso di una sedia e, postasela davanti, la teneva fra sè e il conte. Quando questi si voltò furibondo e gli diresse quelle parole, rispose:
-Signor conte, parliamo pure. Ma tenga bene a mente che se ella accenna a percuotermi, io le spacco il capo con questa sedia, e la stendo ai miei piedi.-
Il giovanetto brandiva la sedia con piglio così risoluto, tutto l'atteggiamento della sua persona corrispondeva così bene alle sue parole, e le sue parole avevano vibrazioni talmente penetranti, che il conte lo guardò dapprima irresoluto ed attonito, poi diede in uno scoppio di riso, e sclamò:
-Bravissimo, Moncalvo, mi piacciono tanto gli uomini risoluti!-
E presolo amorevolmente a braccetto lo condusse nel suo appartamento a vedere e concertare i lavori, che furono poi condotti con piena sua soddisfazione.
Il conte X, divenuto affezionatissimo al Moncalvo, si fece suo patrocinatore presso i suoi amici, raccomandandolo con tutto l'impegno.
In tal modo la buona ventura fece crescere in brevissimo tempo così straordinariamente le occasioni di farsi conoscere e valere, che il Moncalvo raddoppiò di applicazione e di coraggio, prendendo lavori sempre più estesi ed importanti, e conducendoli costantemente a buon fine.
Ebbe ancora un momento la tentazione di mutar paese, ma un nuovo fatto lo fermò per sempre.
Il luogo di partire prese moglie: sposò una giovane figliuola di un onesto falegname, alla quale l'ottimo padre aveva dato una educazione per quei tempi al tutto straordinaria. Essa conosceva bene la lingua italiana, l'aritmetica, e la tenuta dei libri. E` cosa, ripeto, da far trasecolare una cosiffatta educazione per quei tempi, in cui le signore più eleganti non si vergognavano di non conoscere l'ortografia. Questa istruzione tornò utilissima alla giovane sposa, che prese subito parte ai lavori del marito, tenendo i conti, mandando le note, pagando gli operai, scrivendo la corrispondenza in una officina già ragguardevole il giorno stesso in cui essa vi entrò, ma che prese poi sempre più uno incremento straordinario.
L'opera di questa signora fu subito tanto più utile, in quanto che il Facta, socio al Moncalvo, non si dava nessun pensiero degli affari, e passava parte del suo tempo all'osteria. Le cose giunsero al punto, che il Moncalvo credè bene separarsi da lui all'amichevole sborsandogli una grossa somma di danaro. Il Facta, secondando pur troppo le sue inclinazioni, aprì un caffè, dove prese a giocare ai tarocchi e tracannare bottiglie di vino da mane a sera, per dare in tal modo il buon esempio agli avventori.
Ricòrdati, lettore, che il principio della sua fortuna era stato un terno al lotto!
Moncalvo intanto era diventato in Torino un personaggio popolare: i nobili ed i ricchi lo cercavano per la sua abilità e lo pregiavano pei suoi modi semplici, modesti, dignitosi, e per la sua onestà a tutta prova: i compagni d'arte non lo richiedevano mai invano di consiglio, ed anche di aiuto; gli operai lo amavano come un padre.
Carlo Alberto, salito allora al trono, intese parlare del giovane operaio. Il re aveva voluto che la sua propria camera fosse modestamente arredata, senza dorature, e con legnami del paese. Volle porre alla parete di quella stanza un arnese a mo' di trofeo, per appendervi armi, e ne fu dato incarico al Moncalvo. La regina volle far dono al re pel suo giorno onomastico di un seggiolone lavorato con legname del paese, secondo il suo gusto, e anche cotesta commissione venne affidata al Moncalvo.
Questi corrispose ottimamente ad ogni aspettazione, immaginando nuovi modi per lavorare spedito e studiando sempre più graziosi disegni; e trovandosi spesso nel palazzo reale per i suoi lavori, ebbe frequenti occasioni di parlare con Carlo Alberto, e colle sue semplici e giuste risposte al re, che spesso si compiaceva di interrogarlo da solo a solo, seppe tanto piacergli, che nissun lavoro si fece più negli arredi del palazzo, come nelle magnifiche ville di Pollenzo e di Racconigi, dove il Moncalvo non avesse parte, consultato insieme coi migliori architetti, e da questi apprezzato parimente e ben veduto.
L'amore che portò a Carlo Alberto il Moncalvo fu ardentissimo, siccome è commovente la gratitudine che per esso sempre conserva.
Invero, il re seppe sovente trovare per l'antico operaio fatto capo di ragguardevole e popolata officina, parole che non si possono dimenticare. Si mostrava informato di tutto quello che egli faceva per ispirare ai suoi operai l'amore del lavoro ed il sentimento della propria dignità e per istruirli. Più d'una volta di tutto questo il re diede lode al Moncalvo, e lo animò a proseguire con ogni sorta d'incoraggiamenti.
Oggi il Moncalvo è ricco, ma la sua maggiore ricchezza sono queste rimembranze.
Il Moncalvo oggi è ricco, e si riposa in quel nobile modo che si conviene ad un uomo della sua fatta. Buona parte del suo tempo è consacrata a cose di pubblica amministrazione. Il resto lo passa nel suo studio, disegnando e leggendo.
Quel suo studio basta, ove altro non si sapesse, a dare un concetto del proprietario. Al muro ritratti d'uomini insigni, e dentro a quadri le medaglie guadagnate alle varie esposizioni, e la decorazione dei Santi Maurizio e Lazzaro ricevuta in tempi in cui cotesti segno onorifici si distribuivano in più parca misura che al presente non si faccia. Uno scrittoio elegante con carte e strumenti pel disegno, uno scaffale con parecchie file di libri italiani e francesi elegantemente rilegati, parte di meccanica ed arti belle, parte di storia e letteratura, e sotto alle file dei libri i disegni dei primi e degli ultimi suoi lavori. Il primo raggio di sole che penetra là dentro al mattino fra le foglie ed i fiori che adornano il balcone, trova Moncalvo allo studio. Oggi, come sempre, economo del suo tempo, non ne è avaro con chiunque lo venga ad interrogare intorno a cose di qualche rilievo. La sua conversazione fa meravigliare le persone più colte, per la sicurezza dei giudizi, per la aggiustatezza delle riflessioni, pel buon senso che domina in tutte le sue parole: di tratto in tratto, mentre parla di industrie e di progressi sociali, che sono gli argomenti che sempre occupano a preferenza i suoi pensieri come i suoi discorsi, gli scappa fuori qualche parola che tradisce l'assidua sua lettura d'Alfieri.
Moncalvo ha viaggiato assai in questi ultimi anni; ed anche dalle riflessioni che fa talora intorno alle cose vedute nelle sue lunghe peregrinazioni appare il suo buon criterio come la sua coltura. Parla volentieri, ma senza iattanza, della sua vita passata, si riporta sovente col pensiero al bel colle nativo ed alle rimembranze dell'infanzia, e ricorda con giusto orgoglio le settanta lire con cui ha lasciato il paese.
Alessandro Allemano
PER NON RESTARE FRA GLI ULTIMI
(Un inedito di Gabriele Capello)
Il Capello, come si è inteso, non fu uomo di lettere, sebbene non gli mancasse un sincero amore per la lettura e la cultura in genere.
Tuttavia nell'archivio parrocchiale di Moncalvo ho avuto la ventura di ritrovare, nascosta fra altre carte, la minuta di un discorso che Gabriele Capello, ormai famoso e ricco, lesse durante un banchetto offertogli probabilmente dalle Autorità cittadine
nel settembre 1864.
Questo scritto, che riempie completamente quattro pagine di formato protocollo, riporta in breve le vicende del Moncalvo ad iniziare dalla sua partenza per Torino, nel 1825: è una breve sintesi di quanto narrato dal Lessona nel suo ritratto di "Volere è potere". Lo stile è un po' retorico, ampolloso, secondo gli usi del tempo; la punteggiatura, che ho riportato testuale, non segue le stesse regole della attuale, qualche pronome non si accorda con il genere cui si riferisce (-le invece che -gli). Nel complesso però si tratta di un documento di qualche interesse, specialmente perchè testimonia delle relazioni intercorse tra Capello e l'Amministrazione comunale e tra Capello e la Società operaia di Moncalvo, importante associazione di carattere sindacale e mutualistico ante litteram che nella nostra città era assai sviluppata.
La Società degli Operaj era sorta in Moncalvo nel 1853 ed aveva come scopi il soccorso mutuo tra lavoratori, l'istruzione e la ricreazione morale dei soci. Possedeva una discreta biblioteca circolante, in parte conservata nella Biblioteca civica "Franco Montanari". Nel 1864 ne era Presidente il tappezziere Giuseppe Grosso, assistito dai Vicepresidenti Nicola Capello e Giuseppe Faggiani.
Ecco dunque la trascrizione.
Onorevoli signori e carissimi compatrioti, quando un figlio s'allontana dalla casa paterna, e vi sta assente per un certo numero d'anni al suo rimpatriare, dopo avere dato sfogo ai primi impeti del cuore, e scambiate quelle tenere e soavi dimostrazioni d'affetto che producono tanta dolcezza negli animi gentili, a mio avviso o carissimi incombe il dovere al ben ritornato, di dar conto alla famiglia delle vicende o buone, o cattive, che lo accompagnarono nella percorsa via, affinché essa possa compartecipare ai piaceri, ed agli affanni dal suo caro provati, e con parole di conforto, e con generosi consigli, infonderle [leggi: infondergli] nuova lena e coraggio nel perseverare con costanza nella ben intrapresa sua carriera.
Questo dovere di figlio verso la famiglia io penso, o signori, debba farsi molto maggiore verso la patria per quel cittadino che si allontana, e vive assente dalla terra nativa, e che questi si debba scolpirsi ben in mente, che in un giorno più, o meno lontano dovrà pur rendere conto del suo operato alla medesima, che qual madre affettuosa vigila colla più viva ansietà sulla sorte buona o cattiva del suo figlio lontano, onde abbia di che compiacersi con vanto delle opere ben riuscite, e di condividere i dispiaceri per quelle, che per circostanze sfavorevoli, ed indipendenti dalla sua possibilità, non poté condurre a buon termine, e con parole affettuose, e con savi, ed energici consigli sorreggerlo, ed incoraggiarlo a proseguire con favore nella difficile, e ben incominciata impresa.
Con quest'idea fissa, o carissimi commensali, chi ora vi dirigge la parola, il 18 settembre 1825 si separava dalla sua dilettissima Moncalvo, e col cuore ricolmo di quelle ineffabili amarezze, che prova l'animo sensibile nello staccarsi per la prima volta dal suolo, ove respirò le prime aure di vita, per la via d'Asti, si diresse a Torino col fermo proposito di recarsi anche a capo dell'universo, per trovare modo di dare vita a qualcheduna delle molteplici immagini indefinite, e confuse di Bello, di Buono, di Giusto, e di Onesto che con tenace insistenza si succedevano nella giovanile sua mente.
Giunto in Torino siccome scarso di mezzi, per guadagnare di che vivere onoratamente, si diede, come di dovere, al più presto possibile al lavoro, e non andò molto, che il proprietario del laboratorio, certo Viansone Giuseppe, le [leggi: gli] propose la direzione di lavori di una certa entità, che si eseguivano sul posto nella casa in costruzione del Signor Conte Thaon di Revel, nei quali lavori eranvi impiegati operaji provetti, ma non molto addentro nel disegno. L'accettare una tale proposta per un giovane giunto da poco dalla provincia, era cosa un po' audace, e se vuolsi anche temeraria, ma sorretto da quella ferma volontà di tentare ogni via onesta per non restare fra gli ultimi, e disposto a combattere con tutte le [forze] dell'animo e del corpo gl'ostacoli, che le [leggi: gli] avrebbero frapposto per via i suoi emuli, ed acquistare una qualche stima fra i suoi colleghi, per farne col tempo offerta sull'altare della amata, e da poco abbandonata Patria, accettò, e coll'ajuto potente di quel po' d'istruzione ricevuta si diede all'opera, e lavorando di giorno, per compiere il dovere di operajo, e studiando nelle ore di riposo, ed in quelle non poche rubate al sonno nella notte, di risolvere le difficoltà d'arte, che incontrava, poté sempre rispondere con franca aggiustatezza a tutte le quistioni, che i suoi emuli, e soggetti le [leggi: gli] stavano movendo, in modo che non tardò ad essere accolto da tutti con affetto, ed amato di quell'amore sincero, conosciuto solamente dal cuore dell'operajo non ancora imbellettato della vernice che porta il nome di civiltà, quale insegna agl'uomini l'arte di mascherare i loro sentimenti, e rendere assai difficile il conoscere quello che veramente pensano.
La necessità pertanto di occuparsi indefessamente al lavoro per ricavare di che sostenersi, non che quella di applicarsi senza tregua allo studio, furono per esso lui la prima, e la più grande delle sue risorse, siccome non le [leggi: gli] lasciavano tempo di darsi a quelle distrazioni, che spesse volte fanno sciupare il guadagno, che costò tanti sudori, e quel che è peggio affievoliscono l'amore al lavoro, e scemano quelle robustezze di mente, e di braccio indispensabile a condurre a buon termine, con celerità ed esattezza le opere che si intraprendono.
E da questo incessante bisogno di occuparsi, si formò in esso l'abitudine ossia una seconda esistenza da fare sì, che non trova maggior soddisfazione, né maggior diletto di quelli, che prova nel lavorare, e tanto più poi ha ragione di essere soddisfatto, in quanto ché con questo suo modo di operare, si acquistò una estesa, e solida riputazione e come artefice presso ai più distinti ingegneri, ed architetti civili dai quali venne proposto alla direzione di opere delle più colossali, e difficili per eleganza, e grandiosità per servizio tanto del Governo che della Casa Reale, e dei più ricchi proprietarii della capitale, e come onorato industriale, presso i più rinomati commercianti della nostra, e delle estere piazze commerciali, dai quali venne sorretto in difficilissime circostanze, in cui cadde per sua soverchia bonarietà, e che mercè il loro energico appoggio, poté superare onoratamente senza che il suo nome ne sia stato menomamente compromesso, e per ultimo ottenne onorificenze e poté ragranellare nel tempo stesso qualche mezzo da vivere dedicando le sue attuali occupazioni ad opere filantropiche, ed a favore di molti operaji, o di altri concittadini che alla sua lunga esperienza vengono a chiedere pratici consigli, e qual che maggiormente lo consola si è di potere con qualche piccolo risparmio, dar sfogo al più fervido de' suoi voti che è quello di recare qualche piccolo soccorso materiale ad alcuno di quei disgraziati operaji, che malgrado il loro buon volere, non sono più in grado di potersi guadagnare di che vivere.
Questo in riassunto, o cari ed indulgenti compatrioti, è l'operato del nuovo arrivato che accoglieste con tanta espansione di cuore, e che si fa debito di esporre a voi, che siete la Patria vivente, e palpitante, affinché conosciate di quali mezzi egli, da semplicissimo, ed inesperto operajo, privo di ogni mezzo di fortuna, si sia servito per sollevarsi un tantino al di sopra del livello comune della sua classe, ed arrivare a gioire della stima, e simpatia che più o meno meritatamente gode presso tutta la società, fra cui vive da 39 anni che si compiranno fra pochi giorni.
Non crediate, vi prego, o ottimi miei concittadini, che questa esposizione vi sia fatta per spirito di millanteria, che io sono acerrimo nemico della vanagloria, ma solo per mettere in rilievo l'alta convenienza di estendere al più possibile, a favore della classe operaja l'istruzione primaria, e tecnica, e quanto sia da lodarsi il Municipio della nostra Moncalvo, a nessuno secondo quando trattasi di spese filantropiche, per quello che ha già fatto a questo riguardo, e porto fiducia che tutti i nostri concittadini forniti di qualche agiatezza vorranno con spontanei sacrifici pecuniari procurare al benemerito Signor Sindaco, l'illustrissimo Signor Cavalier Goria i mezzi opportuni per dare maggior sviluppo, ed impulso a questo tanto interessante ramo d'istruzione, a comodità di ogni classe di cittadini, accrescendo il numero delle scuole diurne, e serali, alle quali gli operaji di qualunque età possano essere ammessi, e nessuno possa per l'avvenire addurre il pretesto di non istruirsi, scusandosi con dire, che non vi sono scuole, nelle ore in cui essi vi si possono recare.
Ed a voi, cari colleghi operaji, ora mi rivolgo, e con tutto l'ardore dell'animo vi esorto ad imprimervi ben in mente, che la vostra condizione non è poi tanto cattiva quanto ve la immaginate, o quanto altri forse ve la dipinga, purché con indomabile costanza frequentiate le scuole aperte, o da aprirsi a vostro particolare vantaggio, ed arricchiti di una buona dose di soda istruzione, vogliate fortemente adoprarvi con tutte le vostre facoltà, e fisiche, e morali nel raggiungere quella prosperità, che deve essere giusto, e ben meritato premio alle vostre fatiche, ai vostri sudori, ed ai vostri studi.
E non vi sgomentate per l'amor di Dio alla vista dell'altezza, e scabrosità del colle, ove questa prosperità si asside, e non vogliate o per infingardaggine, o per troppa timidezza schermirvi dal tentarne la prova, che se per caso le vostre forze non vi sorreggessero a sufficienza da guadagnarne la cima, troverete pur sempre per via di mano in mano che salirete, dei gradini sui quali respirerete un'aria molto più salubre, di quella che respiravate ai piedi, e perciò la vostra condizione ad ogni gradino salito verrà proporzionatamente migliorata, e non tarderà l'ora , in cui benedirete contenti la presa risoluzione, e l'opera benefica di tutti coloro, che si sono od in un modo, o nell'altro adoperati nel promuovere, ed estendere l'istruzione nella classe operaja, dalla quale solamente può sperare la prosperità della propria condizione, e di quella della cara Patria, e se per caso, ciò che non posso assolutamente ammettere in giovani ardenti d'amor patrio, quali sono in generale tutti i moncalvesi, un solo ci fosse che non ardisse di farne l'esperimento, e volesse starsene neghitoso nel pantano della più crassa ignoranza, non dovrà invidiare la fortuna altrui, ma darsene intiera colpa e rassegnarsi alle sua deplorabili conseguenze.
Fiducioso, o amatissimi commensali, che le parole comunque disadorne del veterano degli operaji, verranno accette con larga indulgenza dagl'uni, e non del tutto trascurate dagl'altri, termino propinando alla prosperità della Società degli Operaji della mia dilettissima Moncalvo, ed alla salute del benemerito suo Presidente Signor Giuseppe Groppo, quale appoggiato dal senno ed operosità de' suoi due vicepresidente, e di tutti i non meno degni membri dell'intiera Amministrazione la dirigge dal suo primo nascere, con fermo, e sicuro polso alla desiderata meta; un cordiale saluto all'inclito Municipio moncalvese ed al suo degnissimo rappresentante qui presente, che col più lodevole interessamento si occupa con tutta alacrità pel benessere morale, e materiale della città; un fraterno amplesso a tutti i miei cari concittadini a qualunque classe appartengano, e che vorrei come un solo uomo, in questo momento di inenarrabile esultanza stringermeli al seno, in attestato di quella indissolubile concordia cittadina sorgente unica, e perenne della vera prosperità della Patria, ed un caldissimo evviva allo Statuto, alla nostra Italia, ed al Magnanimo suo Re Vittorio Emanuele Secondo.
Moncalvo il 4 settembre 1864
Capello Gabriele detto Moncalvo
[in basso, presso la firma, compare questa postilla: "N.B. Si desidera che i nomi dei due egregi vicepresidenti e membri tutti dell'amministrazione vi fossero apposti a suo luogo"]