Dionigi Roggero

UNO STRANO NOBILE ISPIRATORE DI CESARE PAVESE
(Il conte Carlo Grillo)

Il professor Dionigi Roggero ripropone per il Bollettino questo interessante studio sull'ispirazione che una singolare figura di aristocratico vissuto e morto a Moncalvo diede ad un celebre racconto di Cesare Pavese.
Leggendo le pagine dello scrittore di Santo Stefano Belbo, i moncalvesi non potranno che riconoscere nei tratti delle descrizioni di paesaggio la loro cittadina, a cominciare dalla stazione ferroviaria che compare al viaggiatore dopo che si è usciti dalla "stretta galleria" del Chiosso, per proseguire con il "muraglione che reggeva il paese", per finire con la villa del Greppo, sulla collina dei Cappuccini.
L'articolo è comparso su "Il Monferrato" di venerdì 30 agosto 1996, per la serie "Viaggio d'autore"; il materiale raccolto dallo studioso è servito per una mostra su Pavese, tenutasi a Casale Monferrato nel coro della chiesa di Santa Caterina in occasione della Festa del Vino del Monferrato 1996. A questa esposizione la Biblioteca "Montanari" collaborò, prestando la prima edizione della raccolta di racconti "La bella estate" e i due volumi del "Moby Dick" nella traduzione di Pavese per l'editore Einaudi".

Dionigi Roggero è nato ad Ottiglio Monferrato nel 1948. A Moncalvo è legato dai ricordi della prima adolescenza, avendovi frequentato la scuola media.
Vive a Casale Monferrato, dove è ordinario di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico "Fratelli Palli".
Collaboratore del bisettimanale "Il Monferrato" per la pagina culturale, ha tra l'altro curato con l'architetto Attilio Castelli i due volumi "Casale. Immagine di una città" e "Crea. Il Sacro Monte", entrambi per le Edizioni Piemme.
Ha ultimamente coordinato un gruppo di studenti del Liceo casalese nella produzione di un libro-ricerca sull'Archivio notarile di Casale.

 

Il secondo dei tre racconti che compongono "La bella estate" si intitola "Il diavolo sulle colline": è stato scritto da Cesare Pavese nel 1948 e pubblicato l'anno successivo. Vi si narra la vicenda di Oreste, uno studente universitario che invita per qualche settimana gli amici nella casa paterna in provincia. Il paese di Oreste non è indicato, ma la vicenda si snoda quasi per intero in un importante centro monferrino.

Il muraglione che reggeva il paese

Ecco la puntuale descrizione del viaggio in treno da Torino: «Ero corso per tutto il mattino nella pianura, una pianura che conoscevo, e dal finestrino avevo intravisto le rogge alberate della mia infanzia - specchi d'acqua, branchi d'oche, praterie. Ci pensavo ancora quando il treno s'era messo per ripe scoscese dove bisognava guardare in su per vedere il cielo. Dopo una stretta galleria s'era fermato. Nell'afa e nella polvere mi ritrovai sulla piazzetta della Stazione, gli occhi pieni di coste calcinate. Un carrettiere grasso mi mostrò la strada; dovevo salire salire, il paese era in alto. Gettai la valigetta sul carro e al passo lento dei buoi salimmo insieme.
Giungemmo lassú per vigneti e stoppie riarse, e via via che i versanti mi si allargavano ai piedi, distinguevo nuovo paese, nuove vie, nuove coste. Chiesi al carrettiere chi aveva piantato tante viti e se bastavano le braccia a lavorarle. Lui mi guardò curiosamente; discorreva alla larga e tendeva a sapere chi fossi.
Disse: "Le vigne ci sono sempre state, non è mica come fare una casa".
Sotto il muraglione che reggeva il paese, stavo per chiedergli che idea di piantare le case lassú, ma quegli occhi strizzati nella faccia scura mi tennero cheto. Respiravo un odore d'aria mossa e di fichi, che così su quel versante mi parve un sentore marino. Tirai il fiato e borbottai: - Che buon'aria»

La casa d'Oreste

«Il paese -aggiunge Pavese- era una viuzza sassosa, dove si aprivano cortili e qualche villa con balconi. Vidi un giardino tutto pieno di dalie, zinnie e gerani -lo scarlatto e il giallo dominavano, e i fiori di fagiolo e di zucca. Tra le case c'eran angoli freschi, e scalette, pollai, vecchie contadine sedute.
La casa d'Oreste era all'angolo della piazza, sul terrazzo dei muraglioni, e aveva un roseo colore marezzato -una vera villetta scolorita dalle rampicanti e dal vento. Perché lassù tirava vento anche a quell'ora: me ne accorsi non appena sbucai sulla piazza e il carrettiere mi indicò la casa. Ero sudato e andai dritto ai tre gradini della porta. Bussai col batacchietto della porta».

Lo sguardo tenero di Poli

Qui un conoscente ricco e malato, un certo Poli, uomo viziato e debole che abita con la moglie in una villa denominata "Il Greppo", invita i giovani nella dimora signorile dove tra l'ozio e l'alcol trascorrono alcune settimane.
Ecco il racconto di Pavese: «Ma Poli ci accolse con quel calore esagerato, un poco assurdo che gli era solito. Non pareva gran che cambiato, era grassoccio, sguardo tenero, infantile. Portava la corta camicia fuori dei calzoni, e aveva al collo una catenina. Ci disse subito che dovevamo intrattenerci, restare con lui giorno e notte, fargli del bene discorrendo a lungo».

La collina del Greppo

Scrive Pavese: «Anche la collina del Greppo era un mondo. Ci si veniva per le Coste, per conche e pendii solitari, oltre il paese delle querce. Quando fummo sotto il versante, vedemmo gli alberi neri e luminosi della cresta stagliati contro il sole. da una svolta a mezz'altezza Oreste ci mostrò, nella campagna che avevamo percorso, fin dove arrivavano le terre di Poli.
Eravamo scesi dal biroccio che ci seguiva a passo d'uomo, per una strada molto più larga del viottolo di prima. Questa larga strada -ancora qua e là asfaltata- tagliava i versanti selvatici, fitti di rovi e tronchi, tutta tufi e strapiombi. Ma quello che stupiva era il groviglio, l'abbandono: dopo qualche vigna deserta, mangiata dall'erba, nella selva s'accavallavano piante da frutto, fichi e ciliegi coperti di rampicanti, salici e gaggie, platani, sambuchi. All'inizio della salita c'era un bosco di grandi càrpini e pioppi tenebrosi, quasi freddi; poi via via che uscimmo nel sole la vegetazione si alleggeriva ma alle forme familiari s'intromisero piante insolite, come leandri, magnolie, qualche cipresso, e tronchi strani che non avevo mai visto, in un disordine che dava alle casuali radure l'aria di solitudini esotiche».

Il conte Grillo

E` facile pensare -dopo la lettura- al conte Grillo e alla singolare residenza costruita sul fianco ripido e scosceso della collina.
Rampollo di una nobile famiglia originaria di Genova, figlio del conte Guglielmo e di Bianca Porta, Carlo Grillo era nato a Casale il 9 marzo 1919. Conseguita la laurea in Giurisprudenza, partecipa alla seconda guerra mondiale come tenente pilota.
Conosce Cesare Pavese a Moncalvo (o forse a Crea) e con lui ha rapporti di profonda amicizia, interrotta solo dall'improvviso suicidio dello scrittore (il 27 agosto 1950, ndr.). Il conte Grillo apprende la notizia negli Stati Uniti dove si era recato per annunciare il suo "principio di meccanica numerica".

«Rocce amiche»

La sua attività poetica (già presente in età giovanile perché «un vero matematico non può non essere anche poeta») prende forma nella rarissima raccolta "Rocce amiche", per l'editrice La Porta Bianca, Roma 1970 (ringrazio Elio Botto per la consultazione).
Qua e là alcuni versi delle poesie dedicate a Cesare Pavese per ricordare la casa di Moncalvo: «Dove si desta la tua bianca fata / Sulle valli - nella notte sgombra / Dall'effluvio della campagna illuminata / Colla pallida e rasa / Orma dell'ombra / Veleggia ancora la mia vecchia casa».
E poi: «C'era un colle in fondo al pergolato / Sollevato sulla valle profonda / E pareva sempre avvertire / Del tesoro che bisogna scoprire / Nudo il greppo tutto da un lato / Sgretolato sotto l'esile fronda / Innalzava l'elevazione / Di vecchi mandorli al dio solleone».

«Nitimur in vetitum»

Dopo aver viaggiato molto, Carlo Grillo si ritira in solitudine nella villa «Il Greppo» dove scompare nel marzo 1990.
L'arma gentilizia -che superba campeggiava sul caminetto- è ormai scolorita dal tempo, ma perfettamente integro è rimasto il motto che in piena armonia recita: «Nitimur in vetitum», vale a dire tendiamo a ciò che ci viene proibito.

«Nici», da una famiglia di avvocati

Il conte Carlo Grillo, «Nici» per gli amici, nasce a Casale nel 1919; il padre Guglielmo e il nonno erano avvocati con studio in piazza Tavallini.
Carlo Grillo, che ha anche un fratello, Edoardo (detto Ado), si sposa in prime nozze con la casalese Evelina Azzi e in seconda con Jolanda Paolucci. Dal primo matrimonio nasce Cristiana, oggi abitante in Francia. Alla morte di Carlo, avvenuta nel 1990 a Moncalvo, il titolo comitale passa ad Alberto Grillo, casalese, figlio di Francesco, a sua volta figlio di Leopoldo Grillo (fratello del nonno dello scomparso conte Carlo). Alla prematura morte di Alberto il titolo è passato al figlio Stefano.

 

All'interessante articolo di Dionigi Roggero desidero soltanto aggiungere alcune note di carattere araldico-genealogico.
L'"Enciclopedia storico-nobiliare italiana" curata da Vittorio Spreti riporta che "il nome Grillo è tra i più antichi ed illustri della Liguria; se ne ha memoria fin dal 1126". Suddivisa in svariati rami, quello che interessa più direttamente Moncalvo ottenne riconoscimento ufficiale di Conte trasmissibile al maschio primogenito per Regio Decreto del 1926 nella persona di Carlo (nonno del più noto conte Carlo), nato a Casale nel 1855 e sposatosi a Serravalle Scrivia nel 1881 con Marianna Del Signore.
Suoi figli furono: Guglielmo, nato nel 1882 e sposatosi nel 1911 con Bianca Faustina Porta; Olga, nata l'anno successivo, andata sposa al conte Ugo Cavallero, di Ponzano Monferrato, Maresciallo d'Italia, morto in tragiche circostanze nel 1943; Giuliana e Alberta.
Figli di Guglielmo sono, sempre secondo lo Spreti, Edoardo, nato a Casale nel 1911 e appunto Carlo, che ebbe i natali il 19 marzo 1919.
Aldo di Ricaldone nel suo studio dal titolo "L'armerista del Ducato di Monferrato nel XX secolo" apparso nell'"Almanacco monferrino" edito dalla Media di Casale nel 1982 afferma che questa famiglia di origini genovesi "costituì uno dei 28 alberghi che dette origine ai Grillo di Arles, a quelli di Spagna e ai duchi di Mondragone. (...) Nel 1850 circa in Casale dove alcuni suoi membri ricoprirono alte cariche presso la Corte di Appello". Lo stesso studioso descrive l'arma che è "di rosso alla banda d'oro carica di un grillo, posto nel senso della banda"; il motto, come rilevato da Roggero, è "Nitimur in vetitum". Giuridicamente Aldo di Ricaldone attesta che il titolo di conte sul cognome (perciò privo di attributo feudale) venne conferito da Carlo Alberto nel 1843 a Carlo Giovanni Battista Grillo, Primo Presidente del Senato di Savoia.
a. a.



Sommario del Bollettino n. 3

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