Aldo di Ricaldone
STRADE ROMANE E BORGHI MONFERRINI
Il nostro illustre Collaboratore presenta in questo numero la prima parte di un suo studio inedito riguardante le antiche strade romane e gli insediamenti da esse toccati nella zona che da Quarto d'Asti va a Grana passando per Castagnole e Montemagno.
E` un altro contributo alla conoscenza di questi nostri paesi, alla loro origine, alla loro toponomastica.
Le illustrazioni al tratto che corredano lo scritto sono di Matilde Izzia di Ricaldone.
Per rivivere il mondo di Roma imperiale, sparpagliato sui colli del Monferrato non occorre la macchina del tempo cara agli scrittori di fantascienza: è sufficiente lo spoglio dei catasti dei relativi centri interessati per ottenere un quadro ben documentato non soltanto sulle strade apportatrici di linfa vitale per quegli abitatori, ma soprattutto sugli insediamenti latini trasformatisi dopo le invasioni barbariche del V - VI secolo nei borghi di Castagnole Monferrato, Montemagno, Grana, Calliano, Casorzo, Moncalvo, etc.
Noi seguiremo la strada romana che da Quarto d'Asti sale (usiamo il presente perché il tracciato odierno ricalca metro più, metro meno, quello di venti secoli or sono) a Castagnole Monferrato donde prosegue per Montemagno e Grana: qui l'arteria si sdoppia: un tronco raggiunge Calliano affiancandosi alla strada militare latina Asti-Pontestura-Vardacate (Casale) mentre l'altro da Grana sale a Casorzo per proseguire per Grazzano e Moncalvo con ulteriori diramazioni.
A Quarto d'Asti, ossia "Ad Quartum lapidem", a quattro miglia romane da Asti, dalla via Fulvia che unisce Piacenza a Torino, un diverticolo della stessa si arrampica sui colli monferrini. Si tratta dello stesso percorso odierno che attraverso Valenzani sale a Castagnole per inserirsi nel cuore del Monferrato. Valenzani, frazione nell'Ottocento di Castagnole, oggi solo in parte in quell'area comunale, deriva il toponimo dal personale romano Valentius donde il "fundus Valentianus" l'odierno Valenzani con la desinenza in -jani anziché in -janus per l'influsso imitativo di Asti il cui esito in -i influenzò alcuni toponimi del suo immediato territorio.
La strada accostava ulteriori fattorie, ville rustiche e gentilizie, conglomerati demici diversi dall'odierno Castagnole, cioé: Robiano, Morano, Marzano, Ursone, Andeceno fluiti rispettivamente dai personali latini Rubius, Maurus, Martius, Ursio, Andicus. Il catasto locale del 1535 ci porge successiva attestazione della latinità con i toponimi "ad stratam" e "ad cavam", testimoni sicuri della strada romana già menzionata, perché è noto che tali voci dei nostri catasti alludono esplicitamente alle strade romane chiamate "cave" e "crose" ossia "sprofondate, incassate, infossate". Seguendo l'arteria romana perfettamente agibile ai tempi dell'impero e non ancora "crosa" o "cava" saliamo la successiva collina dove in età altomedioevale sorse Montemagno dominato dal favoloso castello a tutti noto.
Le ville, le fattorie, le case rurali, i vici erano sparsi a mezza costa dei colli perché era questa la caratteristica del mondo latino: nelle zone collinari, come il Monferrato, gli insediamenti romani sono ubicati in posizioni agevoli e solatie: fu soltanto nell'età medievale che, abbandonate le primitive sedi abitative, le popolazioni -per motivi difensivi ed offensivi- si trincerarono sulle spesso impervie creste collinari. Il caso tipico nell'area in esame ce lo porge Castagnole Monferrato. Infatti nei burrascosi tempi delle invasioni germaniche, le popolazioni dei vici romani di Robiano, Morano, Marzano, Ursone, Andeceno, abbandonate le primitive sedi abitative indifendibili, quindi malsicure, si trincerarono sul crinale del colle, donde trasse il nome il nuovo insediamento: Castagnole: piccolo bosco di castani.
Il catasto di Montemagno, ottimamente redatto nel 1771 dal misuratore Carlo Giovanni Bezzo da Incisa, registra un mannello di toponimi romani ai quali si antepone l'antico relitto lessicale dei Celti "Mombrianza", il "monte Brianza", simile alla più nota Brianza lombarda ed al Briançon francese: tutti fluiti dalla voce celta "briga" donde Briganza e Brianza, che gli autori d'oltralpe classificano gallica e pre-gallica col significato di "altura", "collina", "monticello". Perdutosi nella memoria locale il significato arcaico del toponimo questo fu preceduto dal nome "monte" che ripete il medesimo valore indicativo di "colle", "altura": testimone d'una presenza Celta nell'area occupata dai successivi insediamenti romani.
La civiltà di Roma "premendo il solco a fondo, col grande aratro dalla prua ferrata, con cui fendé fecondatrice il mondo" (come scrisse il socialista Giovanni Pascoli) sparse di villaggi, pagi, ville, vici, poderi il territorio monferrino (ante litteram) con la costruzione della mirabile rete stradale che non fu modificata per duemila anni: tant'è che la maggioranza delle strade colleganti i vari Comuni nostri, se pure ampliate, ricalcano quasi all'unisono, fatte lievi eccezioni, il tracciato viario dei primi secoli imperiali.
Il catasto di Montemagno (1771) annota più e più volte la presenza della strada romana che da Quarto d'Asti, attraverso Castagnole, saliva appunto in paese, dove nel citato catasto è registrata la "strada pubblica che discende nella valle di Robiagno (Robianus) e continua al longo di detta valle sino alla strada divisoria dei confini di Castagnole". Si tratta, né più né meno, dell'odierna strada, oggi provinciale, che da Castagnole attraversando "la valle di Robiagno" sale a Montemagno. Notevole la presenza del villaggio di Robiano (dal personale latino Rubius) ubicato nell'omonima valle, talchè il toponimo risulta registrato nei catasti di Castagnole e di Montemagno confermandone la consistenza demica.
Tale arteria fu chiamata "cava" perché infossata per carenza di manutenzione del manto stradale allorché le invasioni barbariche fecero terra bruciata della mirabile civiltà di Roma, anche nelle nostre terre, al punto che si perse perfino la conoscenza della ristrutturazione di strade, ponti, acquedotti. Rimane il nome: "cava" (incavata, sprofondata) che indica appunto lo scempio dell'arteria che da "Quartum Lapidem" s'incunea nel territorio monferrino.
Il catasto di Montemagno precisa inoltre come "la strada cava" passasse "davanti alla chiesa della Madonna della Cava per proseguire longo detta collina e passare avanti alla chiesa di San Vittore [della quale si ammirano tuttoggi i pregevoli resti romanici in condizioni obbrobriose] rivolgendosi poi per detta collina" e continuare in due successivi tronchi onde raggiungere la romana Fubine e la valle di Refrancore, come constatammo nel sopralluogo effettuato in zona nel maggio 1996.
La chiesa della Madonna della Cava, ai bordi della strada attuale nell'abitato di Montemagno, ricalca perfettamente una stele o un cippo di deità romana ai margini della citata arteria: una reinterpretatio cristiana quindi di un'edicola gentile, dedicata probabilmente a Mercurio, come d'uso in simili circostanze.
Il territorio di Montemagno, risulta inoltre, sempre dallo spoglio del catasto locale, costellato di borgate, ville, vici che tutti insieme concorsero a costruire -al tempo delle invasioni barbariche del V - VI secolo- il nucleo dell'odierno castello. I loro nomi scomparsi oggi dalla parlata comune rimangono però saldamente iscritti nei catasti. Leggiamoli: Robiano, che risulta il più vasto centro abitativo locale perché registrato sia sui catasti di Montemagno che in quelli di Castagnole, desume il nome dal patronimico romano Rubius. "Carzana" altro non è che la forma dialettale di Caresana, presente anche nel Vercellese: entrambi volti al femminile perché declinati con la "curtis" o la "villa" Caresiana, ossia la fattoria o la dimora signorile del romano Caresius.
"Prato Mariano" continua la serie dei toponimi con desinenza in -janus caratteristica dei primi secoli dell'Impero, con la presenza del fondo rustico del romano Marius, antroponimo di origine celta, fluito quindi nell'onomastica romana quale cognome della gens Mària.
"Valtigno", altro toponimo fluito dal personale latino Valtinius, come "Orsello" che, registrato nel catasto locale, deriva dal diminutivo del patronimico latino Orsus, attraverso la forma "Orséolus".
Notevole risulta infine il toponimo Salmatore, che, è noto, indica la presenza d'una colonia di Sarmati Gentiles, ossia di Slavi, trasferiti dalla Russia meridionale in varie epoche tra il III e il V secolo, nella Gallia Cisalpina e nella Gallia Transalpina sia a scopo di ripopolamento, sia per stroncare le velleità militari di quelle genti ed anche per dar loro asilo quando furono scacciati dalle sedi avite dai proprii avversari, come accadde sotto il regno di Costantino (306 - 337) il quale accolse circa 300.000 Sarmati posti in rotta dai loro nemici ospitandoli soprattutto nelle due Gallie citate. Il nostro toponimo trova riscontro in quello di Salmour, l'antico Sarmatore in provincia di Cuneo e della "villa Sarmazia" in quel di Borgo San Martino e nei numerosi omonimi italiani e francesi con lo stesso significato di quello montemagnese, che indica appunto una colonia di Sarmati Gentiles.
Prendiamo ora in esame il toponimo del capoluogo, cioé Montemagno, che gli autori italiani velocemente interpretarono quale "monte grande" o "grosso", senza badare al substrato toponomastico che sottolinea la presenza di insediamenti celti e romani del territorio e -fattore importante- della strada latina già ricordata.
L'ostilità degli italiani nell'interpretazione dei toponimi di città, comuni, fiumi etc. derivati dai personali romani o latini che dir si voglia è proverbiale al punto da incorrere -contro ogni lapalissiana verità- in molte sviste macroscopiche. Unico a salvarsi fu il piemontese prof. Gian Domenico Serra, il massimo indagatore dei toponimi italiani che con le sue pubblicazioni mise a fuoco l'importante apporto della civiltà romana, soprattutto nell'Italia Occidentale, accostandosi quindi alla scuola francese che in persona di A. Dauzat e di Ch. Rostaing concretizzò col "Dictionnaire étymologique des noms de lieux en France", giunto alla seconda edizione nel 1984, un monumento imperituro alla conoscenza toponomastica della Gallia Transalpina che formava -è noto- con la Gallia Cisalpina, ossia con l'Italia settentrionale, un solo ed unico territorio ritenuto tra gli ottimali dell'Impero.
Ora noi -modesti dilettanti e divulgatori di studi storici- non comprendiamo per quale motivo gli stessi toponimi delle due Gallie risultino, nell'interpretazione nazionale, totalmente diversi da quelli francesi, la cui matrice -sia italica che d'oltralpe- è di ceppo latino, ossia entrambi derivano -piaccia o non piaccia- dalla mirabile ed insuperata civiltà di Roma.
L'omonimo del Montemagno italiano risulta in Francia Montmagny che discende dal personale romano Mannius, così come dallo stesso antroponimo o come scrivono i frnacesi "du même nom d'homme latin" (Dict. citato pag. 466) derivano gli ulteriori toponimi Magnac, Magny, etc. che elencati a pag. 422 del "Dictionnaire" risultano fluiti dal personale romano/latino Mannius.
Il substrato abitativo dell'aera di Montemagno con tracce di insediamenti celti ai quali si affiancano quelli romani di Rubius, Caresius, Marius, Valtinius, Orséolus, nonché dei Sarmati Gentiles, con il percorso della strada già illustrata, si completa col "Mons Mannius", ossia il "colle di Mannius" dove sorgeva la villa del latino Mannius italianamente e liberamente tradotto in Magno. Per quale motivo il nome di Mannius - Magnus - Magno trasformatosi per esigenze di pronuncia in Monte-Magno (non nel senso di "grande", beninteso) è presto detto. E` noto che soprattutto al tempo delle invasioni germaniche, nella fattispecie Langobarde (sec. V - VI) il mondo agricolo romano ne risultò il più colpito: abbandonate le zone apriche di non facile difesa, le popolazioni si strinsero intorno alle costruzioni atte ad opporre resistenza contro gli invasori. Le ville latine ebbero una parte importante nel riassetto della struttura abitativa: per solito le ville gentilizie sorte sui nostri colli, con silos e torri per la custodia delle derrate furono il fulcro e il nucleo del nuovo centro demico rurale.
Montemagno non fa eccezione: ed ecco che intorno alla villa del romano Mannius si affiancarono altre costruzioni, mentre la torre e i silos, entrambi con compiti agricoli, si trasformarono in torrioni difensivi e offensivi protetti da primitive cinte di bastite: opere fortificate per solito con palizzate riempite di terra. La villa romana a poco a poco si identificò nel primo nucelo fortificato del castello, nella fattispecie di Montemagno, perché dove oggi s'eleva il formidabile maniero, ivi sorgeva la villa del latino Mannius, donde il nuovo nome del centro demico: Mons Magnus che tradotto esattamente vale "Colle di Mannius" dal nome del suo primitivo possessore.
Di quanto sopra scritto possiamo fornire la prova documentata tuttora esistente ad una decina di chilometri da Montemagno, nell'entroterra monferrino dove nel territorio del Comune di Frassinello Monferrato fa bella mostra di sé il solitario castello di Lignano, sorto in zona fittamente romanizzata, sulla destra della statale Casale - Asti. La villa del latino Lennius a mezza costa del colle, sul cui vertice in età medioevale si rafforzò il centro demico di Frassinello, subì la stessa metamorfosi di quella del latino Mannius a Montemagno. Con una differenza: che a Lignano il castello rimase ed è libero da aggregati edilizi e demici. Straordinaria -dopo venti secoli- la presenza dell'epigrafe romana, sia pure frammentaria, murata sul basamento della torre con il nome del proprietario del luogo, il cui antroponimo Lennius, aggettivato, si tramutò in Lennianus per indicare il possesso del primitivo insediamento demico di Lennius.
A Lignano il castello rimase dall'età romana ad oggi, solitario e isolato mentre a Montemagno l'abitazione del latino Mannius per la sua posizione di corpus fortificabile al vertice del colle attirò gli abitatori del contado alla cerca di protezione, di difesa, di sicurezza. Costruirono costoro le loro povere dimore a ridosso dei baluardi del castello (e il borgo medievale tuttora lo conferma) plasmando quella simbiosi architettonica (castello - borgo) tuttora ammiratissima.
Quindi Montemagno, come il Montmagny francese, vale "villa del romano Mannius". A quando il gemellaggio Montemagno-Montmagny ?
Dal colle di Mannio a Grana le miglia sono pochissime: l'area studiata dimostra quanti fossero i pagi, i vici, le fattorie, le ville all'epoca di Roma imperiale. Anche i catasti di Grana, redatti il 24 febbraio 1569, porgono un notevole mannello di toponimi latini a principiare dal villaggio di Periano doce sorgeva la pieve di Santa Maria di Grana. Nel gennaio 911, ricordano le carte dell'archivio capitolare di Asti, Agilfredo "prete e rettore della pieve di S. Maria di Grana", permuta beni con Ausulfo "abitante nella villa di Peirano". Peirano risulta di classica matrice latina fluito dal personale Pirius.
Il territorio odierno di Grana era inoltre popolato da ulteriori centri classici quali "Axigliano" e "Stroppiana" che al pari degli omonimi vercellesi derivano rispettivamente dai gentilizi Asellus e Stirpius donde il toponimo Stirpiana, volto in Stropiana perché declinato con "vallis" e per comodità di pronuncia. Impressionante la toponomastica relativa alla strada romana: la stessa che da Quarto d'Asti s'incunea sui nostri colli. Il catasto locale registra anche le località che desunsero il nome dalla citata arteria con la voce "cava" (come nel territorio di Monte Mannius) che indica appunto la strada "incavata", "sprofondata" per l'incapacità e la mancanza di manutenzione. Alcuni esempi: "terra cum vitibus ad Cavam", "terram ad Cavam coheret ecclesia S. Evasii Casalis, Hector Testa et via comunis". A fianco dell'antica strada classica si snodava la "via" medioevale chiamata anch'essa "viam Cavam", "ad Cavam vel ad vallis Grana". La "via cava" è anche menzionata nell'atto del 955 dove "nel luogo e podere di Peirano" una terra è sita "in loco ubi dicitur ad viam cavam".
Esiste anche la voce alternativa "ad crosam" per indicare la strada romana "incassata", "sprofondata": "ad Crosam sive ad Sanctum Stephanum". Infine il "montem Albanum" indica il colle del romano Albus.
Abbiamo volontariamente tenuto in disparte il toponimo Grana, che gli studiosi italiani spiegano con la voce celta "Krana" con valore di fessura, crepaccio: ma anche a Grana si ripete l'equivoco di Montemagno. Infatti il vocabolo Grana non ha proprio nulla da spartire con fessure o crepacci perché risulta l'equivalente patronimico del dio celto Grannus, corrispondente all'Apollo romano, sicchè in molte epigrafi d'epoca compare il titolo "Apollo Grannus". Grannus è registrato nel "Dictionnaire..." citato quale patronimico celto-romano.
La forma femminile Grana risulta tale perché declinata con il nome del torrente omonimo, cioé con la voce "aqua", "aqua Grana" dal nome del fondatore del primo insediamento demico in zona: è ben noto infatti che la maggior parte dei nostri villaggi con toponimi romani risalgono all'installazione di legionari i quali, terminata la ferma militare, sceglievano o il compenso in sesterzi o una cospicua quantità di terre da dissodare. Quindi anche il latino Grannus seguì la stessa trafila sistemandosi nella zona da lui prescelta legando il suo nome al fundus o alla villa e al torrente, chiamato "aqua Grana" come d'uso per divenire in prosieguo di tempo la "villa Grane" che ricorda e documenta l'origine del centro demico di matrice romana.
Il trapasso dall'età altomedioevale agli albori del millennio vide la nascita di due altri insediamenti: il "burgum novum" e il "casale". Il primo può essere collegato ai "Burgi speculatores", ossia ai fortilizi di avvistamento per annunciare l'arrivo di pericoli e di nemici presenti un poco ovunque nella nostra area. Il "casale" invece parrebbe allegato, con la voce "brayda" (fattoria agricola con annessi tenimenti) alla presenza degli invasori germanici, nella fattispecie langobardi.
Abbiamo letto nei documenti del 911 e del 955 l'esistenza della pieve di S. Maria in Grana, confermata dall'Imperatore Enrico III il 26 gennaio 1041 alla chiesa di Asti, il cui territorio assai vasto confinava a nord con quelle di Rosignano e Mediliano (Lu). Grana rimase sotto la giurisdizione di quel vescovo, fino al 1474 quando fu inserita nella diocesi di Casale. La presenza della pieve sottolinea l'importanza della località e il suo relativo popolamento. In età medioevale l'abitato si strinse intorno al castello oggi non più esistente. Il catasto precisa nel 1569 che il concentrico si chiamava "villa" alla quale si accedeva per la "Porta del Monte" dove esisteva la "strada diritta della piazza" con due negozi ed uno più piccolo "cum domuncula superiori", con la "contrada del Forno" e "la via del Torchio".
Nel concentrico si nota la presenza di orti e di giardini. Altre case erano ubicate "super spaldum", sugli spalti o presso la "Torretta", risultando la villa, cioé il concentrico, recinto di mura con relativi spalti e con l'altra porta detta di San Pietro, presso la quale è registrato il sedime con "cascina, orto e prato".
Sorto presso la strada romana poi via medioevale non poteva mancare a Grana un ospedale o xenodochio per la sosta dei pellegrini, trattandosi oltre tutto della "via marenca", ossia che portava al mare e che è la stessa studiata a partire da "Ad Quartum lapidem". I catasti del 1569, vera miniera di notizie sul borgo medioevale registrano il "sedimen cum capsina et horto ad sanctum Anthonium coheret hospitale comunis ... et bona ecclesie". Ancora: "domus seu capsina dicta hospitale cum pauco sedimine habita ab agentibus pro Comunitate, coherent via comunis et ecclesia sancte Marie in arealibus dictis ad sanctum Anthonium": "la casa con la cascina chiamata ospedale con un piccolo sedime tenuto dagli agenti della Comunità, sotto le coerenze della strada comune e della chiesa di S. Maria nei dintorni del luogo detto di S. Antonio": dal che si deduce inoltre che la chiesa di S. Maria, epicentro della pieve altomedioevale, risultava decentrata rispetto alla nuova villa incastellata.
La strada romana da "Ad Quartum lapidem", a Grana si biforca: un tronco prosegue per Calliano, l'altro per Casorzo, come diremo nel prossimo articolo.