Alessandro Allemano
I CINQUE GIORNI DELLA RIVOLUZIONE MONCALVESE

In questo articolo narrerò una vicenda pochissimo nota, della quale io stesso ignoravo tutto se non i termini generali che la inserivano nei fatti della Repubblica Astese.
Debbo alla cortesia dell'avvocato Rodolfo Prosio, alto magistrato a riposo, bella figura di gentiluomo piemontese d'altri tempi, se ho avuto il suggerimento che mi ha portato a ricercare fatti, date, documentazione sui fatti rivoluzionari avvenuti in Moncalvo alla fine di luglio del 1797, esattamente duecento anni fa.
Asti ha ricordato ed ancora ricorderà le vicende della effimera Repubblica degli "avvocati", Moncalvo non ne ha fatto menzione: eppure, come si leggerà, in Moncalvo avvennero torbidi importanti, si elesse una Amministrazione provvisoria composta di borghesi ma avendo tra i suoi membri più distinti un Padre francescano, cinque persone ci rimisero, in vario modo, la vita.
Non desidero una commemorazione tardiva: solamente intendo far conoscere in primo luogo ai miei Concittadini e più in generale a tutti i Lettori una storia che durò cinque giorni, duecento anni or sono.
La documentazione d'archivio, per gran parte inedita, è conservata nell'Archivio storico del Comune di Moncalvo e nell'Archivio Parrocchiale.

La situazione politica e militare
Il regno di Carlo Emanuele IV di Savoia non era iniziato sotto buoni auspici.
Il padre Vittorio Amedeo III, dopo venti anni di pace, era stato coinvolto dai riflessi della Rivoluzione Francese del 1789 e si era dovuto alleare con l'Austria per fronteggiare il dilagante pericolo della penetrazione francese in Piemonte. Nel 1792 le truppe francesi avevano invaso la Savoia riportando in breve tempo indiscutibili vittorie ed erano giunte anche a Nizza: poco dopo le autorità di Parigi avevano dichiarato l'annessione alla Repubblica di quelle terre. Due anni dopo i francesi avevano superato le Alpi, entrando nella valle del Tanaro. La situazione finanziaria del Regno sardo si era fatta disastrosa: per sostenere le truppe impegnate in campagna il Re dovette imporre un prestito forzoso ai banchieri e alle comunità ebraiche,1) si decise una forte sovrimposta a gravare sulle province piemontesi, si colpirono le rendite degli Ordini religiosi e per provvedere metallo per i cannoni vennero avviate alla fusione presso l'Arsenale di Torino un gran numero di campane non strettamente necessarie.2)
Nel 1796 il comando delle armate francesi in Italia era stato assunto dal giovane Napoleone Bonaparte, che con grande rapidità d'azione aveva vanificato i piani strategici degli Austro-sardi dei generali Beaulieu e Colli: le truppe "rivoluzionarie", vittoriose a Montenotte, Dego e Millesimo, erano giunte a Cherasco e stavano minacciando Torino. Per Vittorio Amedeo era stato giocoforza a questo punto chiedere un armistizio (firmato a Cherasco il 28 aprile 1796): il successivo 15 maggio la Pace di Parigi aveva ratificato il definitivo passaggio alla Francia di Nizza e della Savoia, culla della dinastia sarda. Alle armate francesi veniva di fatto lasciato libero passo in Piemonte.
Re Vittorio Amedeo di fronte a tanto sfacelo non aveva retto ed era venuto a morte a Moncalieri il 14 ottobre di quello stesso anno.
Carlo Emanuele IV era nato a Torino nel 1751, primogenito di Vittorio Amedeo; nel 1775 aveva sposato Maria Clotilde Adelaide di Borbone-Francia, sorella del Re Luigi XVI, dalla quale non avrebbe avuto figli. "Non privo di ingegno, era debole fisicamente e moralmente e incapace d'imporsi così nella corte come nella vita politica".3) "È l'immagine dello sfacelo: d'animo timorato, bigotto, il nuovo re è continuamente afflitto da ombre e dubbi, frutto dei suoi nervi malatissimi. È stato educato all'ascetismo ed è irrimediabilmente privo di coraggio per affrontare con qualche speranza di successo la tragica realtà di quel mondo in tumultuosa evoluzione."4) Il nuovo sovrano cercò di salvare quanto ancora restava di salvabile nello Stato piemontese tentando un'alleanza con i francesi, ma dovette continuare a subire una lunga serie di umiliazioni contro le quali egli null'altro poteva opporre che la sua cristiana rassegnazione.
Il 22 gennaio 1797 venne organizzato dai club giacobini di Torino in piena intelligenza con gli emissari francesi un attentato alla persona del Sovrano: mentre si recava a Messa in Duomo sarebbe stato assassinato, la Cittadella e le porte delle città sarebbero cadute nelle mani dei repubblicani. Il disegno fallì, ma le cose per Carlo Emanuele non si misero molto per il meglio.

Il disagio nelle campagne
Dopo la lunga serie di sconfitte ad opera dei francesi la condizione dei sudditi piemontesi, particolarmente degli abitanti delle campagne, era gravissima.
I soldati francesi, che pure avevano vinto, non venendo pagati puntualmente per il loro servizio, si davano al saccheggio indiscriminato, specialmente nel Cuneese e nell'Alessandrino, le zone più direttamente coinvolte dalla campagna del 1796: devastavano i raccolti, razziavano case e dispense, infliggendo ripetute violenze alle popolazioni civili.
Anche nel Monferrato il clima non era tranquillo: se mancavano quelle eclatanti manifestazioni di inciviltà verificatesi altrove, tuttavia la sicurezza dei cittadini era minacciata da bande di malfattori disertori che ponevano a repentaglio il vivere civile delle comunità.
Moncalvo non faceva eccezione: il 21 aprile 1797 si discusse in Consiglio comunale della difficile situazione che si era venuta a determinare e si richiedono alla Autorità superiori di inviare un distaccamento di soldati per riportare l'ordine pubblico.5)
"(...) In detto Consiglio fa presente il prefato signor Vice Giudice che la costernazione in cui da un mese circa a questa parte trovasi questo pubblico sia per la poca sicurezza della propria vita, quanto per quella delle loro sostanze, derivante da una banda di malviventi i quali in numero imponente ed armati hanno di notte tempo già in effetto a chi tolta la vita, a chi derubate le sostanze, per cui succedono ogni notte gravissimi disordini. Lo spavento poi insinuatosi a segno tanto nei capi di famiglia che in qualunque altro, dopo massime il colpo seguito in pregiudicio della persona del fu signor Tommaso Forno, che ritirandosi ad ora discreta alla propria casa fu assalito da tre persone e senza causa colpito con sparo d'arma da fuoco nel capo, per cui dovette nella vita succombere, rimane a questa popolazione sì pregiudiciale che ne' casi nemmeno della più grande rilevanza i medici, chirurghi, ecclesiastici ed altre persone addatte al servizio del pubblico ed al sollievo dell'umanità osano di uscir di notte, massime per gli affronti personali da più d'uno d'essi rispettivamente sofferti.
Si aggiungano a tutti detti gravissimi inconvenienti i continui spari di armi da fuoco cariche a palle ora nelle finestre ed ora nelle porte delle rispettive abitazioni e i continui furti con rottura o già commessi o tentati, e gli affronti or dall'uno or dall'altro de' più pacifici, onesti ed anche qualificati cittadini sofferti, e tutti insomma gli acumulati disordini che hanno già dato luogo, come lo danno continuamente, a pubblici richiami, che detto signor Vice Giudice non crede ignoti a questa Civica Amministrazione.
Pongono il medesimo nel preciso dovere di eccitare i signori Congregati a prenderli nella dovuta considerazione e quindi giacché non sarebbe possibile coi mezzi ordinarii di porre ai medesimi il conveniente riparo, di agire di concerto e d'aver ricorso superiormente ed a chi s'aspetta, ad effetto di ottenere un Corpo di Truppe in distaccamento per un tempo considerabile permanente e se fosse possibile non minore di trenta individui, mentre le bande da frenare e distruggere oltre all'essere numerose sarebbero poi composte di gente aguerrita e facinorosa, perché di disertori e si lusinga detto signor Vice Giudice che sarà quest'Amministrazione per concorrere in tali misure di sicurezza e tranquillità, dovendo a quest'epoca essere la medesima convinta dell'inutilità ed inefficacia delle pattuglie locali ed inoperose le sole forze di cui può il medesimo disporre, consistenti in soli due soldati di giustizia6) valevoli appena a custodire i numerosi detenuti nelle carceri di questo Castello.

E detti signori Congregati non ignorando li sovra espressi disordini e concorrendo li medesimi nel sentimento del prefato signor Vice Giudice di ricorrere superiormente per ottenere il sovra specificato distaccamento, in vista massime che l'esperienza avrebbe dimostrato l'insufficienza delle pattuglie locali per contenere le numerose bande de' malviventi che infestano la presente Città e che perturbano la pubblica quiete massime di notte tempo, tutti unanimi e concordi hanno determinato e determinano di aver ricorso a Sua Eccellenza il signor Cavaliere Damiano di Priocca Reggente il dicastero degli Affari Interni, affinché prese in benigna considerazione le deplorabili sovra espresse circostanze in cui trovasi la presentanea popolazione si degni d'accordare un distaccamento militare per un tempo considerabile e permanente, e nel numero non minore di trenta individui, giaché se la permanenza di detto distaccamento fosse di poca durata sarebbe per produrre maggiori inconvenienti delli già sofferti (...)".

Carlo Emanuele IV di Savoia Re di Sardegna

Dal punto di vista economico il disagio era, se possibile, ancora maggiore. I raccolti sono scarsi, i francesi impongono nuove contribuzioni, lo Stato sabaudo preme continuamente per far fronte alle spese di guerra. "I prezzi continuano a salire mentre le paghe dei braccianti agricoli, che come sappiamo costituiscono la parte più numerosa delle plebi rurali, non seguono l'andamento ascendente del costo della vita. Nell'estate il raccolto è pessimo: si calcola che manchino cinquecentomila sacchi del prodotto per il sostentamento della popolazione".7)

I primi sommovimenti
Tra la fine di giugno e la metà di luglio 1797 la situazione sembrò precipitare: a Torino si ebbero i primi moti popolari, seguiti in pochi giorni da analoghe sommosse a Fossano, Mondovì, Racconigi, Carignano, Novara e Moncalieri.
La causa prossima delle insurrezioni di duecent'anni fa fu l'andamento del mercato delle granaglie.
Il 21 giugno un Manifesto senatorio richiamava i sudditi all'osservanza del Regio Editto 3 ottobre 1794 "prescrivente che tutti li negozianti di granaglie, eccedenti il loro bisogno per la consumazione di un'annata debbano mandare sul mercato del luogo ove ritengono i generi o sui mercati vicini quella quantità di granaglie per cui verranno ingiunti in iscritto da' Giusdicenti": come recitava il Manifesto, si ingiungeva "a tutti li Giusdicenti (...) di vegliare con tutta l'attenzione per iscoprire ed impedire gli accaparramenti delle granaglie di nuovo raccolto che si tentassero di fare fin d'ora in frode e contravvenzione delle leggi veglianti e in pregiudicio delle persone meno facoltose".
Poiché la situazione non accenna a migliorare, il 18 luglio il Governatore di Torino, Conte Casimiro Gabaleone di Salmour, emana un ordine "che prescrive alle persone tranquille di allontanarsi, allorché la truppa accorre a sedare i tumulti, e proibisce di attrupparsi a pretesto della scarsezza del pane".8)
Frattanto il 29 giugno veniva procalmata in Lombardia la Repubblica Cisalpina, con l'annessione delle legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna, cedute dal Papa Pio VI in forza del Trattato di Tolentino del mese di febbraio.
Il 22 luglio, sabato, giorno di mercato, ad Asti vengono fatte affluire ingenti quantità di grano dall'Alessandrino, mentre gli insorti controllano già altre importanti piazze di commercio (Fossano, Racconigi, Carignano). I prezzi continuano ad essere esageratamente alti: quando giunge notizia che a Carmagnola il popolo in sommossa ha fatto ridurre il prezzo, altrettanto pretendono gli astigiani. Si verificano i primi incidenti, hanno inizio quei moti che per alcuni giorni terranno Asti ed il contado in apprensione, tra speranze di "cambiamento" e reazioni lealiste.
A Moncalvo il 24 luglio la situazione sta per diventare molto critica: il Consiglio comunale si riunisce sotto la presidenza del nuovo Sindaco Giovanni Antonio Ronca ed alla presenza del Vice Giudice Testa Fochi per trattare dell'eccessivo prezzo del frumento e deliberare la diminuzione di quello del pane.
"(...) Ad ogn'uno sia manifesto che in vista dell'eccessivo prezzo del grano ed anche sull'insinuazione del presente Vice Giudice, in seguito a lettera al medesimo pervenuta dal Vice Prefetto di questa Provincia in data di ieri, siasi congregato l'ordinario Consiglio componente questa Civica Amministrazione (...) per sentire le loro determinazioni sui mezzi da praticarsi per far cessare i richiami di questa popolazione, ed essendosi sin di questa mattina da' signori Provveditori avvocato Carlo Caroelli e Tommaso Crivelli, in vista massime delle Sovrane provvidenze che di giorno in giorno si emaneranno, proceduto alla tassa del pane, diminuendo il prezzo del medesimo di danari sei per libra per ogni qualità di pane. (...)"
Gli stessi Provveditori rimetteranno dopo pochi giorni al Consiglio il loro incarico, non essendo più in grado di svolgere le loro funzioni.

La "repubblica astese"
Frattanto Asti vive giorni di grave tensione.
Il 24 luglio 1797 si costituì una nuova amministrazione guidata dal Conte Carlo Giuseppe Gabuti di Bestagno9) e composto da avvocati come Secondo Arò, Gioachino Testa, Michele Peracchio, Felice Berruti, da alcuni causidici come Giacomo Gardini, da un panettiere, da un oste e da un macellaio.10) Il Comandante militare della città, Signoris di Buronzo, per evitare spargimento di sangue, aveva consegnato le armi ai rivoltosi, così come si era arreso il Comandante del Castello, maggiore Ardizzone.
Venne alzato il vessillo con i colori civici, bianco e rosso, si indossarono coccarde degli stessi colori; qualcuno propose l'abbattimento degli stemmi gentilizi apposti sui portoni dei palazzi astigiani, avendo rispetto per le sole armi araldiche del vescovo; monsignor Pietro Giuseppe Arborio di Gattinara partecipò ad una funzione di ringraziamento in San Secondo.
Il Re Carlo Emanuele stava intanto cercando di far fronte alla dilagante insurrezione che aveva coinvolto gran parte del Piemonte: il 26 luglio aveva emanato un Regio Editto "portante varie provvidenze contro gli Attruppamenti, e pel contegno e castigo de' facinorosi, e perturbatori della pubblica quiete, e sicurezza". Veniva riconfermata la Giunta Provinciale di Giustizia, una sorta di Tribunale speciale, alla quale demandare gli atti accusatori nei confronti di sediziosi e rivoltosi.
Il 28 luglio vennero emanati i primi proclami intestati "Anno I, giorno I della Repubblica Astese"; si iniziò a parlare di una lista di proscrizione nella quale comparivano i nomi di tanti aristocratici cittadini. Il Marchese Mattia Mazzetti di Frinco fuggì con uno stratagemma da Asti per riunire truppe controrivoluzionarie che dalla campagna marciassero sulla città.
La domenica 30 luglio terminava la bella avventura dei giacobini astesi: le forze lealiste ebbero senza difficoltà ragione degli insorti. Il popolo che fino al giorno prima aveva applaudito ai capi dell'insurrezione, gli "avvocati", ora li denigrava insultandoli!11)

L'insurrezione a Moncalvo: un racconto
Se la principale rivolta, con la conseguente costituzione di un'Amministrazione repubblicana e l'apparente trionfo dell'idea rivoluzionaria, ebbe luogo ad Asti, tuttavia Moncalvo fu teatro in quei giorni di fine luglio di avvenimenti che pochi conoscono e che sono tramandati da un resoconto allegato al verbale del Consiglio Comunale del 3 agosto 1797, quando l'ordine era già stato ristabilito: dalla lettura di queste pagine risulta che gli avvenimenti moncalvesi non hanno nulla da invidiare quanto ad importanza e significatività a quelli, più noti, di Asti.

Il 31 luglio un verbale recava già menzione dell'avvenuta rivolta, in attuazione dell'Editto del 26 luglio.
"L'anno del Signore millesettecentonovantasette, ed alli trent'uno del mese di luglio, in Moncalvo e nella sala delle congreghe della presente Città, avanti l'Illustrissimo signor avvocato Ignazio Cagna Giudice della medesima. (...)
In detto Consiglio fa presente il prefato Illustrissimo signor Giudice che dovendosi a termine del Regio Editto dei 26 or scaduto luglio procedere contro coloro che furono promotori, fautori e complici della sgraziata insurrezione in questa Città scoppiata sotto lo stesso giorno 26 luglio ed alle ore tre di Francia pomeridiane, e che coll'agiuto di tutte le persone dabbene ed oneste venne felicemente sedata nel mattino del giorno 30 stesso mese, sarebbe necessario che a mente del punto 6 di detto Regio Editto12) si devenga alla scelta di due Amministratori per assistere a tutti gli atti da formarsi in odio de' medesimi (...)
I signori Congregati tutti unanimi e concordi riconoscendo l'indispensabilità di tale elezione, hanno nominato e nominano li signori cavaliere ed avvocato Benvenuto Dal Pozzo e Pietro Antonio Minotti Consiglieri amendue di questa Civica Amministrazione per l'oggetto di detto Regio Editto contemplato, colla facoltà necessaria ed opportuna".

Il 3 agosto, giovedì, il Consiglio si riunì nuovamente per verbalizzare a futura memoria (e a discolpa di qualche borghese che aveva aderito alla rivolta) una "dichiarazione fatta dalla Città di Moncalvo, in seguito all'occorsa insurrezione in essa".

Alla seduta, eccezionale, partecipano i Consiglieri ordinari e gli aggiunti: manca il Sindaco Ronca, dichiarato "ammalato".

"(...) In questo Consiglio si fa presente essere notoria l'insurrezione popolare scoppiata in questa Città improvisamente nel giorno della festa di Sant'Anna 26 dello scaduto luglio, tre ore circa dopo il mezzo giorno per opera di varii malintenzionati che tentavano di sottrarsi al Governo di Sua Maestà, a segno che comparsi attruppati sulla pubblica Piazza13) in qualche numero, diedero principio alla rivoluzione disarmando il distaccamento del Reggimento Nazionale14) che qui trovavasi sotto la direzione del signor Luogotenente Lanza, che fu costretto ad abbandonare la Città col Corpo d'uomini da lui comandati.
E pur anche notorio che i Capi di questa sollevazione, e quelli che hanno disarmata la truppa sono stati li Pietro Gioanni Fagiani, Gioanni Antonio Maranzana, Francesco Azelio, il soldato Borra detto Il Medico, quali la mattina stessa si sono recati in Asti, dove concertarono l'insurrezione,15) e qui restituitisi dopo il mezzo giorno diedero mano al loro perverso attentato col disarmamento del Corpo militare, scortati però da un numero imponente di persone sedotte parte con promesse, e parte con minaccie, e comparse in piazza armate.

Primo giorno: 26 luglio
Gli "avvocati" a capo degli insorti

Eseguito questo attentato si posero a gridare ad alta voce che volevano avere per loro capo il signor Avvocato Testa Fuochi, od il signor avvocato Bertarelli: il primo de' quali essendo a letto, risvegliato da tali alte grida, si affacciò al di lui poggiolo, e dagli insorti fu costretto a discendere sulla Piazza ottenendo però prima da essi la promessa che non avrebbero fatto male ad alcuno. Frattanto una parte di detti sediziosi armati diretti dai sopradetti capi rivoluzionari fecero suonare campana a martello gridando per le contrade che la rivoluzione era fatta e che era il tempo di malmenare i signori, cioè i possidenti della Città, in conseguenza di che tutto il popolo si radunò nella Piazza, ed intimorito dalle minaccie che si erano fatte e si facevano continuamente da questi banditi si prese concordemente le armi.

Requisizione del "danaro Regio"
Su detta Piazza eranvi non solo li detti signori avvocati Testa Fuochi e Bertarelli, che come abitanti su di essa accorsero con maggior prontezza, ma anche li signori avvocati Balduino, Beccaris, Tadini, Caroelli, Cavaliere Benvenuto Dal Pozzo, medico Caffassi, Insinuatore Rivetta, Capitano Rivetta e molti altri, che lungo fora16) il nominarli, i quali tutti accorsi per comando degli insorgenti fatto pubblicare a suon di tromba, e con minaccia di morte del Serviente, andavano calmando il furore massime dei capi, affine di guadagnarne la confidenza, come di fatti si spiegarono che volevano avere per capi tutti li signori avvocati di questa Città, ed essere dipendenti da' loro consigli.
Ma appena viddero i capi dell'insorgenza una maggior forza d'armati, si disposero d'andare dal signor Banchiere del sale Cavalli, quindi dal signor Regolatore17) Picchio, dal signor Insinuatore18) Rivetta e dal signor Allara Commesso della Posta, per costringerli a consegnare il fondo di denaro regio che avevano, ed obbligarono li signori avvocati Testa Fuochi, Bertarelli, Balduino, colli signori medico Caffassi e Capitano Rivetta di andar seco loro, come dovettero andarvi, ed essi tutti si caricarono del rispettivo danaro con spedire ad ognuno un riguardo19) per loro cautela, e fu buona sorte che sia riuscito ai medesimi di persuaderli che tale denaro doveva essere custodito per far fronte alle spese che occorrevano, così che fu consegnato come deposito allo stesso signor avvocato Testa Fuochi, dopo questo secondo attentato a cui in niuna maniera si è potuto resistere, massime perché si sarebbe così perduta la confidenza degl'insorgenti, che sarebbero passati a maggiori eccessi, giaché dichiaravano apertamente di voler a forza entrare nelle case de' più doviziosi, e farne un saccheggio.

Si informano gli astigiani
Ma ciò che più premeva in detti capi sediziosi si era di riscontrare gl'Astigiani, con cui avevano passata l'intelligenza, e darle parte della rivoluzione che si lusingavano già eseguita, onde tumultuariamente entrarono armati circa la mezz'ora di notte nella casa del signor avvocato Testa Fuochi, ed ivi il Pietro Gioanni Fagiani, il quale già si era trovato presente a varie rivoluzioni di città e paesi de' regni di Francia e Spagna, e che era uno de' principali capi, estrasse uno schizzo di lettera ed intimò alli signori avvocati Testa Fuochi e Balduino di dovere sul tenore piccante ed insolente delle medesima, informare detti Astigiani della seguita rivoluzione, e così pur troppo convenne eseguire perché altrimenti arrischiate avrebbero le loro persone, e fors'anche l'intiera Città.
E questa lettera sul tenore per detto Fagiano presentata venne fatta scrivere in cospetto dei capi e di tutti gl'armati insorgenti presenti dal signor Antonio Francesco Chiais e sottoscrivere dai detti signori avvocati Testa Fuochi e Balduino, poscia scrupolosamente confrontata coll'originale e consegnata ai capi rivoluzionarii, dai quali fu rimessa al signor medico Percivale, che si costrinse di partire per ricapitarla alla pretesa Municipalità d'Asti perché riconoscesse che eseguita avevano l'intelligenza nel mattino dello stesso giorno tenuta in quella Città.
E così passò il fatto del giorno 26 senza che vi siano seguiti maggiori eccessi e disordini.

Secondo giorno: 27 luglio
Si propone di marciare su Crea

Nel giorno 27 poi si formò la radunanza di tutti gl'Amministratori deputati dai rivoluzionarii nella sala grande del Conte Arnuzzi,20) che si occupò per forza, e nulla di sinistro s'occorse, sendosi tutto il giorno trattenuti a provedere pel quieto vivere e frattanto fra detti Amministratori venne aggiunto il Padre Maestro Della Valle, Guardiano de' Minori Conventuali di questa Città, che assistette in un cogli altri a tutte le successive adunanze, in cui conveniva trattenersi nel sentire le dimande di varie altre persone
che condotte dagli stessi capi rivoluzionarii sempre armati e sempre in guardia alle porte della Città entravano nella sala per essere istrutti del modo con cui la pretesa rivoluzione era seguita, alle quali persone sempre si insinuava la moderazione ed il rispetto verso la Religione e verso il popolo e le sostanze particolari, posto che allora l'oggetto che scopertamente si trattava era di rimediare al caro prezzo delle derate, per cui ognuno ne faceva doglianza, e tale persuasive si facevano in tali sessioni, abbenché la sala fosse sempre ripiena di persone armate.
In questo stesso giorno fecero intendere i rivoluzionarii di volersi portare al Monastero di Crea per esiggere da' quei signori Canonici una somma per le spese della rivoluzione, ma riuscì di dissuaderli, ponendogli nanti gli occhi l'irritamento delle Communità che trovansi massime vicine a detto Monastero.

Terzo giorno: 28 luglio
Nel giorno seguente 28 luglio la radunanza de' deputati se la passava pure nel dare providenze per il quieto vivere, giacché nel giorno precedente erasi, come giorno di mercato, spedito da particolari della Città quantità di formento sulla piazza per vendersi al solo prezzo di lire ventisette per cadun sacco, ed erasi anche ribassato il prezzo del pane e del vino in proporzione.
Diecimila lire da Crea
Ma circa il mezzo giorno comparve nella sala un grosso numero di armati co' pretesi capi rivoluzionarii, i quali annunciarono la presa risoluzione di volersi portare al Monastero di Crea per obbligare quella famiglia religiosa allo sborso di lire diecimila in tant'oro od argento, e per quanto siansi adoperati li signori Amministratori, rappresentandole che invece d'andar colà armati era meglio per aver danaro di scrivere a quel signor Abbate e spedirle amichevolmente alcuni deputati, non vi fu modo a contenergli, e s'indussero soltanto di accontentarsi di qualche assegno sugli affittavoli de' beni dell'Abbazia nel caso che fosse questa inabilitata di pagar tale somma in contante.
Ebbero però la previdenza essi signori Amministratori di fargli accettare per capi li signori Giuseppe e Ottavio fratelli Rivetta ed Antonio Maria Tadini, ed unire ai medesimi altre persone oneste, che dovevano ritirare il danaro, spedir la quitanza al Monastero, contenere se fosse stato possibile gli attruppati e consegnare ciò che avrebbero esatto nel deposito presso il signor avvocato Testa Fuochi, come venne eseguito.

La coccarda bianco-rossa portata dagli insorti

 

Si pensa alla controrivoluzione
Intanto si andava secretamente esplorando quale fosse la vera volontà del popolo, e si scopriva che la massima parte del medesimo era bene intenzionata, e che soltanto le temute violenze facevano agire ognuno a cappriccio degli insorgenti.
E tale scoperta animò gli Amministratori deputati a tentare di servirsi della maggior forza che si andava dichiarando per comprimere l'insolenza de' principali insorgenti e ristabilire il buon ordine nella Città colla depressione di costoro.

Quarto giorno: 29 luglio
Un estremista: il sergente Borra

Ma nel giorno ventinove i capi rivoluzionarii, che tentavano di farsi più forti col chiamare in loro soccorso altre persone inclinate al male, avevano reso avvertito il Sargente del Reggimento Nazionale Francesco Borra, che comparve in questa Città accompagnato da tre malviventi, che si seppe in appresso essere di Chieri, e tutti e quattro recatisi nella sala dell'adunanza eccittarono rumori e turbolenze, vomitando ingiurie contro gli Amministratori e massime scelerate, spiegandosi che non doveva badarsi alle persuasive de' signori avvocati Testa Fuochi e Balduino, che colà unitamente si trovavano e che doveva piantarsi l'albero della libertà e che a loro era possibile di farlo all'indimani piantare in varie circonvicine terre e che in appresso avrebbero presi ai ricchi e possidenti bovi, danari e granaglie da distribuirsi al popolo e che questa era l'unica via per stabilire la rivoluzione, trattandosi che prima della notte si facevano sicuri di condurre in questa Città e radunare tre mille e più uomini pronti a' loro cenni.

Il Borra non si fida degli "avvocati"
In tali periodi e non ostanti le replicate loro minaccie, faccendo caso detti signori avvocati Testa Fochi e Balduino, non meno che il signor Chiais eletto segretaro, dell'assistenza del popolo buono, resistettero e negarono assolutamente che fosse piantato il preteso albero della libertà, ed allora insorti nuovamente i fuorusciti compagni del Borra avvisarono gli astanti tutti, composti della più vil ciurmaglia, a non fidarsi di essi signori avvocati, né di tutti gli altri signori, poiché accaduto li sarebbe come agli asserti patrioti della Città di Moncalieri, che sopra di essi ebbero fidanza, ma che furono traditi, restando vittima de' signori; benché queste insolenti parole non debilitarono la costanza e fermezza di detti signori avvocati Testa Fochi e Balduino e di altre persone oneste fra cui detto signor Chiais, che sopravvenendo resistettero con essi alle perfide insinuazioni de' mal intenzionati a fronte di tutti i pericoli a' quali si esponevano; e bel bello essendo usciti dall'adunanza si applicarono di concerto anche con tutti i prenominati signori avvocati e persone dabbene ad animare il popolo ad essere fedele a Sua Maestà, e coll'assistenza dei detti buoni cittadini, che coi loro officii hanno persuaso al popolo destramente la vera strada della fedeltà, si fece in maniera che l'iniquo progetto de' rivoluzionarii non ebbe alcun effetto.

Quinto giorno: 30 luglio
L'avvocato seda la rivolta

Nel Giorno trenta di buon mattino il signor avvocato Testa Fochi col signor avvocato Balduino ed altre persone fedeli, fra le quali deesi nominare con riconoscenza il signor Capitano de' Guastatori Onetti e certo Lorenzo Avvezzano, fecero per tempo radunare il popolo armato sulla pubblica piazza.
Questi schierato in buon ordine fu senza ribrezzo alcuno interrogato dal signor avvocato Testa Fochi sovra le rispettive disposizioni e tutti con abbattimento del partito ribelle si posero sotto la tutela di Sua Maestà, giurando universalmente ad alte e replicate voci la loro fedeltà verso la medesima; e siccome i rivoluzionarii avevano obbligato anche i buoni cittadini a mettere sul cappello le loro coccarde a bindello21) bianco e rosso, si viddero in un momento stracciate in pezzi tali infami coccarde e se ne surrogarono altre di color bleu22) già prima preparate fra le liete acclamazioni del popolo, che faceva eccheggiare ovunque il nome dell'adorabile suo Sovrano, a segno che gli stessi ribelli cambiata divisa finsero anch'essi di essere del sano partito e nell'abbattimento loro dimostrarono di essere de' più zelanti pel buon ordine.

Un pentimento calcolato
Anzi il Pietro Gioanni Fagiani tutto il suo zelo apparentemente rivolse a procurare che dopo il Vespro si sollennizzasse la giornata col canto del «Te Deum», ma si seppe, e si vide poi, che costui ed i suoi complici tentavano di far radunare il popolo nella Chiesa23) per meglio riuscire nell'eseguimento de' loro iniqui progetti, perché appunto quando l'ampia Chiesa di San Francesco era piena di popolo concorso pel Vespro, il Sargente Borra, il Pietro Gioanni Fagiani, il Gioanni Antonio Maranzana, Francesco Azeglio, Michele Ronco e certo Giuseppe Borra surnomato Il Medico ed altri tentarono di sorprendere il Castello col pensiero di impadronirsi della poca munizione di polvere e palle in esso custodita, di liberare i numerosi prigionieri ivi ditenuti e faccendosi così più forti devenire poi all'ideato sacrilego piantamento dell'albero della libertà ed al successivo saccheggio delle case de' cittadini, fra le quali venivano designate, come prime, quelle de' signori Amministratori prenominati.
Per buona sorte il picchetto di Guardia Civica al Castello trovossi composto di persone coraggiose, che seppero resistere all'assalimento dei detti Borra, Fagiani e complici, con respingerli ed impedire la violenza che erano in atto di esercitare collo sparo de' loro fucili, con cui vennero feriti li Borra e Maranzana; motivo per cui dovettero cedere, ed anche perché il Pietro Gioanni Fagiani venne disarmato e le riuscì di evadersi, con essersi poscia arrestato il complice Giovanni Antonio Vercellana, che riportò colla morte il meritato castigo, dopo quel fatto sendosi i ribelli vieppiù avviliti, si assentarono sul campo da questa Città, andando profughi per le vicine campagne, senza che si sappia il loro ricovero, non ostanti le praticate esplorazioni e ricerche, sapendosi soltanto che il misuratore Dionigi Varese ed il di lui figlio attuale Sargente nella Legione Lombarda si sono indirizzati verso il Milanese, per qual fuga trovansi i buoni cittadini vieppiù tranquilli, mentre troverebbonsi liberati da due soggetti de' più perniciosi al buon ordine ed alla società.

Viene restituito il "danaro Regio"
Abbattuti intanto i faziosi furono restituiti i danari apparentemente24) estorti alli signori Regolatore delle Regie Gabbelle Picchio, Banchiere de' sali signor Cavalli, con quelli del regio Uffizio dell'Insinuazione, e così pure furono restituiti nelle medesime specie li danari tolti con violenza all'Abazia di Crea, danaro che se caduto fosse nelle mani de' sediziosi, avrebbe potuto essere fatale al pubblico, mentre si sarebbero guadagnati infiniti partigiani che avrebbero resi animosiori25) i sediziosi medesimi al saccheggio, alle stragi ed alli orrori tutti di una guerra civile.

Grazie ai più coraggiosi
Conviene però anche registrare insieme alla buona, retta e prudente condotta dei signori avvocati Testa Fochi e Balduino non meno che degli altri numerosi signori avvocati e di tanti altri buoni cittadini, il coraggio e le fatiche sofferte dal detto Lorenzo Avvezzano, che alla notizia dell'insurrezione scoppiata in questa Città si portò alla presente, animando il popolo alla distruzione de' malviventi rivoluzionarii, che giunta l'opera di tant'altre persone corragiose e fedeli, i cui nomi verranno sempre con riconoscenza in questa Città ripetuti, si resero detti sediziosi così avviliti che nella fuga cercarono il loro scampo, liberando così la Città dalle angustie e dai minacciati saccheggii, ed essendo ben giusto che singolarmente detti signori avvocati Testa Fochi e Balduino riportino un attestato della pubblica riconoscenza, siccome quelli che si sono esposti ai maggiori pericoli e nella personale e nelle sostanze e colla loro prudenza, lealtà e fedeltà dovuta al Sovrano hanno avuto l'abilità di mantenersi nella confidenza de' sediziosi, in sino a che risolta la confusione ed incertezza si sono atterrati i malfattori ed è risorta la luce ed il Regno delle leggi, che sole possono condurre il popolo nelle vie delle felicità.
Le quali cose tutte, siccome vere e notorie che furono cotanto pericolose al ben pubblico ed alla fedeltà dovuta al Sovrano e che la Dio mercè26) si sono forse rivolte in bene per la condotta tenuta dai buoni cittadini summentovati e specialmente dei detti signori avvocati Testa Fochi e Balduino, eccittano il presente ordinario Consiglio, unito agli infrascritti signori Aggiunti e capi più distinti ed onesti di famiglia a passare i loro veri, pubblici e cordiali ringraziamenti alli detti signori avvocati Testa Fochi e Balduino, che hanno corsi i maggiori pericoli intrepidamente, non meno che ai prenominati signori avvocati tutti ed altri onorati individui, ed in specie al detto Lorenzo Avvezzano per l'interessamento preso nel ristabilimento della quiete ed annicchilamento de' faziosi malviventi, pregando i medesimi a voler continuare le loro attenzioni e per la direzione dei cittadini armati e per abbattere l'arroganza de' dispersi sollevati e di qualunque altro che insorger potesse a diminuire la fedeltà dovuta al Sovrano, conducendosi di concerto coll'ordinaria pubblica Amministrazione e regolandosi sempre colla stessa prudenza, zelo e coraggio fin qui dimostrato, sperando che la Maestà Sua vorrà degnarsi a maggior contegno de' cattivi di ordinare una forza imponente di truppa regolare di stazione in questa Città, col quale e col concorso de' veri cittadini si rassoderanno vieppiù le cose, si sgombreranno le vicine contrade dai dispersi ribelli e si ricondurrà quella calma e felicità che era pur troppo da questo suolo partita.

Grazie anche al Padre Guardiano
Merita pure particolar menzione ed i pubblici ringraziamenti la prudente condotta tenutasi pendenti i passati torbidi dal Padre Maestro Guardiano Della Valle ed il di lui zelo ed attaccamento a questa popolazione, il faticoso viaggio per esso intrapreso nella giornata delli trenta luglio alla Città di Torino affine di rappresentare al benefico Sovrano lo stato rivoluzionario della presente Città e lo ristabilimento dell'antico felice sistema e del buon ordine e di muovere ad un tempo la magnanima di lui pietà a voler riguardare questa Città come una figlia ravveduta e condonarle con un'amnistia i passati e per quanto riguarda la maggior parte de' cittadini non voluti eccessi. (...)"

Il lungo verbale-memoria è firmato dai più insigni moncalvesi del tempo: i Consiglieri Tommaso Crivelli, Pietro Antonio Minotti, Carlo Caroelli, Francesco Camossi, Benvenuto Dal Pozzo, il Prevosto Giovanni Battista Martinengo, il Padre Guglielmo Della Valle, gli avvocati Genesio Tadini e Giuseppe Beccaris, Francesco Rivetta, Raimondo Della Sala, il Regolatore delle Gabelle Picchio, il Banchiere dei sali Giovanni Battista Cavalli, i medici Ludovico Minotti e Rafferi, il maestro di grammatica Tommaso Allemano, il notaio Giulio Cesare Manacorda, il Commesso delle Poste Allara, Marc'Antonio Camossi, Domenico Minotti, Tommaso Minoglio, Nicola Fossati, il notaio Francesco Felice Micco, Antonio Biancardo, Giuseppe Borra, Giorgio Gorzio, Giuseppe Onetti, Carlo Francesco Picena e Lorenzo Avvezano.

I capi della rivolta
Come appare dalla narrazione precedente i capi riconosciuti dell'insurrezione moncalvese furono i tre fratelli Fagiani, il sergente Borra, Giovanni Antonio Maranzana; ad essi si aggiungono altri gregari che ebbero comunque una qualche parte nei cinque giorni di disordini: il misuratore Varese, il soldato Borra detto Il Medico, Francesco Azeglio.
I Fagiani appartenevano ad una famiglia fra le più ragguardevoli di Moncalvo. Pietro Maria, nato il 5 marzo 1765 da Giuseppe e Orsola Lusona, era classificato benestante. Coinvolto nella sedizione affrontò la fucilazione nel fossato del Castello l'11 agosto 1797.27)
Il fratello minore Tommaso Giovanni, nato il 9 febbraio 1750, era avvocato. Infiammato dai fermenti e dalle idee propagate dalla Rivoluzione Francese, scrisse vari libelli e cartelli diffamatori "contro gli ecclesiastici moncalvesi, disseminando anche massime contrarie alla religione, specialmente sul tema della confessione auricolare".28) Arrestato dopo il fallimento dell'avventura rivoluzionaria, fu detenuto nel Castello e nel corso del processo venne accusato anche di malversazione nell'esercizio dell'attività di avvocato ed anche dell'omicidio, avvenuto nel 1776 per ragioni di gelosia, di un certo Bellavilla. Venne anch'egli fucilato, il 22 settembre 1797.29)

Del fratello maggiore, Pietro Giovanni, detto Lo Spagnolo, coinvolto in diversi episodi rivoluzionari in Francia e Spagna, si sa solo che riuscì a fuggire ai legittimisti. Il manifesto emanato il 30 settembre dalla Regia Giunta stabilita in Moncalvo in forza del regio Editto del 26 luglio lo dichiara latitante ed impone sul suo capo una taglia di ben 750 lire e ne dà una sommaria descrizione:
"Il Pietro Gioanni Fagiani surnomato Lo Spagnolo, d'età d'anni trentaquattro in trentacinque, è di statura oncie trentanove in quaranta, corporatura piuttosto sottile, faccia bislunga, mento acuto, bocca picciola, occhi griggi, naso affilato, colore piuttosto pallido, anzi gialliccio, e mancato di qualche dente, capelli castagno chiari, solito a vestire abiti corti, ossiano camisetto di panni, a colore bleu o verde dragone, e a portare cappello (...)".
Giovanni Antonio Maranzana era nato invece a Moncalvo il 24 agosto 1769 da Lorenzo e Vittoria Maria Costanzana, originari di Camagna. Coinvolto nei fatti del luglio 1797, dopo la restaurazione dell'ordine la folla ne chiese la fucilazione, senonché venne misteriosamente trovato morto in casa il 3 agosto, giorno dell'adunanza del Consiglio, "non si sa se per lo spavento oppure suicida".30) In effetti neanche il "Liber mortuorum" contribuisce a chiarire la vicenda di questa morte: si limita ad affermare che il Maranzana era stato condannato a morte sulla pubblica piazza, ma essendo stato improvvisamente già morto fu portato senza alcuna cerimonia né canto davanti alla porta della Chiesa del cimitero con l'intervento del solo Vice Curato, e qui, recitate le esequie, il cadavere venne immediatamente sepolto.
Il sergente Borra, il cui nome non compare tra i rivoluzionari nella recente opera di Luciano Rapetti "Repubblicani e Giacobini astesi (1794-1804)" fu il terzo giustiziato per i fatti di Moncalvo. Francesco Antonio Borra era nato il 10 novembre 1767 da Giacomo Francesco e Angela Maria Rosara; fu, come si è letto, tra i più radicali fautori della rivoluzione e dell'abbattimento dei privilegi di nobili e ricchi borghesi.
Venne fucilato sulla pubblica piazza il 3 agosto.31)
Complessivamente la mancata rivoluzione moncalvese ebbe le sue cinque vittime, tutte dalla parte degli insorti: i due Fagiani, il Maranzana, Borra e Giovanni Antonio Vercellana, l'unico a morire negli scontri presso il Castello. Ad Asti, cuore dell'insurrezione, il bilancio era stato assai più grave: secondo quanto riportato dal Crosa vennero giustiziati 17 fra i capi dell'effimera repubblica, mentre negli sporadici scontri aveva perso la vita un ignaro passante.
Il Re Carlo Emanuele con Regie Patenti del 14 agosto decise di accordare il perdono "a tutti coloro che si fossero ritrovati involti negli occorsi recenti attruppamenti, eccettuati gli autori, e capi, e rei di altri delitti", purché tali individui abbiano deposto le armi e "siano rientrati nel loro dovere": ecco perché alcuni dei pretesi capi dei moti moncalvesi (il misuratore Varese, ad esempio) si ritroveranno qualche tempo dopo a far parte delle municipalità imposte dai francesi e delle amministrazioni napoleoniche.

Nei paesi vicini: a Tonco e Calliano
I tumulti seguiti ai fatti di Asti del 22 luglio si estesero anche a diversi paesi del contado astigiano monferrino.32)
A Tonco la rivolta, scoppiata il giorno 23, ebbe a capo quattro popolani: Antonio Clovis, Antonio Cantino, Giuseppe Raschio e Antonio Pero.
I dimostranti si promettevano di far diminuire il prezzo delle derrate mediante l'imposizione di una tassa inferiore a quella stabilita dall'autorità. A capo di un nucleo di rivoltosi i quattro si recarono presso le famiglie più cospicue, esigendo denaro contante e generi alimentari. Nella notte del 25 luglio alcuni dei giacobini di Tonco si recarono ad Asti ed in altre località del circondario per guadagnare altre persone alla causa rivoluzionaria. Il mattino seguente il Clovis estorse con la forza ad Ignazio Della Valle, Segretario comunale di Tonco, una dichiarazione che attestava come Raschio e Pero, oltre al Clovis stesso, fossero capi di una rivoluzione. Ordinarono poi che un'osteria del paese provvedesse viveri e bevande per tutti i dimostranti giunti in paese, minacciando la distruzione e l'incendio in caso contrario.
Il 26 luglio la rivolta fu sedata e i capi vennero arrestati, non senza aver prima tentato un'estrema difesa.
I quattro capi sediziosi, tradotti in carcere a Casale, furono sottoposti al giudizio della Regia Giunta appositamente costituita nel capoluogo monferrino: per tutti la sentenza fu della "pena di morte da eseguirsi militarmente", oltre alla confisca dei beni, all'indennizzo verso i danneggiati ed il pagamento delle spese di giudizio. Le esecuzioni ebbero luogo l'8 agosto 1797.

Nella vicina Calliano i disordini scoppiarono il 26 luglio. Fautori della rivolta furono Giulio Cesare Roberto detto "Parpola" ed il giovanissimo Giuseppe Saracco, appena diciannovenne.
Postisi alla testa di una trentina di persone sommariamente armate, Roberto e Saracco vennero a Moncalvo nel pomeriggio dello stesso giorno per avere consigli sul da farsi. Ritornati in paese decisero di tentare l'assalto alle abitazioni dei callianesi più facoltosi: per riuscire nel loro intento costrinsero anche altri ignari popolani a seguirli nel seguito della rivolta.
Verso le tre di notte del giorno 27 si portarono sotto la casa di Domenico Gandolfo per dare l'assalto, ma vi trovarono un folto gruppo di persone decise a contrastarli in armi. I due capi vennero arrestati ed il popolo rivoltoso fu costretto a volgersi in fuga; il Roberto fu trovato in possesso di un lungo falcetto per usi di campagna.
Tradotti alle carceri casalesi, il Roberto venne fucilato il 10 agosto 1797, mentre il giovane Saracco, in considerazione della sua minore età, venne condannato a dieci anni di reclusione, con l'obbligo di assistere all'esecuzione del complice.

La posizione del clero
Per il particolare prestigio da lui goduto il Guardiano di San Francesco venne chiamato a far parte dell'Amministrazione provvisoria durante i cinque giorni ed in seguito fu "ambasciatore" di Moncalvo alla corte di Carlo Emanuele. Al di là di questo riconoscimento personale il clero non ebbe un ruolo specifico nell'ambito dei sommovimenti moncalvesi e monferrini in generale. Il Vescovo di Casale Carlo Vittorio Ferrero Della Marmora, già Cappellano della Real Corte di Carlo Emanuele IV, era perfettamente allineato sulle posizioni del Governo legittimo: il 22 agosto 1797, sedati i tumulti, dovette certamente tirare un bel respiro di sollievo. Tuttavia non mancò di lamentarsi con il Prevosto Martinengo di non essere stato avvisato per tempo che a Moncalvo si sarebbe tenuta una festa "in memoria e in ringraziamento del felice successo delle cose testé passate". Questo stesso presule dal dicembre 1798 al maggio 1799 vivrà mesi di angustie in seguito alla costituzione in Casale di un governo provvisorio giacobino.

Il caso del Parroco di Salabue
Il basso clero, contrariamente alle alte gerarchie, non fu completamente contrario alle idee portate dagli insorti. Spesso coinvolti loro malgrado nei torbidi, talvolta timorosi della loro incolumità, alcuni dei sacerdoti monferrini, anche ricoprenti incarichi di cura d'anime, aderirono all'effimera rivoluzione, salvo poi doversi rapidamente ricredere alla vittoria dei legittimisti.
Il Parroco di Salabue, paese vicinissimo a Moncalvo, anch'esso sede di un focolaio di rivolta in quel luglio di duecent'anni fa, è l'esempio per tutti di questa condizione: egli afferma di essere vittima di una macchinazione contro di lui, ma resta il dubbio che si tratti di una scusa un poco tardiva.
Il 13 agosto una lettera del Vescovo di Casale al Prevosto Martinengo, nella cui Vicaria Foranea era situata la Parrocchia di Salabue, intimava al sacerdote, di cui non viene mai fatto il nome, di recarsi in Curia per essere interrogato sul suo "contegno non poco sospetto". Due erano i capi di imputazione contro di lui:
"1°: che in tempo della emozione popolare costì seguita esso Parroco spalleggiato da un Caporale, disertore del Reggimento Guardie e suo nipote, che da più mesi ha seco, inalberò per due giorni portando in publico la cocarda rivoluzionaria, e che di più tenne sediziosi discorsi con molte persone, che ne restarono scandalezzate e ne recarono notizia al Conte33) in Torino, e un Parroco suo amico lo consigliò ad evadersi e a premunirsi di attestati sulla sua condotta da 20 anni addietro, quali ottenne, e poi si evase;
2°: che detti discorsi erano diretti contro il Sovrano e contro il Feudatario, e che disse anche dal pulpito qualche cosa di relativo a simili oggetti e contro il Feudatario specialmente, del che dovette disdirsi; che scrisse anche con qualche sentimento al Precettore del signor Contino (...)".
Il Vescovo per la verità ritiene che le accuse del Conte Cozio contro il sacerdote siano un po' troppo marcate: "Parmi che il Conte lo carichi un po' troppo per via forse di qualche fatto antecedente, per cui siasi eccittata dell'animosità reciproca; tuttavia il genere di cose di cui è intaccato esigge delle ricerche esatte e pronte".
Il 19 agosto è lo stesso Prevosto di Salabue a scrivere a don Martinengo una lettera in cui protesta la propria innocenza.
" (...) Di più deve Vostra Signoria sapere che ieri questa Comunità fece un convocato molto a me favorevole per tutte le accuse innoccentemente datemi, ed in specie per la coccarda portata, facendo vedere che ciò feci per timore d'avere da facinorosi di Moncalvo qualche affronto, ma che per altro non ho mai indotto alcuno ad unirsi a sudetti, che anzi ho sempre parlato bene in favore del nostro Sovrano e del suo Governo, e dimani si porta tutta la Comunità da Monsignore per presentarglielo e parlarle in mio favore, e nello stesso tempo parlarle anche di questo prete mio nemico.34) Ieri sera avendo il suddetto prete inteso quanto sopra, spedì tosto in questa notte scorsa un espresso a Torino con lettera diretta al signor Conte Cozio affine d'impegnare il Ministro appresso del nostro Vescovo forse con intenzione di farmi fare qualche affronto. E pertanto il detto nostro signor Segretario in questo mane mi consigliò di scrivere a Vostra Signoria Reverendissima che volesse degnarsi di nuovamente scrivere a Monsignor nostro Vescovo con narrargli che se io misi la coccarda fu perché son stato minacciato, e che Vostra Signoria sa benissimo che alcuni de' facinorosi osia de' ribelli volevano portarsi quivi a Salabue per sacheggiare il Castello, ma che prima volevano da me portarsi, come Ella stessa mi racconti, e così per evitare qualche affronto, per timore ho portato la coccarda, ma che appena intesi essere stata questa vera ribellione, l'ho stracciata e gettata sul fuoco, e che sii Ella assicurata non aver mai io indotto alcuno ad unirsi ai sudetti ribelli, che anzi ho sempre predicato e in Chiesa e fuori di Chiesa ai miei parrocchiani la fedeltà ed ubbidienza al Sovrano.
Spero adunque che Vostra Signoria vorrà farmi tal favore in difendere un suo collega ed amico, tanto più sapendo che questa Comunità è impegnatissima per me, ed anzi anch'Ella far vedere a Monsignore che questa mia persecuzione non è altro che in impegno di questo prete e che non deve dar retta a tali imposture e per evitare i scompigli e scandali che certamente ne nascerebbero se il mio nemico potesse venir nel suo intento. (...)".
Il Vescovo rispose al Prevosto di Moncalvo il 20 agosto.
"Abbiamo veduto nella Sua carissima quanto Le sia risultato intorno ai capi d'accusa dati a codesto signor Preposto di Salabue, e ci ha servito di divertimento ancora il vedere le espressioni di quell'uomo che ha deposto in favore.35) (...)
E stato qui tradotto in carcere l'avvocato Fagiani, che da quel che si sente ha anche qui un partito, e si dice molto che possa gioire dell'ultimo editto Regio.36) Si faccia la volontà di Dio, e pazienza (...)".


Carlo Vittorio Ferrero della Marmora Vescovo di Casale dal 1796 al 1805

Torna la calma a Moncalvo
Frattanto a Moncalvo il 7 agosto si erano delegati ufficialmente il padre Della Valle, il Cavaliere Dal Pozzo e l'avvocato Testa Fochi a volersi recare in Torino presso il Sovrano a rappresentare gli omaggi dei "buoni cittadini" moncalvesi e a chiedere sicurezza e clemenza al buon Re.
(...) In detto Consiglio considerando gli infrascritti signori Congregati essere di loro preciso dovere d'inviar persone munite dell'occorrente autorizzazione a ringraziare umilmente il benignissimo ed incomparabile nostro Sovrano per la graziosa disposizione già spiegata a voce al Padre Maestro Della Valle allorché in compagnia del signor Francesco Antonio Chiais ebbe l'onore di rassegnare a nome dei buoni cittadini di questa Città alla prefata Maestà Sua lo scoppio della seguita insurrezione e lo ristabilimento della calma e del buon ordine, e quindi fattici significare in iscritto per mezzo di Sua Eccellenza il signor Conte Cerruti Reggente per la stessa Maestà Sua della Segreteria degli Affari Interni in ordine agli autori e cooperatori de' tumulti successi da detto giorno 26 sino al mattino delli 30 precorso luglio, nel caso però che i ravveduti continuassero nella perseveranza di mantenersi tranquilli e cooperare al pubblico vantaggio e buon ordine. (...)
Doversi pure umigliare al clementissimo Sovrano la circostanza che, sommamente affaticati questi buoni cittadini per tali fatiche e travagli,37) sarebbe impossibile che potessero alle medesime reggere e resistere, sia per la tenuità della popolazione sia perché vivendo ed alimentandosi una parte di essa coll'esercizio del florido commercio, non potrebbero atteso il sudetto militare frequente servizio a tale esercizio attendere, onde sarebbe per la sicurezza di noi tutti e per sollievo di detti buoni cittadini necessario di supplicare la prelodata Maestà Sua a volerci per tratto di sua bontà concedere in distaccamento permanente un Corpo di Truppa addattato alla posizione della presente Città ed all'affluenza delle persone solite in essa accorrervi all'occasione de' frequenti mercati. (...)
Inoltre detti signori Congregati a giusto titolo penetrati dal grazioso interessamento preso a favore de' buoni cittadini di questo pubblico dal signor avvocato patrocinante in Torino Luigi Dalla Valle pendenti i passati torbidi e tumulti, e sommamente sensibili a tutti gli incomodi ed attenzioni per tale oggetto assuntesi e che tutt'ora si assume a sommo vantaggio e beneficio di questa popolazione, tutti perciò unanimi e concordi fanno al medesimo i loro veri, cordiali e sinceri ringraziamenti, protestandosi della più doverosa riconoscenza ed annelanti di potergliene dare in qualche favorevole occorrenza una convincente testimonianza. (...)"

Lo stesso 7 agosto, mentre ancor viva restava la memoria delle turbolenze di poche settimane prima, il Giudice Ignazio Cagna, rappresentante del Duca di Monferrato presso la Comunità di Moncalvo, giungeva a scadenza del proprio mandato.
Il Consiglio, chiamato a pronunciarsi in merito ad una eventuale riconferma triennale, ne declamava le virtù sia umane che professionali, confermandolo senz'altro. Evidentemente le Autorità superiori non furono dello stesso entusiastico parere: fatto sta che alle riunioni consiliari assisterà d'ora in poi il Giudice Luigi Baretti e la questione Cagna sarà dibattuta ancora in settembre. In quella seduta del 7 agosto inoltre "dovendosi per l'absenza prossima del signor Cavaliere Benvenuto Dal Pozzo Consigliere di questa Città devenire in di lui surrogazione alla nomina di altro sogetto acciò a termini del Regio Editto 26 precorso luglio assista a tutti gli atti da farsi contro li promotori, fautori e complici della testé sedata insurrezione, tutti perciò unanimi e concordi per tale ogetto nominano e delegano il signor avvocato Giuseppe Beccaris della presente Città, Sindaco scaduto, a cui perciò conferiscono tutte le facoltà necessarie ed oportune".
Un altro campanello d'allarme
Ma la situazione non è ancora del tutto tranquilla, specialmente per la grave crisi economica che stringe tutto il Regno.
Il 15 settembre il Consiglio si riunisce con la presenza degli Aggiunti per trattare del grave problema della penuria di frumento sul mercato.
"(...) In detto Consiglio fa presente il prenominato signor Sindaco che essendosi nel giorno di ieri [giovedì, giorno di mercato] malgrado le ingionzioni ed ecittamenti mandati nelle terre circonvicine aggregate alla presente Città per l'approvvisionamento del mercato, trovata sprovvista affatto di grano questa piazza, avrebbero avuto luogo le più gravi dicerie e mormorazioni, a tale che si sarebbe come è notorio temuto di vedere il popolame a prorompere in qualche grave escandescenza pel timore delle mancanza di tal genere di prima necessità, pericolo a cui sarebbe malagevol cosa di porre rimedio sia per la circostanza che nelle terre e città circonvicine più non sarebbe in osservanza la Regia Tassa e si venderebbe al maggior offerente il formento ed altri generi, sia perché il solo raccolto dalli beni del presente territtorio, comecché angustissimo, sarebbe sproporzionato all'ordinaria consumazione, non che all'approvisionamento del mercato, sia finalmente perché non potendosi tassare il pane se non che in proporzione del prezzo del grano con detta Tassa fissato, ne avverrebbe che i prestinai si troverebbero sprovveduti di grano solito a vendersi a molto maggior prezzo; onde ponendo sott'occhio tali rimarchevoli emergenti, chiede il prefato signor Sindaco che presa in disamina la gravezza dell'affare si rillascino le opportune consulari deliberazioni.
E detti signori Congregati tanto del Consiglio ordinario quanto dell'aggionto, già informati come di cosa notoria dell'esposto da detto signor Sindaco ed appieno convinti della necessità di porre rimedio ai prenarrati inconvenienti, tutti unanimi e concordi considerando a quanta tenue quantità si riduca la quantità delle granaglie dai proprietarii della presente Città, sia per l'angustia del territorio che pel già fattone smaltimento, per cui ove non vi concorra la coadiuvazione de' circonvicini villaggi, che del mercato si approfittano, non potrebbe a meno che trovarsi la presente Città tra pochi mesi sprovvista di granaglie, e riflettendo che sarebbe impossibile il dare qualche annonario provvedimento, dacché la Regia Tassa per la vendita del grano più non viene osservata, hanno determinato, come determinano, di rassegnare quanto sovra a Sua Eccellenza il signor Conte Cerrutti Reggente della Segreteria degli Affari Interni per esplorarne i pregievoli di lui sentimenti e per rapportarne le convenienti providenze. (...)"

Ancora timori per la sicurezza pubblica
Un mese più tardi, 14 ottobre 1797, il Consiglio dovette ancora una volta affrontare il problema del distaccamento di truppa dimorante in città, poiché si erano diffuse voci insistenti sul suo richiamo in sede.
"(...) In detto Consiglio riferisce il predetto signor Sindaco che va spargendosi voce per questa Città che fra non molto tempo verrà d'ordine superiore levato, od almeno diminuito, il distaccamento militare che qui trovasi stazionato, ponendo in riflesso che ove una tal cosa venisse a verificarsi non potrebbe se non tornare di gravissimo pregiudicio a questo pubblico. E trattandosi quindi di un oggetto della massima importanza chiede darsi a questo proposito le più pronte consulari deliberazioni.
E detti signori Congregati riconoscendo pur troppo che dalla mancanza del militare distaccamento in questa Città ne deriverebbe senz'altro il perturbamento della pubblica quiete per opera de' malintenzionati, di cui non può dirsi affatto scevra questa popolazione, e molto più de' varii fuorusciti dalla medesima, che uniti ad altri facinorosi delle circonvicine terre girano in questi contorni, con animo di commettere delitti, in guisa che gli onesti cittadini quasi non osano di muover passo fuori di Città senz'associarsi con altri, non lasciando d'introdursi anche talvolta di soppiatto nella Città stessa di notte tempo principalmente, minacciando gli abitanti ed interrompendo il pubblico riposo co' frequenti spari delle armi da fuoco.
E considerando parimenti che senza la scorta del militare predetto non si potrebbe certamente contenere ne' giorni massime di giovedì, in cui dalle circostanti terre a migliaia accorrono le persone al mercato, i tumulti popolari che ora a pretesto della mancanza delle granaglie ora per incaricamento de' generi si vanno tratto tratto eccitando, non ommessi quelli che potrebbero insorgere in dipendenza del Regio Editto ultimamente emanato il data delli 6 corrente in quella parte principalmente che concerne la diminuzione del valore della moneta erosa ed eroso-mista, restando in cotal modo esposta a repentaglio la vita e le sostanze de' cittadini dabbene; tutti unanimi e concordi hanno determinato e determinano di supplicare come supplicano Sua Eccellenza il signor Governatore di questo Ducato e Provincia a volersi degnare, prese in benigna considerazione le sovresposte cose, di mantenere non solo nella presente Città l'attuale distaccamento, ma eziandio il medesimo accrescere fin a tanto che vengano a cessare le sovranarrate critiche circostanze per la comune quiete e tranquillità; deputando per la presentazione della presente alla prefata Eccellenza Sua il signor Causidico collegiato Minotti procuratore della presente Città in quella di Casale, colla facoltà necessaria ed opportuna".

La Milizia Urbana
Data la assoluta instabilità della condizione in cui si trovava l'ordine pubblico e poiché nulla di certo si sapeva circa il destino del distaccamento di truppa, l'Amministrazione civica moncalvese propose con ordinato del 24 settembre 1797 alle superiori autorità la costituzione di un corpo di Milizia Urbana che avesse come scopi "di proteggere in questi difficili e disastrosi tempi la sicurezza personale e le sostanze dei privati, di difendere e far osservare le Leggi e gli ordini che dal Governo verranno abbassati per il pubblico bene, di mantenere in sostanza il buon ordine e di opporsi validamente agli sforzi dei male intenzionati che con ogni e qualunque mezzo turbare tentassero la pubblica quiete".
La Milizia era articolata su due compagnie, comandate dai Capitani avvocati Giovanni Battista Testa Fochi e Carlo Caroelli; ciascuna di esse comprendeva come organico di Ufficiali un Luogotenente ed un Sottotenente, oltre ai Bassi Ufficiali e ai Militi. A mantenere la Milizia concorrevano "i Corpi Religiosi, i particolari facoltosi e il Ghetto degli Ebrei". Il Corpo si provvedeva di una propria uniforme con relativi distintivi di grado.
Il 27 ottobre si rendeva poi noto che il Re aveva somministrato "per questo Corpo Miliziano dal Regio Arsenale numero cento fucili, con un barile di cartocci a palla, numero cento bandogliere e due casse da tamburo".

Il coraggioso Capitano Onetti e l'intrepido Avezzano
Terminato nelle più gravi difficoltà per il Governo dello Stato sardo il tormentato 1797, iniziava quel 1798 che avrebbe visto il definitivo crollo dell'Antico Regime in Piemonte.
In marzo il Capitano Francesco Onetti, del Corpo dei Guastatori, domandava al Consiglio una dichiarazione di buona condotta tenuta nel corso della sommossa di fine luglio.
"(...) E detti signori Congregati sentita la sovra fatta esposizione, riconoscendo che questo pubblico deve la sua tranquillità al savio accorgimento del prefato signor Capitano Onetti per aver egli principalmente prima che venisse in questa Città il distaccamento militare regolate non senza grave suo incomodo le Guardie civiche in tal tempo stabilite, che colla sua prudenza ed avvedutezza seppe reggere in modo che non ne avvenne se non che il buon ordine e la pubblica quiete, e memori altresì che nel bollore della seguita rivoluzione con intrepido coraggio seppe rintuzzare rigorosamente i male intenzionati, con averne procurato il loro arresto, esponendo a ripentaglio la propria vita ed invitando con magnanimo coraggio gli onesti cittadini a mantenersi attaccati alla patria e rispettosi al Trono, tutti unanimi e concordi in attestato di grata riconoscenza e per giusto merito di detto signor Capitano Onetti hanno dichiarato come dichiarano essere il medesimo molto benemerito di questo pubblico e meritevole in conseguenza di ogni dimostrazione di gratitudine verso il medesimo (...)".

Un analoga fede venne rilasciata nella seduta del 5 dicembre 1798 (il giorno prima dell'abdicazione di Carlo Emanuele IV 38) imposta dal Generale francese Grouchy) in favore del già noto Lorenzo Avezzano.
"(...) In detto Consiglio è comparso il signor avvocato Testa Fochi Capitano comandante di questo Corpo di Milizia urbana, il quale in nome del signor Luogotenente e Garzone Maggiore dello stesso Corpo Lorenzo Avezzano chiede dichiararsi da questa Civica Amministrazione quali siano le qualità personali e quale sia il concetto in cui sia sempre stato e sia tutt'ora tenuto detto signor Avezzano in questa Città, ed a cognizione degli infrascritti signori Congregati.
E li medesimi signori Congregati, i quali ebbero già a commendare la condotta non solo dal detto signor Avezzano sempre tenuta lodevolmente, ma il zelo altresì dimostrato all'occasione della rivoluzione scoppiata in questa Città, tempo in cui diede le maggiori prove di sua saviezza e di particolare attaccamento alla patria in suo Ordinato delli 3 agosto 1797. Tutti unanimi e concordi confermando quanto fu già da loro dichiarato in vantaggio di detto signor Avezzano, nuovamente dichiarano essere l'anzidetto signor Avezzano persona veramente dabbene, timorata della divina ed umana giustizia ed intenta sempre a promuovere la tranquillità in questo pubblico, per cui si adopera indefessamente al Regio servizio, e come tale venir da tutti considerato pubblicamente. (...)"

Un bilancio
Queste furono le vicende accadute in Moncalvo in quel luglio del 1797, con le vicende che ne protrassero il ricordo nella popolazione e negli amministratori civici.
Fu indubbiamente una rivoluzione di pochi, contagiati dall'entusiasmo degli astigiani e desiderosi di instaurare anche in queste terre un governo più giusto, che abbattesse i tanti privilegi allora vigenti.
Fu un'insurrezione voluta da una piccola fazione di borghesi: la maggior parte degli "avvocati" visse in sostanza passivamente quelle vicende. Essi erano stati nominati a far parte della nuova Amministrazione ma come si evince dalla lettura del lungo verbale del 3 agosto non avevano preso parte alcuna di rilievo nei fatti insurrezionali: lo stesso Testa Fochi, che emerge come l'eroe di tutto l'accaduto, stava dormendo mentre sulla piazza montavano i torbidi! E pur vero comunque che questi borghesi tanto ligi al Trono sabaudo saranno i primi nomi a comparire nelle liste dei municipalisti imposti dai francesi alla fine del 1798.

Senza problemi, dall'"antico sistema" alla "vera democrazia"
Il 13 dicembre 1798 il tenore e la forma dei Convocati del Consiglio cambiavano radicalmente, ma le persone restavano inequivocabilmente le stesse:
"(...) In detto Consiglio considerando gli infrascritti Cittadini Congregati che trovandosi già tutto il Piemonte ad opera e per generosità della Grande Nazione Francese ridotto ad una vera democrazia e che anelando gli individui componenti questa popolazione alla brama di venire ascritti a parte di un tal beneficcio, già sarebbero devenuti agli opportuni atti se fosse stato questo pubblico munito delle occorrenti istruzioni. (...) Tutti perciò unanimi e concordi nulla maggiormente desiderando che la prosperità e tranquillità di questa popolazione, hanno determinato, come determinano, d'invitare, come invitano, il Cittadino Comandante Francese, cui sarà affidata la dirrezione del dipartimento al quale sarà aggregata la presente Città di voler dare del le provvide sue disposizioni, affinché la stessa presente popolazione venga dirretta, assistita ed illuminata nelle operazioni necessarie a farsi per ridurre la medesima dall'antico soppresso sistema a quello di una vera democrazia.
Invitano li Cittadini Pietro Agostino Testa Fochi ed avvocato Francesco Balduino39) a recarsi in Casale o presso chi s'aspetta per la comunicazione del presente, onde riportare le predivisate instruzioni e deliberazioni, conferendole perciò la facoltà necessaria ed opportuna. (...)"

Egualmente tre giorni più tardi il Cittadino maestro Tommaso Allemano, uno di quei "buoni cittadini" che avevano sottoscritto il verbale del 3 agosto 1797, sarà nominato Comandante della Milizia municipale.
"(...) In detto Consiglio è comparso il Cittadino avvocato Giovanni Battista Testa Fochi, uno dei Capitani di questo Corpo Miliziano, il quale a nome e di special commissione degli altri Ufficiali di detto Corpo facendo presente che le loro commissioni sarebbero state spedite dall'ex Re, e per conseguenza in ora collo stabilimento del nuovo repubblicano sistema felicemente dalla Gran Nazione stabilitosi cessate, chiede perciò provvedersi da questo Consiglio di chi pressieda e dirigga il detto Corpo, offerendosi tutti uniti di servire col più grande ardore e colla dovuta fedeltà la patria in quel modo che sarà per venirle ordinato, onde dimostrare come di loro dovere l'attaccamento che nutrono per il nuovo ben commendevole sistema.
E detti Cittadini Congregati considerando che veramente cessata sarebbe nei Cittadini Ufficiali miliziani ogni autorità già statale come sovra conferta, e riflettendo che nelle attuali circostanze pel mantenimento del buon ordine, della pubblica tranquillità e per l'eseguimento delle leggi ed ordini che saranno per emanare, sarebbe necessario di far montare le Guardie non solo da detti Miliziani, che non potrebbero pel tenue loro numero sostener tale peso, ma di tutti indistintamente i Cittadini, niuno escluso né eccettuato, il che importerebbe una maggiore occupazione nel direttore di detta Guardia e forza armata a cui per li proprii affari non potrebbe supplire il Cittadino avvocato Testa Fochi e molto meno il Cittadino avvocato Caroelli,40) perché membro di questa Amministrazione, della condotta de' quali nella direzione di detto Corpo Miliziano avrebbe questo pubblico motivo d'essere ben soddisfatti, tutti perciò unanimi e concorsi hanno invitato, come invitano, il Cittadino Tommaso Allemano a voler assumere il comando e direzione di detta forza armata provisoriamente però sino a tanto che venga il presente pubblico organizzato a democrazia.
Come sommo esempio di adeguamento alla nuova democrazia i due ex Capitani "dichiarano di voler essere semplici militi attivi" e consegnano al nuovo comandante "tutte le armi già ottenutesi per questo pubblico dall'antico Governo".
E come se questo non bastasse si abbattono le insegne del vecchio regime, fino a ieri considerato il migliore di tutti, del Re adulato come insuperabile in saggezza e magnanimità, del sistema di potere che privilegiava pochi e sostanzialmente vessava molti (se non corporalmente, di certo con le imposizioni fiscali): è ora di adeguarsi e di scegliersi una bandiera che a guisa della rivoluzionaria francese sia tricolorata.
"(...) E successivamente considerando i Cittadini come sovra Congregati essere necessaria la formazione di una bandiera tricolorata da piantarsi nel sito più eminente di questa Città e la provvista di un berretto solo, emblema della Libertà che con tanta generosità ci venne restituita, tutti perciò unanimi e concordi per l'esecuzione di quanto sovra invitano il Cittadino Consigliere Nicola Fossati a dovere indicatamente occuparsi di essa, mandando frattanto e sin d'ora rimborsarsi il medesimo di quanto sarà per esporre". Firmato: Cittadino Crivelli Sindaco, Cittadino Minotti, Cittadino avvocato Carlo Caroelli, Cittadino Francesco Camossi, Cittadino Nicola Fossati Consiglieri.
Né deve stupire che questi notables al tramonto definitivo dell'astro napoleonico si ritrovino a sedere in Consiglio comunale e a ricoprire importanti cariche pubbliche: sarà così per Carlo Caroelli, per Francesco Cassone, per Luigi Minotti, amministratori in carica nel 1816, nonché per Nicola Fossati che nello stesso 1816 sarà nella rosa dei candidati alla funzione di Consigliere.

Il ruolo del popolo
La parte giocata dal popolo in tutte le vicissitudini di quel luglio fu come sempre assai ambigua: esso venne abilmente guidato ed eccitato dai capi rivoltosi, si rivolse minaccioso contro i "signori", mise in fuga i soldati distaccati in Città, ma tanto rapidamente si fregiò delle insegne rivoluzionarie quanto rapidamente se ne disfece, innalzando il colore della Casa regnante, portandosi in San Francesco a cantare il «Te Deum» di ringraziamento e, cosa ancor più inquietante, reclamò a gran voce la fucilazione dei capi sediziosi dopo che furono catturati.
Anche dall'instaurazione del governo filo-francese nel dicembre 1798 e dal successivo dominio napoleonico le classi meno abbienti non avranno particolari ruoli di rappresentanza politica: il "popolame" vedrà avvicendarsi ai signori di stretta osservanza sabauda altri notabili, ugualmente signori, sedicenti democratici (di rado sinceramente democratici) che non si comporteranno diversamente dal vecchio regime, soprattutto perché quelli di un tempo e quelli d'oggi sono spesso le stesse persone.

Resta di tutta questa vicenda il ricordo lontano, che spero rinverdito con questo intervento, di un fatto che il tempo impietoso e l'insensibilità degli uomini hanno quasi definitivamente cancellato dalla memoria storica comune.



 L'arme del Regno di Sardegna

 

Un'allegoria repubblicana "francese" con alcuni simboli rivoluzionari più ricorrenti : il berretto frigio (simbolo di libertà) e il fascio littorio (simbolo del potere dello stato)

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

"Enciclopedia Italiana", Istituto Giovanni Treccani, Roma; 1929-1936
Alfredo BIANCO "Asti al tempo della Rivoluzione e dell'Impero", Cassa di Risparmio di Asti, Asti; 1964
Francesco COGNASSO "I Savoia", Dall'Oglio, Milano; 1971
Giuseppe CROSA "Asti nel Sette-Ottocento", Gribaudo-Se.Di.Co, Torino-Asti; 1993
Leonardo MODICA "La Chiesa casalese...", Piemme, Casale M.; 1992
Luciano RAPETTI "Repubblicani e Giacobini astesi (1794-1804)", quaderno de «Il Platano», Asti; 1995
Michele RUGGIERO "Storia del Piemonte", Piemonte in Bancarella, Torino; 1983
Michele RUGGIERO "Piemonte nel tempo", Il Punto, Torino; 1992
Domenico TESTA "Storia del Monferrato" (III edizione), Gribaudo-Se.Di.Co, Torino-Asti; 1996
Marco VIOLARDO "Il notabilato piemontese da Napoleone a Carlo Alberto", Istituto per la Storia del Risorgimento, Torino; 1995
Guglielmo VISCONTI "La Diocesi di Asti tra '800 e '900", La Gazzetta d'Asti, Asti; 1995

NOTE

1 Le quattro comunità di Casale, Alessandria, Asti e Moncalvo dovettero fornire complessivamente oltre 500.000 lire di quel tempo. ritorno al testo

2 Tra i monasteri colpiti duramente dalle velleità militari di Vittorio Amedeo e del figlio, le Abbazie di Vezzolano, Grazzano e Lucedio, il Santuario di Crea retto allora dai Canonici Lateranensi (soppresso nel 1798: i suoi beni passarono al Governo piemontese), il Convento di San Francesco ed il Monastero delle Orsoline a Moncalvo. ritorno al testo

3 Francesco COGNASSO in "Enciclopedia Italiana", ad vocem "Carlo Emanuele IV". ritorno al testo

4 Da RUGGIERO "Storia del Piemonte", citato in bibliografia, p. 662. ritorno al testo

5 Era allora Sindaco Stefano Percivalle; gli atti della Comunità erano validati dal Giudice avvocato Ignazio Cagna ed in sostituzione di lui dal Vice Giudice avvocato Giovanni Battista Testa Fochi appartenente ad una delle più cospicue famiglie di Moncalvo, il cui nome ricomparirà nei giorni della sommossa di fine luglio. ritorno al testo

6 I soldati di giustizia corrispondevano, all'incirca, agli attuali agenti di polizia penitenziaria; la loro funzione era quella di badare alla numerosa popolazione di detenuti che riempiva le celle situate nell'antica fortezza moncalvese. ritorno al testo

7 Da RUGGIERO "Storia del Piemonte", cit., pag. 662. ritorno al testo

8 Si legge in questo Ordine che "siccome dalle circostanze del fatto seguito nella notte della scorsa domenica 16 del corrente risulta ad evidenza, che la mancanza del pane è stato solamente un pretesto per manifestare le cattive intenzioni di persone torbide, e nemiche del pubblico bene, giacché quegli stessi che tumultuavano chiedendo pane, non si curarono di comperarne quando ne ritrovarono in quantità, perciò, nel mentre che si danno tutte le disposizioni, perché il Pubblico sia provvisto di pane a misura del bisogno, si dichiara, che quelli, i quali si attrupperanno sotto un tale, o altro simile pretesto, saranno arrestati, e puniti secondo le leggi contro i perturbatori della pubblica quiete". ritorno al testo

9 Questo aristocratico continuò ad avere simpatie giacobine anche dopo il fallimento dell'esperienza repubblicana di luglio. In epoca napoleonica infatti sarà "Maire" (Sindaco) di Asti e poi Comandante della Guardia Nazionale di Asti: sola concessione all'ideale egalitario preso in prestito dai Francesi fu il mutamento del suo cognome che da Gabuti di Bestagno divenne Gabuti Bestagno, perdendo la particella che indicava l'investitura feudale. ritorno al testo

10 Da BIANCO "Asti al tempo della Rivoluzione e dell'Impero", citato in bibliografia, pag. 128. ritorno al testo

11 Da CROSA "Asti nel Sette-Ottocento", citato in bibliografia, pag. 143-147. ritorno al testo

12 "In tutte le altre Città, che non sono Capi di Provincia, (...) avranno la stessa facoltà [delle Giunte Provinciali] il Comandante, o chi ne fa le veci, il Giusdicente, il suo Luogotenente, e due Amministratori da eleggersi come sovra (...)". ritorno al testo

13 La Piazza per eccellenza era a quei tempi l'attuale Piazza Garibaldi, allora Piazza del Mercato: l'attuale Piazza Carlo Alberto non esisteva, ergendosi ancora la possente fortezza paleologa. ritorno al testo

14 Era il distaccamento di circa trenta soldati richiesto in aprile dal Consiglio su istanza del Vice Giudice per il ristabilimento dell'ordine pubblico. ritorno al testo

15 Questa sarebbe la riprova dei contatti tra gli insorti astesi e i rivoluzionari di Moncalvo: peraltro nel verbale non compaiono mai i nomi dei capi rivoltosi di Asti. ritorno al testo

16 Fora = sarebbe. ritorno al testo

17 Esattore delle tasse. ritorno al testo

18 Reggente dell'Ufficio di Insinuazione, corrispondente all'incirca all'attuale Ufficio del Registro. ritorno al testo

19 A ciascuno dei funzionari venne rilasciata -secondo questa narrazione- una sorta di ricevuta, per loro tutela. ritorno al testo

20 Il Conte Carlo De Medici Arnuzzi di Corteranzo, residente in Alessandria, possedeva a Moncalvo un insigne palazzo, con annesso oratorio privato in onore della Vergine Assunta. ritorno al testo

21 Bindello = nastro. ritorno al testo

22 I colori rivoluzionari astesi vengono rapidamente -forse troppo- sostituiti con il colore tradizionale di Casa Savoia, ad indicare fedeltà al Sovrano legittimo. ritorno al testo

23 Si tratta della Chiesa di San Francesco, allora tenuta dai Francescani Conventuali e che funzionava da Parrocchiale. ritorno al testo

24 "Apparentemente", poiché l'avvocato Testa Fochi lo aveva custodito con animo di retituirlo appena possibile. ritorno al testo

25 Animosiori = più determinati. ritorno al testo

26 La Dio mercé = grazie a Dio. ritorno al testo

27 Si legge (traducendo dal latino) nel "Liber mortuorum" della Parrocchia di Moncalvo: "Fagiani Pietro Maria figlio del fu Giuseppe, nativo di questa Città, di anni 32, morì per esecuzione capitale alla quale era stato condannato l'11 agosto 1797, dopo essersi confessato ed aver ricevuto il Santo Viatico; fu sepolto nel cimitero pubblico il giorno stesso". ritorno al testo

28 Da RAPETTI "Repubblicani e giacobini astesi", citato in bibliografia, pag. 147. ritorno al testo

29 Dal "Liber mortuorum" si riscontra forse una sua estrema conversione religiosa: "Fagiani Signor Tomaso, prodottore in Ambe le Leggi, figlio del fu Giuseppe, nativo di questa Città, d'anni 43 circa, con grande pietà e dopo aver dato segni di adesione alla Religione Cristiana, dopo essersi confessato ed essersi munito del Sacro Viatico venne ucciso per mano dei soldati il 22 settembre 1797 ed il suo cadavere venne sepolto circa alla stessa ora della sua morte nel cimitero pubblico". ritorno al testo

30 RAPETTI "Ancora qualche parola sui Giacobini astesi" in "Il Platano", XXII-I semestre (1997), pag. 122. ritorno al testo

31 Dal "Liber mortuorum": "Borra Francesco di Giacomo Francesco, di questa Città, Istruttore nel Reggimento ("Legio") nazionale Casalese, condannato all'esecuzione capitale, andò incontro alla morte nella pubblica piazza di questa Città il 3 agosto 1797 ed il suo cadavere fu sepolto il giorno stesso nel cimitero pubblico allo stesso modo del suo compagno Maranzana". ritorno al testo

32 Traggo le informazioni dall'opera di Luciano Rapetti già citata. ritorno al testo

33 Il Conte Cozio di Salabue, feudatario del luogo, che aveva avvertito da Torino il Vescovo. ritorno al testo

34 Sarebbe un anonimo sacerdote ad aver diffuso la notizia dell'adesione alle idee rivoluzionarie del Parroco. ritorno al testo

35 Il Vescovo fa riferimento alla lettera mandatagli da don Martinengo in merito ai capi d'accusa formulati nella missiva del 13 agosto: in questa risposta ci deve essere stata una deposizione in favore del Parroco sospetto particolarmente divertente. ritorno al testo

36 In realtà, come si è già detto, il Fagiani non beneficiò del perdono e venne poi fucilato a Moncalvo circa un mese dopo. ritorno al testo

37 Si parla dei moncalvesi che avevano costituito pattuglie civiche a salvaguardia della pubblica sicurezza e per il ristabilimento e mantenimento del buon ordine. ritorno al testo

38 Il Re fu costretto, dopo la Pace di Campoformido, ad abbandonare gli Stati di terraferma e a ritirarsi in Sardegna; nel 1802 morì la consorte ed egli si trasferì a Roma, dove, dopo aver abdicato in favore del fratello Vittorio Emanuele (4 giugno 1802), si ritirò a vita religiosa presso la Compagnia di Gesù. Carlo Emanuele IV morì a Roma il 6 ottobre 1819, quando, spentosi l'astro napoleonico, da cinque anni era stato ristabilito l'antico regime ed il fratello regnava a Torino col nome di Vittorio Emanuele I. ritorno al testo

39 L'avvocato Balduino diverrà poi "Maire", cioè Sindaco, di Moncalvo in epoca napoleonica. ritorno al testo

40 Anche l'avvocato Caroelli sarà "Maire", a Penango, negli anni dell'amministrazione napoleonica. ritorno al testo

 

Sommario del Bollettino n. 4

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