UN GESTO DI GRANDE SENSIBILITÀ: LA DONAZIONE DI DOCUMENTI RIGUARDANTI MONSIGNOR GIUSEPPE BOLLA
(a cura di Alessandro Allemano)

Lo scorso 27 giugno la Biblioteca civica "Montanari" di Moncalvo si è arricchita di una serie di documenti scritti riguardanti la figura e l’opera dell’indimenticabile Prevosto di Moncalvo di cui più sopra si è parlato in merito al "Fondo musicale".
Corrado Camandone, che con don Bolla a Moncalvo ha collaborato da novello sacerdote e Vice Parroco dal 1943 al 1946, anni intensi e drammatici, ha voluto donare una serie di scritti che contribuiscono a meglio completare la biografia di un personaggio dai tanti interessi e dai moltissimi meriti, forse non ancora adeguatamente divulgati.
Il professor Camandone, uomo di cultura, poeta, giornalista, musicista, pittore e grafico ha ritenuto di consegnare nelle mani di Alessandro Allemano, Presidente del Consiglio di Biblioteca, una cartella contenente varie testimonianze di personaggi (dalle più autorevoli personalità ai semplici fedeli che conobbero don Bolla), carteggio vario sulla pubblicazione e la distribuzione della biografia "Uomo di fuoco" e, cosa interessantissima, parecchie lettere autografe scritte dal Parroco di Moncalvo dal 1940 alla morte (1952) ai Vice Parroci, riguardanti argomenti pastorali ed anche questioni di ordinaria amministrazione della parrocchia.

È inutile ripetere l’importanza di questa donazione: segno di grande rispetto verso la memoria dell’indimenticabile sacerdote, segno di sensibilità umana e civile nei confronti delle istituzioni culturali moncalvesi, prima fra tutte la Biblioteca "Montanari", segno di profonda stima verso chi si adopera per la valorizzazione del patrimonio culturale cittadino ed il recupero della memoria storica della comunità.
Resta quindi doveroso da parte della redazione di queste "Pagine" proporre un saggio della documentazione contenuta nella piccola cartella rosa che da Andora è giunta a Moncalvo in una calda sera di fine giugno.
I redattori della rivista si sono trovati in non poco imbarazzo a dover scegliere tra i documenti, tutti interessanti e meritevoli di piena divulgazione; alla fine si è deciso di proporre i seguenti. Essi tengono comunque a precisare che si tratta di una scelta personale, operata nell’intento di dare al Lettore un semplice "assaggio" di quanto è stato donato. Si è inoltre cercato di non proporre documenti già compresi quasi per intero nella fondamentale biografia "Uomo di fuoco". Qua e là nel testo si daranno indicazioni che specificano in quale parte del libro di Corrado Camandone vengano citate –quando vengano citate– le testimonianze documentarie riprodotte. Si è deciso di lasciare inalterata la punteggiatura ed il periodare dei documenti, per maggiore aderenza alle intenzioni espressive degli autori.

Testimonianze sulla personalità e l’opera di monsignor Giuseppe Bolla, nel decimo anniversario della morte (1962), quando si pensava alla pubblicazione di un Numero unico che contenesse il mosaico di comunicazioni giunte da ogni dove. 1)

Monsignor Ernesto Dalla Libera, Presidente dell’Associazione Musicale Santa Cecilia; Vicenza, 19 marzo 19622)

Un’anima ricca
Don Bolla me lo ricordo proprio così, un’anima ricca, fin dal primo incontro.
Un pomeriggio del 1917–18, soldato di sanità, prestavo servizio in un Reparto del nostro Ospedale di Tappa3) (ex Seminario Vescovile), quando irruppero due aitanti cappellani militari (due belle barbe bionde) con l’aria da padroni: Don Bolla e Don Gippa4) da Casale Monferrato.
Non li avevo mai visti; venivano a cercarmi perché avevano improvvisato un coro di preti–soldati, incaricato di eseguire la Messa da Requiem di Perosi per non so quale commemorazione nella Basilica di Monte Berico. Loro si riservavano la parte di solisti (Don Bolla faceva anche il direttore), cercavano me perché assolvessi alla parte di organista.
Mi fece impressione l’apertura d’animo di Don Giuseppe, insieme col piglio militare (Monferrato, Prussia d’Italia) e la bella voce piena, molto estesa.
Fummo subito amici.
Scoprii che era un organizzatore formidabile: sicché i nostri servizi corali ebbero senz’altro un successo, prima a Monte Berico, poi nella chiesa di Caldogno (parrocchia della periferia vicentina) dove fummo convocati da Padre Semeria per commemorare i morti del battaglione Morbegno.
Il barbone di P. Semeria famigliarizzò subito con le barbe dei miei amici: ho anche un ricordo incancellabile della figura e della eloquenza del celebre barnabita.
Alla vivacità di questo ricordo succede nella mia mente una certa nebbia che va dal 1919 al 1922. Nel Convegno di Vicenza (luglio 1922) quando vi fu trasferita da Torino l’Associazione Santa Cecilia, Don Bolla figura come assente giustificato.
Ma dopo qualche settimana eccolo alla ribalta. Come coadiutore a Moncalvo mi aveva organizzato un giro di propaganda: di lì, cioè dal Monferrato, prese le mosse quel lavoro di riorganizzazione che portò l’Associazione a mete insperate.
Ci fui due volte in quel cadente 1922, una terza nel 1923 per numerose manifestazioni ceciliane organizzate da Don Bolla e dai suoi amici al Santuario di Crea.
Ho sentito da vicino il palpito generoso di quel cuore sacerdotale.
Si prodigava per il canto del popolo: la musica gli serviva da mezzo di apostolato.
L’ultimo incontro fu a Casale, per una settimana ceciliana del secondo dopo–guerra.
Trent’anni non erano passati indarno; non si trattava più di primavera.
Ma anche Lui era rimasto sulla breccia, sempre fedele al suo ideale ceciliano, nonostante i carichi di autorità che gli piovvero addosso.
La nostra corrispondenza fu sempre fitta; mi scrisse dal lettuccio dell’ospedale nell’ultima malattia che lo condusse all’eternità, dieci anni fa. Come vorrei proporlo ad esempio del nostro Clero ceciliano!
Ecco che la semente da Lui sparsa tende a rifiorire in quel di Moncalvo; rifiorisce e vigoreggia nel santo nome di Don Bolla.
Bravi. La vostra è una bella commemorazione.

Padre Roberto Rosso o.f.m., organista al Santuario di S. Antonio di Torino; Torino, 7 marzo 19625)

Ah briccone! Ah furfante! Ah ladruncolo! di chi sono queste esclamazioni’ Di Don Bolla... A chi erano dirette? Erano dirette al sottoscritto, il quale con questa amichevole e confidenziale lettera intende aderire all’invito del Comitato Parrocchiale di Moncalvo per le onoranze a Monsignor Bolla... Ecco, al 24 maggio del 1915 fui richiamato soldato, essendo scoppiata la prima grande guerra, e destinato alla 1ª compagnia di sanità, Torino. All’Ospedale Principale assieme a tanti altri commilitoni radunati in cortile, sul telo da tenda disteso per terra, ci vennero consegnati: zaino, vestiario ecc. ecc. Subito dopo abbandonato il tutto sul telo da tenda fummo accompagnati nella vicina casermetta per comunicazioni.
Ritornai allora presso al mio vestiario e subito mi accorsi che mi era stato rubato il chepì... Approfittando allora che io ero ancora solo mi sbrigai, e... mi arrangiai involando alla mia volta il chepì che vidi in un mucchio di vestiario poco distante dal mio posto. Ciò fatto, col mio bagaglio mi portai presso il dormitorio vicino alla branda a me assegnata. Allora sentii un compagno che a squarcia gola gridava: mi hanno rubato il chepì! Ah se l’acchiappo il ladro! Ed io zitto, zitto e lasciai Don Bolla a lamentarsi nella speranza che egli pure (alla militare) si arrangiasse. Dopo molti anni il caro ed indimenticabile amico Don Bolla venne a Torino a trovarmi alla Madonna degli Angeli, dove ero guardiano e ne approfittai per trattenermi con lui parlando di musica, della nostra vita militare e gli confessai che ero stato io l’autore del suo chepì rubato. Si mise egli allora a ridere e sorridendo mi spatellò in viso quelle graziose e gentili invettive.
Caro Don Bolla! Amico indimenticabile ed ottimo Sacerdote ti spero nel bel Paradiso a godere Iddio, ad ogni modo la mia preghiera sale fervente al Cielo e tu ricordami perché io pure un giorno possa, nel bacio del Signore, lasciare questa valle di lacrime e spiccare il volo in Paradiso vicino a te.

Padre Gabriele Navone s.j., chiesa dei Santi Martiri di Torino6)

Era l’agosto del 1943: dal Rettore del Seminario di Casale ero stato pregato di recarmi alla casa di villeggiatura a Cà Janzo per intrattenere i chierici su argomenti di formazione dei giovanissimi Aspiranti di A. C. Era il pomeriggio dell’ultimo giorno e, così per riposarmi un poco, cercai una stradina solitaria, nella speranza di non incontrare nessuno.
A un certo punto m’accorsi che avrei dovuto incrociare una piccola comitiva di giovanottini in escursione. Mi diedi un’aria assorta, da evitare un incontro che andasse oltre allo scambio di un gentile saluto, quando uno di quei giovani, un torinese, mi riconobbe, mi salutò per nome.
Dietro veniva, affaticato, un prete bassotto, con un fazzoletto al collo, la veste sollevata con un cinturone ai fianchi. Al sentire il mio nome sollevò la sua faccia e l’aprì a un largo sorriso, e subito mi coprì di complimenti e di interrogazioni. Prima che fossi arrivato alla casa, di ritorno, con lui, aveva combinato per un giorno di ritiro ai suoi ragazzi, a Gressoney.7) Mi aveva rubato al mio riposo e mi aveva messo in cuore una gran voglia di riprendere il lavoro.


Don Bolla ad Ollomont (24 giugno 1932)

Il giorno seguente, come un papà, sollecito di mille cose, mi guidò attraverso il Col d’Olen, alla sua sede di Castel, sopra Gressoney St. Jean.
Dormivamo in una stalla: lasciò a me la sua branda e si accomodò, come potè, nella paglia in un angolo stretto stretto.
Fu un giorno di ritiro trionfale: fu l’inizio di un’amicizia cordiale di cui avrei usato e abusato. Di lì ebbero inizio le acrobatiche stazioni estive di anni seguenti, dopo avere soggiornato nella sua parrocchia per lunghi periodi di predicazione nelle durissime giornate che precedettero la liberazione. Fui con lui nei giorni dell’inaugurazione dei restauri nella parrocchiale, quando viveva nella trepidazione di pareri dissenzienti circa il coraggioso rinnovamento. Lo vidi felice la sera dell’inaugurazione, incantato di fronte al commento che avevo fatto di tutto quell’audace complesso di affreschi e il rinnovamento dell’organo.
Musica, poesia, mistica: avrebbe voluto realizzare tutto nei suoi parrocchiani: tutto soprattutto come carità. E fare in fretta. Soffriva di doversi rassegnare ad attendere. Ma ci si adattò, come si adattò ad aspettarli pazientemente, per le funzioni che cominciavano sistematicamente con notevole ritardo...
Soggiorni estivi di Castel. Ricordo quando, sapendo di una sua visita in quella che era una sua opera – realizzata intenzionalmente nel massimo della semplicità e povertà alpina, ma ricchissima di contenuto spirituale e di vera gioiosità – io gli preparavo i ragazzi (ed erano in favoloso soprannumero) attraverso un giorno di ritiro. Lo invitavo ad aiutarmi per le confessioni. Incontrandolo mi sentivo abbracciare ed esclamare: "Come sono cambiati in così pochi giorni! Non li avrei più riconosciuti".
Avrebbe voluto fare tanto, ma sopratutto fare bene. Io avrei voluto essergli vicino per raccogliere le sue briciole e farle splendere, ma le cose presero altra piega.
La gioventù nuova non era più della tempra dei veci, degli alpini che sanno distinguere tra bellezza e comodità. Nasceva la giungla di pietra: bisognava uscire dal primitivo e andare verso umilianti esigenze, che sono tanto più grandi quanto meno si è ricchi interiormente.
Non ci vedemmo più che un giorno, fulmineamente, a Cesana. Era in un edificio più comodo che non Castel, gente diversa. Gli lessi negli occhi la nostalgia di un mondo che stava scomparendo, ma che io ancora cercavo di proteggere, sia pure con altri sistemi, con un mio piccolo gruppo, accampato sotto il Sestrière, per vivere nella semplicità, preoccupati però di una ricchezza interiore.
Lo visitai più tardi all’ospedale e compresi quell’anima, che, prescindendo dalla comprensione altrui e sfidando l’incomprensione, aveva fin da chierico sentito forte il richiamo del cuore verso tutte le povertà, ma sopratutto verso la povertà spirituale.

Don Angelo Zeglio, Rettore di Cioccaro (Asti); Cioccaro, 20 marzo 19628)

Dieci righe –stampate– su D. Bolla

Ebbi il privilegio di convivere per molti mesi con D. Bolla, sia in Parrocchia sia nella Casa Alpina del Clero. Gioia per me? ammaestramento? l’una e l’altro insieme. Io mi compiacevo di scrutare la sua condotta, dicendo fra me: se farò come Lui, sarò perfetto.
Ricordo la parola d’ordine che Egli ripeteva a me, da chierico e poi da prete novello: "Ama di servire i tuoi Confratelli". E non la praticò Lui stesso? conosco molti Sacerdoti che godettero grandi benefici morali e materiali dal servizio affettuoso di D. Bolla.
E poi... cantare! a me parroco inculcava: "Educa piccoli e grandi al canto intelligente". Sì, perché nello spirito di D. Bolla: anime che bene cantino, sono anime che bene vivono.

Monsignor Evasio Colli, Arcivescovo–Vescovo di Parma; Parma, 5 marzo 19629)

Reverendissimo signor Prevosto, Lei mi invita a ricordare quello che ho visto in Don Bolla che ho conosciuto seminarista, viceparroco, cappellano militare e finalmente parroco.
È più facile dire quello che in lui non ho trovato; perché mi pare che avesse tutto e non gli mancasse nulla di quanto si poteva desiderare.
Era generoso, sincero, entusiasta, intelligente, disinteressato, pio, sensibile al bello e al buono; aveva il dono della parola, di un bel carattere; sapeva stare al livello di un intellettuale e scendere al livello di un bambino; sapeva comprendere, compatire, dimenticare. Non finirei più nel dire quello che di bene vedevo in lui; invece non saprei dire che cosa avesse di male.
Ha servito bene la Chiesa, la Patria, la Diocesi; ha dato un’impronta incancellabile a Moncalvo che fa bene a ricordarlo e onorarlo.

Don Luigi Melotti, Prevosto di Villamiroglio; 196210)

Vivissimo è in me il ricordo di Mons. Giuseppe Bolla. Posso chiamarlo il Padre della mia Vocazione Sacerdotale e l’uomo di cui si servì Iddio per mettermi nella testa e nel cuore l’idea e la realtà del Seminario e del Sacerdozio. Ecco come avvenne.
Avevo 10 anni e, con tutto l’ardore dell’età, si giocava al pallone nel cortiletto interno dell’Oratorio parrocchiale di Moncalvo. Alte mura circondavano quel cortile, grande quanto un fazzoletto, e perciò insufficiente a contenere l’entusiasmo... calcistico delle due squadre (25 almeno per parte...) che si affrontavano a denti stretti per il goal della vittoria. Tuttavia ci si accontentava volentieri di quel poco, non essendo possibile disporre di altro spazio adatto nell’ambito dell’Oratorio stesso. Ma se il campo di gioco era piccolo, il cuore del Prevosto –Mons. Bolla– era grande quanto il mare.
Quel pomeriggio era là, alla finestra che guardava sul... campo della gloria, sorridente, a bersi con gli occhi i suoi ragazzi. Gioiva, paternamente soddisfatto, il caro Prevosto. Noi, scorgendolo, per un non domato desiderio di applauso, aumentavamo l’ardore agonistico con il facile risultato che, talvolta, invece di colpire il pallone che non si lamentava, si accarezzavano poco delicatamente i garretti dell’avversario che, purtroppo, si lamentava pietosamente.
Così era avvenuto, in quel momento, anche per me. Infatti, per via di un delicato piedino che invece di colpire il pallone era arrivato a catapulta sulla mia caviglia che tuttavia aveva resistito meravigliosamente all’urto, m’ero ritirato piuttosto dolorante ai margini del campo.
In quel momento gli occhi del Prevosto si posarono su di me. Fu come se un fluido magnetico e misterioso mi attraversasse il cuore. Mi fece cenno con la mano di andare su. Zoppicando andai, lasciando tuttavia un pezzettino di cuore incollato alla sfera di cuoio che ad ogni costo volevo spingere nella rete avversaria nel ritmo incalzante del gioco. Mons. Bolla mi aspettava.
Prendendomi per mano mi condusse nel Suo studio che sempre mi incuteva soggezione per via di quelle montagne di libri, fogli e carte che si scorgevano un po’ ovunque. Facendomi sedere, dopo una pausa, mi disse con fare sbrigativo secondo il Suo solito: "Tu devi andare in Seminario. Il Signore mi dice che tu diventerai Sacerdote". Ispirazione divina.
Io che avevo dieci anni e giocavo volentieri al pallone osai dire, tuttavia, timidamente: "E là, in Se... in Seminario si gioca al pallone?". "Si gioca anche e molto –rispose sorridendo– ma sopratutto si prega e si studia per diventare un giorno Ministri del Signore".
E mi parlò del Sacerdozio brevemente ma come sapeva parlarne Lui degnissimo Ministro dell’Altissimo.
Fece breccia nel mio cuore e, terminata la quinta, partii per il Seminario in un mattino nebbioso di ottobre, con le calze lunghe, la testa... convenientemente rapata e tanta ansia nel cuore.
Passarono dodici anni. Per grazia di Dio divenni Sacerdote. Mons. Bolla sempre mi accompagnò con il Suo aiuto, i Suoi preziosi consigli, la Sua paterna comprensione. Mi disse un giorno ormai vicino alla Ordinazione: "Con Dio e con la gente sii sempre generoso, generoso, generoso". In un crescendo meraviglioso aveva attinto dal Suo cuore la parola giusta che rifletteva la realtà e il programma della Sua vita sacerdotale. Lo ricorderò sempre. È stato per me guida sicura, maestro, altissimo esempio di zelo, padre della mia vocazione sacerdotale. Non una volta sola invoco Lui, nella Luce di Dio, quale particolare protettore celeste.
Sono certo che anche di Lassù non mi ha dimenticato.
Un grazie che non finisca più, caro Prevosto!

Famiglia Girino, Santa Maria di Moncalvo; 196211)

Abbiamo conosciuto e siamo stati in relazione con il compianto Don Bolla, per trent’anni. Per noi è stato un vero amico, un fratello e con Lui abbiamo condiviso l’angoscia e le ansie del doloroso periodo della occupazione tedesca e delle rappresaglie nel Monferrato.
Come uomo Egli fu di tempra rude, alpina, esteriormente, mentre aveva qualità interiori singolari d’eccezione. Aveva un animo sensibilissimo alle bellezze della natura, alle manifestazioni più belle dello spirito e dell’intelletto: la musica e la poesia. Come sacerdote Egli mise in pratica la virtù essenziale: la Carità, sinonimo di Amore. Amò tanto i suoi parrocchiani, in special modo i poveri verso i quali fu sempre generosissimo da pagare di persona ed in silenzio. Un vero Pastore d’anime, ricco di consigli e di conforto morale.


Don Giuseppe Bolla capellano militare nella Grande Guerra

Mario Lusona, Vice Capufficio alla Cassa di Risparmio di Torino, dipendenza di Chieri; Chieri, 28 marzo 196212)

(...) Per quanto riguarda il compianto Monsignore Don Bolla, io sarò ben lieto, nel limite delle mie forze, di offrire quello che posso per il busto che gli amici offriranno e sarò molto onorato di essere annoverato fra questi.
Ricordi personali non ne ho molti, per il fatto che io da giovane lasciai Moncalvo facendovi solo ritorno nelle vacanze. Posso però dire che era un cuore generoso: che nulla teneva per sè ma tutto offriva: che era amato e stimato dalla popolazione, in modo particolare dai poveri per i quali aveva istituito nella casa parrocchiale una mensa completa. Era nello stesso tempo uomo soldato e ministro di Dio in modo veramente meraviglioso: uomo perché capiva la vita, compativa la gioventù e con le recite, lo sport, le gite, i giochi sapeva attirarla nella Casa di Dio, senza che loro quasi se ne accorgessero. Era un magnifico cappellano militare, fondò la colonia alpina ad Ollomont e quando nelle adunanze degli Alpini cantava con i suoi soldati, la sua bella voce trascinava e tutti ci sentivamo pieni di entusiasmo per la nostra bella Italia.
Come ministro di Dio commoveva, come oratore convinceva e con Lui ci sentivamo più vicini a Dio quanto le note del Suo bel canto unito alla scuola corale che aveva fondato ci trasportava e ci convinceva ad essere buoni e generosi come Lui era.
L’episodio più commovente che io ricordo è che quando morì il dottor Rabagliati,13) che tanto aveva fatto per la popolazione, Lui gli tributò solenni onoranze, e quando sua sorella, la signorina Rabagliati, andò per pagare quel magnifico funerale, nulla volle, perché sapeva che era in condizioni finanziarie poco buone, avendo perso tutto il loro avere con il fallimento della Banca di Moncalvo. Quando venne ad abitare con noi (era la mia madrina) non avendo possibilità finanziarie per vivere, Monsignor Don Bolla le offrì ospitalità nella casa parrocchiale, per i mesi cattivi, sapendo quanto ella desiderasse passare qualche mese nel suo paese natale, vicino ai suoi cari perduti.
Questi due ricordi mi commuovono ancora, ma trattandosi di persone che erano conosciute in Moncalvo non posso mettere i loro nomi sul giornale che vogliono istituire.14)
Lei che è così umano e signore, da queste mie impressioni voglia essere tanto gentile da cogliere le righe che vorrà mettere sul giornale, dato che io sono più contabile che letterato. (...)

Giovanni Ferrari, deputato al Parlamento; Mortara, 2 aprile 196215)

Don Finazzi, col suo cortese invito, mi richiama ad una realtà dolorosa: il decennio del transito di Don Bolla. Perché ci vuole un richiamo, per me, per credere che quella santa anima è tornata alla casa del Padre. Mi è accaduto infatti, nella scorsa estate, di dover correre colla mia "600" a Salabue e di contemplare Moncalvo che di là mi appariva alto e solatio. Ebbene mi fermai per dire a me stesso: "Al ritorno andrò a trovare Don Bolla ed a bere un buon bicchiere del suo vino". Tanto era ed è vivo in me quel caro e venerato amico che nemmeno nel memento dei morti mi vien fatto di ricordarlo. Penso sempre di rivederlo, come in quel primo incontro nella sua bella Casa Parrocchiale, lieto di conoscere, de visu, un sacerdote col quale intrattenevo una corrispondenza, non frequente, ma cordiale, imperniata sul mio bisogno imperioso di chiedere a un Sacerdote cose che io non conoscevo bene e sulla bruciante carità di quell’uomo che rispondeva con una chiarezza che era già di per sé lo specchio della sua anima. Simile, per molti tratti, a un altro venerato amico, il compianto Don Primo Mazzolari, col quale divideva l’amore alla sua gente, a quella sua Parrocchia che si manifestava col tono, colla sicurezza e nel modo del discorso così come i suoi Monferrini avrebbero detto (prima dell’attuale fuga dai campi): "il mio campo, la mia vigna, la mia cascina".


Nel fervore della predicazione

Per vederlo come lo vidi allora (vi ero arrivato per una conferenza in una delle settimane sociali che sapeva così bene animare) io debbo mentalmente spogliarlo del suo abito talare e rivederlo o nella divisa militare che Egli aveva onorato o nell’abito del massaro monferrino, l’abito della festa, quello buono, per i mercati in Asti o a Casale o per la fiera del bue grasso, con un fazzoletto al collo ed un cappello a cacciotta sul capo, ben piantato sui due piedi, coll’aria di dire: "il padrone sono me!". Questo per dire che quel Sacerdote non aveva bisogno di divise o fronzoli per donare dall’esterno una cornice alla sua dignità: questa era tanta e tale da scolorare ogni cornice.
Infatti pochi lo chiamavano Monsignore!
A me pareva, con quel titolo che peraltro era il segno della distinzione che a Lui aveva riconosciuto il suo amato Vescovo, a me, dico, pareva con quel titolo di vederlo rifratto e distorto come un bastone infilato in un tino d’acqua o in una fontana!
Lo rividi coi paludamenti prelatizi a una Processione in Casale, credo per il Congresso Eucaristico Diocesano e mi pareva già modificato, in quel suo faticoso andare, dai segni premonitori della fine, talché amo ricordarlo come era in quel pomeriggio ed in quella sera di Moncalvo quando mi volle alla sua mensa consolata e consolante per quel vino della sua terra così profumato e per quella sua compagnia che era un dono. Mi assegnò una camera che dava, per un balconcino in ferro battuto, sull’ampia convalle verso Asti. Mi accompagnò alla mattina alla sua Chiesa dove mi fece ammirare, dopo la devota celebrazione del S. Sacrificio, i quadri ed i parati della Sacrestia, i marmi e le decorazioni della Chiesa e la stupenda "Via Crucis". Ci salutammo all’inizio della ripida discesa che mi doveva portare al treno per Casale e per la mia Lomellina. Caro Don Bolla! Quale somma di esempi per noi laici! Quanta per i suoi confratelli!
Perché fu un santo Prete anche nella anticipazione di quella funzione sociale del Sacerdozio cattolico, non guastata da nominalismi o da autonomie, senza preoccupazione per destre o sinistre. Egli ci diceva fino da allora che la strada insegnata da Gesù è una sola: quella dritta! Credete voi sia facile andar diritto?
Vuol dire stare sulla traccia segnata! santificarci per santificarla! riempire le botti di vino buono per darlo alle nozze di Cana e le lampade con olio puro nell’attesa dello sposo.
Così l’attese Don Bolla che era un santo Sacerdote. Non occorre sempre esser iscritto nei Canoni per essere santi: occorre essere iscritti nel libro della vita.
E Don Bolla c’è, ad esempio e a gioia di noi che gli volemmo bene.

Lettere autografe di don Giuseppe Bolla

Anche in questo caso la scelta è stata ardua. La prima delle quattro missive proposte venne inviata dal Prevosto di Moncalvo il 1 settembre 1943, in un’ora tragica per la storia d’Italia. Un moncalvese, operaio addetto ai lavori di rifacimento della cassa dell’organo in San Francesco era stato richiamato alla militarizzazione: scrivendo a un alto ufficiale del Distretto militare di Casale, don Bolla chiede che per quell’operaio venga concessa una dilazione nei tempi di presentazione all’Autorità.16)

"Signor Colonnello,
chi Le scrive è un vecchio cappellano del 5°,17) pluridecorato, amicissimo col Gen. Battisti18) ora prigioniero in Russia, col Col. Faldella19) e col Col. Tullio Giordana,20) suoi colleghi alpini. Perciò ricorro a Lei con confidenza. E vengo a confessarLe (impedito di muovermi perché sto facendo gli Esercizi Spirituali nel Seminario di Casale, Le mando il mio Viceparroco) che mi trovo in fastidi gravissimi, da cui Lei solo può togliermi. Con la chiamata per lavoro degli operai addetti alla Ditta Graziano Giovanni di Moncalvo deve restar sospeso il lavoro di costruzione della cassa armonica dell’organo nuovo che dovrebbe esser situato a fine corrente mese nella mia parrocchiale di Moncalvo tutta rifatta a mano in questi giorni. Ferma la cassa, vuol dire fermo tutto il lavoro, perché l’organo è già a Moncalvo e non attende che la fine del lavoro per venire sistemato. E l’organo va prima di altri lavori in attesa. Dovrei avere la Visita Pastorale per inaugurazione di tutto, in ottobre. È un disastro! Perciò vi scongiuro di concedere che almeno un operaio, il Palena Evasio fu Francesco, possa ritardare la sua presentazione. O meglio ancora venga destinato ad altro turno di richiamo! Ho già precedentemente chiesto aiuti a Casale, in paesi vicini, ad Asti, ma nessuno ho trovato!
Se chiedete dell’opera mia e de’ miei sentimenti, confido sentirete che qualche titolo a questa vostra considerazione ce l’ho!
Sto a mani giunte dinanzi a Voi implorando la grazia: e vi ricorderò tanto tanto al Signore!".

Da Gressoney, 14 marzo 1944, ore 18.30,21)

"Carissimo Curato,
ti scrivo in attesa della corriera che mi porterà tuoi scritti e la relazione del caro Marino. Digli in primis che appena a casa lo soddisferò delle molte spese subite per me (così anche per te): Dio mi conceda di potermi sgravare anche dei molti e gravi delitti morali! (...)
Dunque, a noi.
1) Bollettino. Ti prego ricordare che a Torino c’è la seconda parte del discorso di P. Navone. Se è già pronto il numero di marzo fa’ che inizi a stampare: curerò poi io che esca per la metà di aprile con un mio pistolotto (se le cose andran come si pensano finora).
2) Se dovrai pubblicare prima, ricorda che le funzioni della Settimana Santa (triduo) son sempre alle ore 8 di mattina e di sera. Giovedì predica della Passione; venerdì dell’Addolorata. Ho scritto a Penango pei confessori alla Domenica delle Palme e Pasqua. Lunedì di Pasqua pellegrinaggio a Crea, con qualunque tempo. (...)
4) Ti prego pubblicare per Domenica di Passione in occasione della questua per l’Università Cattolica il seguente saluto: «Carissimi! il dolore e l’amore distruggono le distanze. Sento che mai ho vissuto così vicino a voi e penso che altrettanto sentiate voi per me. Anche questa temporanea separazione è stata disposta da Dio per il bene nostro, ed io personalmente ne sento tanto l’efficacia da benedirlo tutte l’ore del mio acuto e quasi fanciullesco penar di nostalgia. Non interessa nella vita che una sol cosa: raggiungere lo scopo, cioè santificarci, riuscire a unirci per scelta d’amore e per volontà d’imitazione a Gesù Cristo, l’Uomo Tipo, che fa vivere la tua Fede e attua con studio costante la volontà direttiva e salvatrice del Padre. È Dio che ci vuol salvi: noi di nostra scelta andremmo al Regno della Falsità e della Bestialità (cioè all’inferno) mille volte di seguito senza riuscire a cambiar via! È Dio che ci vuol salvi; è Lui che non ci traccia sol la via, ma ci costringe, ci porta, in mille forme violente, al nostro solo vero eterno Bene! Accettiamo dunque e benediciamo, anche gemente il cuore, la Sua santa e paterna volontà!!
Non sto a dirvi con quanta pena io stia lontano da voi. Essa avrà efficacia presso Dio per il bene della Parrocchia assai superiore alla mia presenza ed alla mia parola. Però oggi desidero parlare a voi tutti in forma di supplica, per patrocinare un cristiano dovere nostro.
È la giornata dell’Università Cattolica del S. Cuore: essa fu moltissimo danneggiata dai bombardamenti di guerra; ma perché non ne resti danneggiata, attraverso ciò, la Patria nostra e la Chiesa cui l’Università produce, bisogna che essa possa funzionare ancora, e che quindi noi l’aiutiamo. E ne abbiamo proprio noi un grave dovere in questo periodo, perché fra tutte le rovine noi siamo gli esenti; fra tutte le miserie noi siamo i benestanti. E dobbiamo, per la nostra dignità e coscienza cristiana, impiegare un po’ di quel che ci fu lasciato, perché non perisca la speranza, il lavoro ricostruttivo nelle anime, a pro del domani di questa pietosa Italia nostra! Smarrirsi è da debole, ma abbattersi è da vili. Noi dobbiamo ancora credere, ancora amare, ancora volere: pel pessimismo e per lo sconforto il cristiano non trova ragioni né ore!
Non posso venir io a stender la mano durante le funzioni: vedetemi nella persona dei miei carissimi sacerdoti che vengono, e siate generosi; più generosi ancora degli altri anni: sentirò in ciò anche un senso di affetto verso di me, e ve ne darò largo ricambio presso Dio nella preghiera ch’è tanto tanto piena di voi. L’affezionato vostro Prevosto Don Bolla»".

Da Gressoney, 14 maggio 194622)

"Carissimo,
1) bene giunto oggi alle 12; sono a Trinitè in domo Parociali. Vi penso e vi saluto toto corde.
2) Se D. Moietta non venisse per domenica, avverti subito P. Avidano che venga a fare qualche predicazione mariana domenica: senza pretese perché è il giorno della festa patronale. Per qualcosa di più positivo digli che venga il 30.
3) Di’ a D. Fantino23) che d’accordo con la Emma faccia tutte le spese necessarie: sappia largamente sostituirmi.
4) Verso la fine della settimana o lunedì, sempre però verso le ore meridiane per trovarti a casa, telefonerò quanto debba farsi pel camion che dovrà portar su cemento e vino: la posta non funziona bene e non conviene fidarsi; pensa che l’espresso mio del 3 maggio è qui giunto il 12! Forse il Comm. Sacchi sistema la sua famiglia nella seconda parte della casa rossa. Combina per un turno di 25 di nostri (compreso Gaia... di cui non m’hai fatto la commissione!) secondo turno luglio, dal 15 al 30. Spesa lire 60 giornaliere (80 se superiori ai 14 compiuti). Casi bisognosi, elasticità. (...)".
Quella che segue è infine l’ultima lettera inviata da don Bolla all’ex Vice Parroco don Giuseppe Ferrando, ora Parroco di Cerrina; è datata all’Ascensione del 1952, 22 maggio.
Don Bolla scrive dall’Astanteria Martini di Torino dove si trova ricoverato. La calligrafia, di solito già "difficile", è quasi irriconoscibile: l’8 giugno don Giuseppe Bolla sarebbe salito alla Casa del Padre. "Comunque, sarò libero per giugno", scrive il sacerdote. Davvero fu libero per giugno, qualche giorno prima della tradizionale festa di Sant’Antonio. Da questa Sua libertà, che spazia per i cieli più ampi e sereni, don Bolla continua a vegliare sulla "sua" Moncalvo, sui "suoi" moncalvesi, su tutti i tanti "suoi" che Egli amava.

"Carissimo,
la bontà del Signore ci ha fatto fare uniti buon tratto di unità per il vicendevole vantaggio e conforto: fa’ che nulla spezzi quell’unione da Lui composta, se pur s’avanza la realtà nuova di una via che si estende e l’altra che par terminare: tutto ciò che fu iniziato ha svolgimento, quando non più di qui, di là; nella vita tutto si trasforma, nulla cessa.
Che vuoi! Nelle fasi che alla Provvidenza piacque intramezzare al mio ministero –cliniche, malattie, salti acrobatici verso la morte, e poi lunghe degenze lontano dalla vita e famiglia parrocchiale– mi conforta la sensazione di unione con anime sacerdotali che continuano il solco, e che io ho amato come figlioli.
Quando ci s’ammala o si invecchia, non si sa più che amare, perché ivi la vita non sfugge ma si afferma nella sua fonte che è Gesù Amore.
Ti scrivo da un ospedale di Torino, Astanteria Martini, in cui stan facendomi esami che posson finire in operazione. Comunque, sarò libero per giugno; e ti invito con... diritto stavolta ad esser soddisfatto, per la festa di S. Antonio 13 giugno: mi canterai la Messa Grande.
D. Monchietto24) questa volta ti sostituisca con altri! Intesi!
Addio! Addio!
D. G. Bolla"


Un momento dei solenni funerali di don Bolla

NOTE

1) Alcune di queste testimonianze, raccolte da don Camandone, don Francesco Finazzi e monsignor Giuseppe Monticone, sono state pubblicate –per la maggior parte in estratto e quindi non integralmente– nella biografia "Uomo di fuoco". ritorno al testo

2) Citato alle pagine 83–84 e 124 di "Uomo di fuoco" (d’ora in poi sarà sottinteso trattarsi di questo testo). ritorno al testo

3) Nella prima fase della Grande Guerra i sacerdoti e i chierici, ancora non esentati dal servizio militare, venivano in genere impiegati in sezioni di Sanità presso Ospedali militari dell’Esercito o della Croce Rossa; solo in un secondo tempo si provvide ad istituire il servizio di assistenza spirituale alle truppe e gli ecclesiastici furono destinati cappellani presso i reparti combattenti. ritorno al testo

4) Don Evasio Gippa, casalese, nacque nel 1889; fu ordinato sacerdote nel 1914. Fu dapprima Vice Parroco a Santo Stefano in Casale, poi Cappellano militare, quindi successore di don Bolla nella vicecura di Sant’Ilario. Con don Giuseppe sedette nella Commissione Diocesana per la Musica sacra; a lui era succeduto nel 1930 alla guida della parrocchia di San Giorgio Monferrato.
Venne a morte nell’ottobre del 1945.
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5) Il francescano ("o.f.m." = "ordo fratrum minorum", cioè "ordine dei frati minori" francescani appunto) padre Rosso fu esecutore del "Moto perpetuo" di Paganini e Bossi durante il concerto inaugurale del nuovo organo e dei restauri alla chiesa di San Francesco, domenica 5 dicembre 1943. Non ci pare che la testimonianza riprodotta sia citata nella biografia. ritorno al testo

6) Questo gesuita ("s.j." è la sigla che contraddistingue appunto gli appartenenti alla Compagnia di Gesù) fu una sorta di "cappellano delle colonie estive" organizzate da don Bolla; citato alle pagine 69 e 130. ritorno al testo

7) In questa località valdostana aveva sede una delle due colonie estive fondate dal sacerdote di Brusasco; l’altra era ad Ollomont, nella Valpelline. ritorno al testo

8) Don Angelo Zeglio, nato a Patro di Moncalvo nel 1915, venne ordinato sacerdote nel 1939. Vice Parroco a Grazzano Badoglio e a Castelletto Merli, fu poi Rettore di Cervoto (1942–1949), quindi Rettore di Cioccaro fino al 1973, quando venne trasferito a Rivalba di Valmacca. Fu una singolare figura di sacerdote, forse poco apprezzato in vita per la sua presenza umile e dimessa, ma ricchissimo di pietà straordinaria; nascondeva in una figura apparentemente insignificante una grande genialità. Esperto apicultore, fu a Cioccaro responsabile dell’Apiario Vescovile, i cui proventi andavano al Seminario di Casale. Più volte si firmò scherzosamente "il prete del miele".
La sua testimonianza è citata a pagina 127.
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9) Monsignor Colli nacque a Lu Monferrato (il paese dei preti e delle suore) nel 1883. Ordinato sacerdote nel 1905, conseguì le lauree in Teologia, Filosofia e Diritto canonico; dopo essere stato Vice Parroco a San Germano di Casale, venne chiamato come professore nel Seminario maggiore. Nel 1915 fu Parroco di Occimiano, dove conobbe il cappellano don Luigi Corte di Montanaro, al quale sarebbe stato legato da sempre cordialissima amicizia. Eletto nel 1927 Vescovo di Acireale, fu poi traslato alla sede di Parma nel 1933. Dal 1939 al 1943 fu Direttore nazionale dell’Azione Cattolica; nel 1955 ebbe il titolo di Arcivescovo "ad personam". Morì a Parma nel marzo 1971. La sua testimonianza su don Bolla è riportata alla pagina 123. ritorno al testo

10) Nato a Moncalvo nel 1921, fu ordinato sacerdote nel 1945. Dopo essere stato Vice Parroco ad Alfiano Natta, divenne Prevosto di Villamiroglio in Val Cerrina, poi (1964) Parroco di Cavagnolo. Nominato Prefetto di Sacristia nella Cattedrale di Casale, morì nel gennaio 1988. La sua testimonianza è citata alle pagine 69 e 130. ritorno al testo

11) Questa famiglia aveva ospitato il Prevosto don Bolla nel gennaio 1944, quando egli, sospettato di attività filopartigiana, dovette fuggire da Moncalvo per non cadere nelle mani della polizia fascista. La testimonianza è riportata alle pagine 79 e 139. ritorno al testo

12) Testimonianza riportata indirettamente alla pagina 62. ritorno al testo

13) Emanuele Rabagliati proveniva da una famiglia di sanitari illustri: il padre Dario (detto "‘l medighin") ed il nonno materno Carlo Simone Malaterra ("‘l medigun"). Nato a Moncalvo nel 1870, si laureò nel 1894 a Torino; fu dapprima medico all’Ospedale Maria Vittoria di Torino, poi al San Marco di Moncalvo; ufficiale sanitario dei comuni di Penango e Moncalvo, terminò la propria carriera come Direttore dell’Ospedale cittadino. Don Bolla, commemorando la sua scomparsa avvenuta il 7 aprile 1942, lo proclamava "l’uomo di tutti, in cui la scienza è resa più cara e penetrante dal cuore mite, generoso, sensibilissimo, tanto contrastato da incessante sequela di contrarietà". La sorella di cui si parla nella testimonianza era Modestina Rabagliati. ritorno al testo

14) Si tratta del "numero unico" da pubblicarsi in occasione del decennale della morte del Prevosto. ritorno al testo

15) Medico, nativo di Cerano (Novara), già Sindaco di Mortara, rappresentante della Democrazia Cristiana per il collegio elettorale lomellino, l’onorevole Ferrari era fratello di don Francesco, per oltre trent’anni segretario del Vescovo di Casale monsignor Giuseppe Angrisani. ritorno al testo

16) Parte della lettera è riportata alle pagine 42–43 di "Uomo di fuoco". ritorno al testo

17) Si intenda: 5° Reggimento Alpini, nel quale don Bolla militò durante la Grande Guerra. ritorno al testo

18) Emilio Battisti, Capo di Stato Maggiore del Gruppo Armate Ovest nella prima fase dell’offensiva italiana contro la Francia; nel 1942 durante la spedizione in Russia fu Comandante della 4.a Divisione alpina Cuneense. Fatto prigioniero, ritornò in Italia dopo dodici anni. ritorno al testo

19) Emilio Faldella, novarese. Partecipò alla Grande Guerra come capitano del 3° Alpini, che comandò da colonnello dal 1939. Nel 1943 fu promosso generale e Capo di Stato Maggiore della 6ª Armata in Sicilia. ritorno al testo

20) Già comandante del Battaglione alpini Fenestrelle". ritorno al testo

21) A Gressoney don Bolla rimase tra il febbraio e il marzo 1944 in residenza obbligata per ordine del Prefetto di Asti, in modo che non potesse avere contatti con le organizzazioni partigiane attive nella zona di Moncalvo. ritorno al testo

22) Terminata la guerra, i viaggi a Gressoney erano solo più per l’organizzazione delle "storiche" colonie estive di don Bolla; durante uno di questi soggiorni il Prevosto inviava questa cartolina postale al Vice Parroco, nella quale dettava disposizioni per la regolare condotta della vita parrocchiale. ritorno al testo

23) Don Luigi Fantino (Montemagno 1889 – Casale Monferrato 1954) abitava presso la casa parrocchiale di Moncalvo con funzioni di segretario e talora di sostituto di don Bolla; nel 1947 venne nominato Parroco di Santa Maria di Moncalvo. ritorno al testo

24) Don Antonio Monchietto, nato in Argentina nel 1910, fu ordinato sacerdote nel 1936. Dapprima Viceparroco ad Occimiano, durante la guerra prestò servizio come Cappellano degli Alpini; fu poi Prevosto della piccolissima Parrocchia di Rosingo, quindi Parroco di Cocconato e Cocconito. Morì nel 1983. ritorno al testo

 

Sommario di Pagine Moncalvesi n. 6

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