Alessandro Allemano
"CADUTI SUL CAMPO DEL LAVORO"
La sciagura della "Rota" (9 luglio 1953)

Sono passati esattamente 45 anni da uno dei giorni più tristi per Moncalvo, quando in un incidente sul lavoro persero la vita sette operai e altri tre rimasero feriti in modo grave.
Ritengo giusto proporre una particolareggiata cronaca di quell’episodio, basata su documentazione in parte inedita o poco conosciuta, perché anche questo sacrificio –direi una "tragedia annunciata"– non resti inutile e destinato all’oblio.
Negli anni in cui si cercava di risanare le ferite della guerra, quando le certezze della tradizione e dei metodi antichi venivano messe in discussione dall’incipiente meccanizzazione, anche e soprattutto in agricoltura, in quegli anni ben tragico fu il tributo da pagarsi al progresso: i morti di Moncalvo non sono che l’episodio più clamoroso di una situazione generalizzata di scarsa se non inesistente sicurezza, di ansia di far presto per poter produrre –e quindi guadagnare– di più, di asservimento degli uomini alla laica divinità della Tecnica.
1)  
Sia questo articolo un modesto contributo alla conoscenza di un episodio che la memoria collettiva dei Moncalvesi ha forse tentato di rimuovere, ma che è giusto far rivivere nel rispetto di chi vi è morto o rimasto orfano o vedova.

l 9 luglio 1953 è un giovedì, giorno per Moncalvo tradizionalmente dedicato al mercato. Si è in piena estate, ma il clima da quasi un mese si mantiene piovoso, assai poco concorde con i doveri del calendario. Si stanno vivendo gli anni difficili del dopoguerra e seppure a rilento, tra mille indecisioni e preoccupazioni, l’agricoltura lentamente cede il passo all’industrializzazione.
In giugno si sono tenute le elezioni per comporre la II Legislatura2) e nel Paese inizia un periodo di instabilità politica che durerà per più anni: Luigi Einaudi, Capo dello Stato, il 3 luglio ha affidato ad Alcide De Gasperi l’incarico di formare il nuovo governo, l’ottavo per lo statista trentino. Questo gabinetto, costituito il 16 luglio, non avendo ottenuto la fiducia del Parlamento, si dimetterà dopo soli 12 giorni: l’incarico sarà poi affidato, infruttuosamente, al segretario democristiano Attilio Piccioni e quindi al biellese Giuseppe Pella, che diverrà Presidente del Consiglio nel mese di agosto, rimanendo in carica fino al gennaio dell’anno successivo. Sul piano internazionale il nostro Paese è in questo momento direttamente coinvolto in un aspro contrasto con la Yugoslavia per il controllo della cosiddetta "zona A", comprendente il territorio di Trieste. In Corea viene firmato l’armistizio che, dividendo la penisola in due stati, pone termine ad una guerra disastrosissima, mentre per i dirigenti politici dell’Unione Sovietica si susseguono incalzanti ed inesorabili le "purghe", dopo la morte di Stalin. In ambito locale, la cronaca ha fatto registrare nel mese di giugno un tragico episodio, drammaticamente anticipatore di quanto sarebbe avvenuto a Moncalvo: durante la costruzione di un condominio ("grattacielo" lo definiscono i giornalisti: era in effetti alto ben 12 piani) in corso Dante ad Asti un cavo ha ceduto, provocando la morte di tre operai ed il ferimento di un quarto. Anche a Moncalvo sono sorte alcune piccole fabbriche che nei tempi tristi del primissimo dopoguerra hanno contribuito a sollevare le sorti di tante famiglie del paese e dei comuni vicini. Alla "Trasformazioni Tessili" dei fratelli Piacenza sono impiegate esclusivamente donne che si dedicano alla confezione di camicie, mentre la manodopera maschile viene assorbita dalla "Rota", fabbrica di aratri e macchine agricole sorta lungo quello che ancora si chiama corso Umberto I e che diverrà poi corso XXV Aprile, restando però sempre per i moncalvesi la "lea". Le fortune di questa piccola industria sono cresciute in fretta, legate anche alla figura del padrone, Paolo Rota, che tra il 1945 e il 1946 ha anche ricoperto la carica di Sindaco e alle elezioni politiche del 7 giugno 1953 si è portato candidato per la Camera, senza successo. Rilevata nel 1942 la fallita ditta Luigi Salatino "detto Camilino", dai soci Manfredi e Rota come "stabilimento costruzione aratri, seminatrici e macchine agricole in genere", all’inizio degli anni ‘50 la "Rota" occupava oltre 40 operai e la vecchia sede stava rivelandosi inadeguata alle crescenti richieste del mercato agromeccanico.3)  
Paolo Rota e il figlio Luigi hanno allora acquistato un terreno in regione Vairo in Collina, lungo la strada che conduce alla stazione, con l’intenzione di far costruire tre nuovi capannoni. I lavori sono appaltati nel febbraio 1953 all’impresa Romolo Pomponio, con sede a Torino in corso Peschiera, che ha affidato il progetto all’ingegner Ludovico Parziale, lasciando a sovrintendere ai lavori il geometra Vittorio Tealdi, mentre l’amministrazione e l’organizzazione del cantiere sono di competenza di Liberale Gamba, un veneto di Belluno4) anch’egli residente a Torino: la struttura del complesso è stata dal Parziale progettata ed eseguita in cemento armato. Per la costruzione dei capannoni l’impresa Pomponio ha ricercato gli operai tra muratori e manovali del luogo, circa una ventina, quasi tutti moncalvesi. All’inizio di luglio i lavori sono a buon punto e si era già preso accordo con il collaudatore, l’ingegner Agostino Garavano, generale a riposo, per eseguire verso la metà del mese le prime prove di carico al solaio che ricopre il progettato garage.
Quel giovedì 9 luglio nel pomeriggio era scoppiato un temporale e gli operai che lavoravano all’aperto erano stati opportunamente richiamati al riparo all’interno del grande capannone.5)  Tra le 18,20 e le 18,30 –quando peraltro i lavori sarebbero già dovuti essere sospesi per riprendere l’indomani mattina– in una manciata di minuti, direi di secondi, si verifica la più grave sciagura sul lavoro che la storia di Moncalvo ricordi: il capannone che ricovera 22 operai crolla all’improvviso lasciando dietro di sé un nugolo di polvere.

Dal racconto dei giornali6)

"La Stampa" del 10 luglio riporta con grande rilievo l’accaduto.
"A tarda notte a Moncalvo nessuno sa ancora rendersi conto di come sia successa la più spaventosa disgrazia che qui memoria d’uomo ricordi. Eppure molti hanno assistito. Ecco l’agricoltore Luigi Riva7) che abita in una casetta di fronte al cantiere: «Stavo guardando il cielo perché era cominciata a cadere la pioggia e guardavo davanti a me i tre grandi capannoni che l’impresa Pomponio di Torino ha quasi finito di costruire per la fabbrica di aratri Rota. Un rombo, un capannone di 64 metri per 14 si affloscia al suolo; un secondo, forse due, e una nuvola di polvere che sale per metri e metri e che copre tutto; ed io e gli altri inchiodati che non riusciamo a muoverci».
Solo quando lui ed altri si muovono e si avvicinano si ha la sensazione esatta della catastrofe. Ai margini dei nuvoloni di fumo, accanto ai primi rottami di mattoni, dei corpi. Uno, due, tre: svenuti, sanguinanti, vivi. Ma gli altri? Dove sono i quindici, venti che dovevano essere lì sul tetto a mettere le ultime tegole o dentro il capannone a preparare il materiale? La gente accorre: i compagni di lavoro dalle altre parti del cantiere, i contadini dai dintorni, tutti gli uomini validi di Moncalvo. Tanta gente, sì; ma davanti ad essa una montagna di detriti, di fili d’acciaio contorti, di briciole rosse di tegole. Dove saranno, dove saranno?


I vigili del fuoco all'opera per recuperare le vittime del crollo

Si scava con i picchi, le vanghe, le mani insanguinate. Ecco quasi subito un corpo. «È Bosia»,8) grida qualcuno. Mario Bosia, 44 anni, di Moncalvo: è morto. Un altro corpo. Galletto, Giuseppe Galletto, di 58 anni, di Moncalvo: è morto. E morto è il cinquantenne Angelo Balbo. I corpi si allineano informi ai margini del cortile. Morto Stefano Porta, di Moncalvo, che ha due figli; morto Luigi Garrone, che ha due bambini. Vive ancora Luigi Gasperi di Ozzano, ma anche la sua bimba perderà il papà mezz’ora dopo all’ospedale. Le ore passano. Il numero dei soccorritori, la loro disperazione aumenta. È arrivata l’autorità. Il Sindaco Martinetti, carabinieri, vigili del fuoco con una gru che strappa, scava, spiana, alla ricerca di non si sa chi. Gli operai si sono contati: qualcuno manca, ma c’è anche chi davanti all’orrendo spettacolo dei morti e delle rovine è fuggito via. Ci sarà ancora qualcuno sotto? Il lavoro prosegue sempre più frenetico. È notte ormai: si lotta contro l’ammasso informe della luce e dei riflettori. Manca ancora un operaio: Giuseppe Castellano, detto «Moretto», anch’egli di Moncalvo, anch’egli con una bimba. Sono le 22,30 quando anche i suoi resti affiorano tra un blocco e l’altro di cemento. La tragica serie è finita. Il sostituto procuratore di Casale, dott. Selicorni, fa sfollare la gente dal luogo del disastro. Restano a piantonarlo polizia e carabinieri, perché nessuno deve toccare, nessuno deve intralciare le indagini per l’accertamento delle responsabilità. Dei tre feriti due sono stati immediatamente trasportati ad Asti. Sono Remo Guggiola, 21 anni, di Moncalvo, assistito dal padre Angelo infermiere all’Ospedale S. Marco e il veneto Ottorino Bertuol, di 35 anni. All’Ospedale S. Marco è rimasto il terzo che è grave: Aldo Gonella. I primi due si sono salvati dal crollo perché lo spostamento d’aria li ha scaraventati a decine di metri di distanza: il terzo perché si trovava in un angolo del capannone, sotto a un pilastro che non è caduto di schianto.
La gente di Moncalvo è tutta per le strade. Lo strazio è evidente, profondo. Qualcuno rompe il silenzio e commenta a bassa voce la sciagura: «Sarebbero vivi tutti e sette, se avessero cessato di lavorare all’ora solita, alle 18. Invece si sono fermati mezz’ora di più sotto il capannone, per recuperare il tempo perduto lunedì quando avevano dovuto allontanarsi per la pioggia»".

Le vittime

Sotto le macerie del capannone sono rimasti in tutto sette operai. Ecco i loro nomi:
Mario Bosia nato a Govone presso Alba nel 1910, residente a Moncalvo, celibe
Luigi Garrone nato a Moncalvo nel 1920, residente a Moncalvo; coniugato con Rosa Brambilla, padre di due figli
Giuseppe Castellano, soprannominato "Moreto" nato a Moncalvo nel 1910, residente a Moncalvo; coniugato con Luigia Borelli, padre di una bambina
Stefano Porta, nato a Castelletto Merli nel 1908, residente a Moncalvo; coniugato con Carolina Demaria, padre di due figli di 19 e 14 anni
Pasquale Angelo Balbo, detto "Angiòli", nato ad Odalengo Piccolo nel 1903, residente a Moncalvo, celibe
Giuseppe Galletto, nato a Serralunga di Crea nel 1896 (è la più anziana delle vittime), residente a Moncalvo, celibe
Uno solo dei caduti non abita a Moncalvo: è l’immigrato veneto Luigi Gasperi, nato a Castagnaro (Verona) nel 1906. Sposato a Maria Rigo, risiede ad Ozzano: la coppia ha un figlio di 15 anni. Gasperi è anche l’unico ad essere estratto vivo dalle rovine: portato all’ospedale cittadino, muore dopo mezz’ora assistito dal Parroco don Finazzi, in conseguenza delle gravissime lesioni riportate nell’incidente.
Tre operai riescono a sopravvivere alla tragedia, seppure gravemente feriti: il più grave risulta subito Aldo Gonella, nato ad Asti nel 1926, residente con la moglie Laurelia Ganora e la figlia a Moncalvo. Nel crollo riporta varie ferite al capo e alla gamba sinistra e rimane ricoverato al San Marco di Moncalvo.
Remo Teresio Guggiola, il più giovane del gruppo, nato nel 1932 a Moncalvo dove risiede, riporta la frattura di due vertebre lombari, oltre ad una ferita lacero–contusa al capo, mentre il veneto di San Pietro Feletto (Treviso) Ottorino Bertuol, della classe 1928, celibe e residente anch’egli a Moncalvo, lamenta contusioni dorsali e addominali. Entrambi questi operai vengono fatti trasportare dal dottor Silvio De Regibus9) già nel tardo pomeriggio del 9 luglio all’Ospedale civile di Asti, dove per molti giorni verseranno in gravi condizioni.


Una pubblicità della fabbrica Rota (1951)

Gli scampati

Il bilancio, fin troppo tragico, del crollo del capannone deve anche registrare due operai scampati quasi "miracolosamente": Fiorino Mira e Luigi Coppo si trovavano sul tetto e al momento del disastro sono finiti fortunatamente sopra le macerie; il Mira, nonostante le ferite superficiali ed il comprensibile stato di shock, è riuscito anzi a trarre fuori da ciò che resta del capannone il collega Guggiola, gravemente contuso. Altri operai, occupati nei pressi, non rimangono direttamente coinvolti dal crollo e sebbene terrorizzati dall’accaduto accorrono a prestare i primi soccorsi e a dare l’allarme. Martino Arenario, Pietro Passera, Ruggero Giacomini, Antonio Alessio, Vincenzo Strona, Giovanni Durando, Angelo Palena, Luigi Volta, Gian Carlo Pesenti e Pietro Borroi sono i nomi di quanti, per un fortuito caso, oppure per un’intercessione superiore o –secondo altri– per segno del destino, sfuggono alla morte in quel giovedì pomeriggio.10)

L’impressione a Moncalvo

La tragedia del capannone suscita immediata commozione tra tutti i moncalvesi, non appena si sparge la voce dell’accaduto. Il giorno 10 luglio si riunisce d’urgenza la Giunta comunale, presieduta dal Sindaco Evasio Martinetti, con il Vicesindaco Dario Casalone e gli Assessori Riva, Prosio e Ibertis.11)  Presa la parola, il primo cittadino espone brevemente i fatti, affermando che "in tale frangente è indiscutibile il dovere del Comune di predisporre i funerali delle vittime a suo carico dando mandato all’Ente Comunale di Assistenza12) di portare i primi aiuti alle famiglie tanto duramente colpite".13)  L’esecutivo comunale, "riconosciuto doveroso dare agli amati concittadini, vittime del lavoro, meritevoli onoranze funebri a carico del Comune e segnare i loro nomi ai posteri a ricordo e testimonianza di così immane calamità", delibera di dare mandato all’E.C.A. di portare i primi aiuti ai familiari delle vittime. Stabilisce inoltre che i funerali si svolgano a spese del Comune e che le salme dei sei caduti moncalvesi vengano provvisoriamente tumulate nella tomba di famiglia del Sindaco Martinetti, riservando per la sistemazione definitiva sei posti nel costruendo colombario.
Davvero massiccia è la partecipazione di tanti cittadini, non solo moncalvesi e monferrini, al lutto della comunità di Moncalvo. Già dal venerdì 10 luglio cominciano a giungere in Municipio attestazioni di cordoglio, dalle massime autorità dello Stato come dai più semplici cittadini. Così Maria Tronel: "Ho letto la tremenda disgrazia toccata alla mia cara Moncalvo portando tante lacrime e dolore. Mi permetto scriverle a Lei per dirle che con tutti sono unita nella grande sventura". Così il senatore Giuseppe Romita: "La grave sciagura che ha colpito codesta laboriosa popolazione mi accora profondamente. Alle famiglie delle vittime del lavoro, ai cittadini di Moncalvo, a Lei signor Sindaco le mie più affettuose condoglianze". Così il professor Maurizio Ferrio,14) Ispettore agrario a Saluzzo: "La prego essere interprete presso le Famiglie e la popolazione tutta della partecipazione di mia moglie, mio figlio e mia personale al grave lutto che ha colpito codesta città a cui siamo legati da tanto cordiale ed affettuoso ricordo per il lungo periodo di cordiale attività trascorsa". Così anche il Sindaco di Asti, avvocato Giovanni Viale,15) che ricorda il lutto che di recente ha colpito la sua città: "(...) E quindi con cuore fraternamente consapevole che gli astigiani misurano oggi tutto il cordoglio di Moncalvo e l’angoscia di tante madri, spose, di tanti figli, per la perdita immatura e tragica di adorati Congiunti, caduti nobilmente mentre attendevano al loro quotidiano lavoro". Così da Torino anche il moncalvese Giulio Alessio, allegando un assegno di duemila lire: "La prego (...) di rendersi interprete dei miei sentimenti di solidarietà presso le sventurate famiglie, che in quest’ora così tragica hanno bisogno di sentirsi amorevolmente comprese e compiante". Così da Chieri il brigadiere dei Carabinieri in congedo Luigi Trivero, che prestò servizio nella stazione moncalvese dell’Arma: "Voglia accettare, signor Sindaco, ogni espressione di cordoglio e tutta la nostra solidale considerazione per il lutto che ha tragicamente colpito codesta città".
Anche le organizzazioni professionali esprimono la loro partecipazione: il presidente dell’Unione Provinciale Agricoltori di Asti e Consigliere provinciale Ignazio Borsarelli di Rifreddo, quello della Camera di Commercio astigiana Aldo Pronzato, l’Unione Industriale di Asti, la Federazione provinciale Coltivatori Diretti, oltre ai sindacati e ai rappresentanti dei partiti politici fanno giungere scritti o telegrammi di partecipazione. All’avvocato Martinetti si rivolgono tra gli altri il Presidente della Repubblica Einaudi, Giuseppe Saragat, Giuseppe Brusasca,16) il questore della Camera dei Deputati Domenico Chiaramello,17) il Sottosegretario agli Interni Teodoro Bubbio,18) il deputato Alessandro Scotti,19) il Consigliere provinciale Giuseppe Meda,20) il Vescovo di Pontremoli monsignor Sismondo che già era stato Parroco di Moncalvo, il dottor Dante Nisi della Corte dei Conti,21) vari colleghi Sindaci. Non manca da Prè Saint Didier il telegramma di solidarietà di Guido Niemen, direttore del Circo Makni, che si era probabilmente esibito sulla piazza Carlo Alberto durante i festeggiamenti patronali di Sant’Antonino, in maggio.
Da Parigi, dove si trovava presso la Parrocchia della Sainte–Trinité, don Corrado Camandone, moncalvese di adozione, fa anch’egli pervenire un messaggio al Sindaco: "Da «La Stampa» veduta per caso in un’edicola abbiamo appreso la notizia e letto la cronaca della immensa sciagura capitata a Moncalvo nella fabbrica Rota. Non possiamo certo immaginare la costernazione delle povere famiglie colpite, di tutta la popolazione e specialmente delle autorità. L’aspetto più grave e immediato è certamente quello della perdita delle vite umane, ma quello più spinoso sarà quello delle conseguenze legali, sociali, ecc. Spero che il disastro non sia avvenuto per un cedimento del terreno, perché in tal caso si dovrebbe rifare tutto altrove. Il gruppo di Moncalvesi che è qui a Parigi m’incarica di presentare a lei capo del paese le più vive condoglianze".


L'annuncio funebre del Municipio di Moncalvo

I funerali

La funzione funebre si svolge domenica 12 luglio, nel pomeriggio.
L’Amministrazione civica ha fatto tappezzare Moncalvo di manifesti che ricordano i nomi delle sette vittime e la frase, di circostanza ma ugualmente sincera, "Ai familiari sia di conforto il cordoglio della popolazione tutta, che unanime interverrà ai funerali degli amati Concittadini vittime del lavoro".
Il corteo muove dall’Ospedale San Marco, al Rinchiuso di Moncalvo; con molta cura si è organizzata la cerimonia, dislocando le varie componenti del corteo e le rappresentanze tra la piazzetta del Municipio dove si attestano i bambini dell’asilo infantile e la zona verso San Bernardino, riservata alla "popolazione maschile".
C’è la banda musicale cittadina, ci sono le Scuole, la Fondazione Labor, le varie associazioni religiose, i portatori di torce, tante rappresentanze, autorità; e ci sono i parenti delle sette vittime. Anche Luigi Gasperi resta unito ai colleghi nell’ultimo viaggio, sebbene sia poi tumulato ad Ozzano.
Ci sono il Prefetto di Asti Iodice ed il Questore, il Presidente della Giunta Provinciale Norberto Saracco,22) i deputati Domenico Chiaramello, Giuseppe Brusasca, Giovanni Sodano, Stellio Lozza, Paolo Angelino Sindaco di Casale23) accompagnato da parecchi Consiglieri, i senatori Leopoldo Baracco24) e Flecchia della CGIL, il Pretore Raffaele Invrea, l’Ingegnere capo della Provincia, Ufficiali delle Forze armate, il Presidente della Cassa di Risparmio di Asti, Presidenti di associazioni professionali e sindacali. Il clero è guidato dal Vescovo di Casale monsignor Giuseppe Angrisani, assistito dai sacerdoti della Vicaria e primo fra essi il Prevosto don Francesco Finazzi, che da un solo anno ha preso il posto di don Bolla; ci sono tante rappresentanze di Comuni con gonfalone: Asti, Casale, Nizza, Canelli, San Damiano, Penango, Ponzano, Serralunga, Cereseto, Vignale, Casorzo, Ozzano, Alfiano, Castelletto Merli, Calliano, Grazzano Badoglio. Ci sono tante associazioni con bandiere, ma soprattutto c’è tantissima popolazione.
L’ordine di sfilamento delle bare, portate a spalla dai compagni di lavoro, dai coscritti e dagli amici, è rigorosamente alfabetico: sulla prima di esse e sull’ultima –Balbo e Porta– c’è un cappello da alpino.
Sui carri funebri che chiudono il lungo corteo sono portate 25 corone di fiori: tra di esse anche quelle della Ditta Rota e dell’Impresa Pomponio. Il corteo prende avvio alle 16, ma già da più di un’ora la zona interessata dalla cerimonia è stata interdetta al traffico; alle 16,45 inizia la cerimonia religiosa, una Messa solenne da Requiem accompagnata dalla Corale parrocchiale, quella messa su dall’alpino musicista don Bolla.
Le sette bare sono allineate davanti alla balaustra dell’altare maggiore.
Alle 16,45 sul sagrato di San Francesco il Sindaco porge il saluto alle salme, mentre tocca al concittadino senatore Vincenzo Buronzo leggere l’orazione funebre, bella e struggente, tanto bella da essere poi stampata:25) è così che oggi, a quarantacinque anni da quel 12 luglio, possiamo riproporne i brani più significativi.

L’orazione funebre di Buronzo

Ha ragione Francesco Broda quando scrive:26) "La sublime orazione funebre detta dal sen. Buronzo sul sagrato della chiesa parrocchiale tesse l’elogio di queste innocenti vittime del lavoro e del progresso". Davvero il discorso di Buronzo è sublime nel senso di "superiore alla mediocrità delle cose comuni", ricco di citazioni letterarie, frutto di una mente profondamente umanistica, di un cristiano convinto di ciò che afferma, di un moncalvese che piange con tutta Moncalvo: solo la sua notevole lunghezza mi fa desistere dal proporlo integralmente.

"(...) Non appena ci siamo staccati dalla balaustra dell’altar maggiore, e usciti fuori del mistico cerchio della cristiana Verità consolatrice ci siamo riaffacciati su questo paesaggio turbato, su questa sospesa realtà da giudicare che rimane pur nostra, ecco che l’angoscia della tragedia ci riafferra all’improvviso tremenda inesorabile.
Con le sette bare allineate dinanzi a noi, sotto questo cielo grigio in cui par di sentire trascorrere ancora il rombo della rovina, il nostro primo grido atterrito; con i gruppi abbrunati dei familiari –le madri, le spose, i figli, gli amici– con questa folla insolitamente commossa, accorsa da vicino e da lontano, sollevante verso le bandiere e le croci un unico volto pallido, grave di tanti muti tormentosi perché.
Torniamo a soffrire come se ci sentissimo tutti nella coscienza, sulla coscienza, il peso di una inquietudine, di una oscura comune responsabilità. La responsabilità che prende l’uomo al cuore davanti alle sciagure collettive, che potevano essere evitate e non furono.
Può sembrare duro il mio dire, poco rituale la forma di questo estremo saluto, ma è troppo presto per scrollarci di dosso la pena, per cedere alle lusinghe delle facili rassegnazioni, dei compianti fuggevoli, degli oblii che non tarderanno a venire.
È giusto invece che si rimanga ancora noi al tormento.
Di questa pena e di questo dolore atroci dobbiamo pascerci ancora, secondo l’imposizione del dio antico, fin che il sangue versato non abbia generato di sé una luce morale, una purificatrice giustificazione.
Perché sono morti? e di una morte così disumana?
In che cosa aveva peccato questa umile gente di lavoro, che non chiedeva che di lavorare e di guadagnarsi il pane?
Chi ha voluto quest’ora e questa fine?
Con quali leggi, per quali vie, in forza di quale nuovo patto d’amore, di saggezza, di consapevolezza sociale preveggente, riusciremo a difendere il lavoro –un campo che è sacro– dalle oscure forze che lo insidiano e lo mortificano: ignoranza, indifferenza, speculazione, cause prime di tanto male e di tanto dolore?
Quale è, quale può essere l’occulto religioso significato di queste Vittime giovani e senza colpa, che stroncate fremono e ci interrogano?
La parola di Dio è sopra noi, sul paese e sulle colline. Fa’ che possiamo ascoltarla in purità di cuore e spirito di obbedienza, o Signore!
Nulla dirò di quanto tocca le responsabilità dirette o indirette di chi ebbe parte nell’impresa, in ogni ordine grado momento di compiti e di doveri, fino alla luttuosa catastrofe. Nessun accento polemico turbi la solennità di questa pregante comunione di animi.
L’Autorità giudiziaria sta prendendo provvedimenti severi, e se ancora c’è chi fugge e si nasconde,27) esso sarà dalla umana giustizia raggiunto.
(...)
La minaccia della catastrofe era nell’aria.
Da giorni i predestinati andavano ripetendo, in casa e fuori, che un mattino o una sera non avrebbero più fatto ritorno. Lo dicevano con quel sorriso fra timoroso e spavaldo, con quel tono fra sommesso e di sfida, che è proprio di chi non vuol essere accusato di viltà e affronta il rischio come una della tante necessità della sua giornata.
Avevano sentito i capannoni scricchiolare sui plinti,28) avevano visto le spie denunciare qua e là qualche cedimento, e pure staccavano col gesto abituale la giacca dal muro quando suonava l’ora, e continuavano a scendere verso il cantiere, forse preoccupati soltanto di ritrovarsi presto insieme, di non essere soli davanti alla vaga minaccia cui non volevano dare il nome di paura.
C’erano capi che sorvegliavano, c’erano sul posto gli uomini della tecnica e dell’arte, più esperti di loro, che condividevano la loro stessa sorte, e poi bisognava pensare alla famiglia, dar prova di disciplina, finire, finire l’opera che era il loro orgoglio d’oggi, la loro speranza di lavoro di domani.
Moreto
non aveva smesso la sua bella piacevole allegria.
Porta e Balbo si ricordavano di essere le vecchie penne nere delle vette e dei ghiacciai.
Garrone, se anche si sorprendeva a tornare indietro talvolta per dare un altro bacio al suo Pierangelo e alla sua Mariuccia –la bimbetta che adesso dice... papà... pü... pü... lountan... senza capire– scacciava via ogni ombra triste, nel pensiero che era per loro che lo faceva, era proprio e specialmente per loro.
Rendiamo a questi sette caduti l’omaggio più alto che l’uomo può rendere all’uomo: essi non sono venuti meno al loro dovere, non hanno detto no al destino.
E il destino superava questa volta la loro modesta semplice persona, assorbendoli in qualcosa di immensamente più vasto, qualcosa di presentito più che di già totalmente deliberato, qualcosa che non si è avverato ancora, ma che vuole essere e che sarà: la nuova epoca, l’epoca della tecnica.
(...)
Anche il crollo della fabbrica di Moncalvo, in cui sette giovani vittime andarono sepolte, rientra fra i segni ammonitori del tempo.
Sarebbe troppo poco se tutto dovesse ridursi ad un computo di indennità da corrispondere, di colpe comuni da giudicare, di interessi lesi cui porre riparo.
Il problema è ben più alto, ed io mi richiamo ai miei molti precedenti angosciosi perché.
Nel mondo del lavoro si cade oggi e si muore troppo di frequente. Caso, accidente, disgrazia, sono parole e ragioni che da sole non bastano più a spiegare i fatti, a quietare le coscienze. Dobbiamo indagare meglio e più a fondo che cosa è la Tecnica, quest’ordine tecnologico trionfante creato da noi; quali i modi e i mezzi con cui si attua; quali ne possono essere i giusti controlli; e se e dove e come se ne possono fissare i limiti.29)
(...)
E ora diciamoci addio, cari compagni che non possiamo aiutare più, per i quali non possiamo fare più nulla.
Ve ne andate via in questa sera di domenica così dolce, nell’ora più cara al vostro ritrovarvi, ai vostri canti, ai vostri giochi, al vostro onesto riposo.
Una ultima fascia di sole sfiora la piazza alta, che questa sera tace deserta.
Le case hanno riflessi velati, come se dall’interno si illuminassero per offrirvi la loro anima.
Il paesaggio ha la profonda tranquillità di un grembo che si apre.
Ciau paìs
...!
E la tragedia non urla più, il suo cuore si placa, il suo volto distende.
C’è ancora soltanto, in una corsia dell’ospedale di Asti, il più giovane30) e il più gagliardo di voi che lotta indomabile tra la vita e la morte, e nel delirio racconta racconta l’attimo pauroso... la sua mano sotto le macerie stretta sulla spalla di Moreto... il suo fargli coraggio... e poi il silenzio di entrambi... e il suo fuggire nel delirio verso Milano Genova Torino, le sognate città del conteso avvenire.
Che tu possa tornare fra noi guarito e forte, povero Remo, ti accoglieremo come un redivivo.
E c’è laggiù, nella valle, creatura anch’essa dilaniata nei ferri contorti nei massi divelti che chiama che invoca salvezza, la fabbrica. Bisogna liberarla anch’essa dalle macerie, bisogna fare che risorga presto salda sicura fiorente. Sono gli stessi morti che lo chiedono.
Solo nell’opera realizzata è il segno dell’umana volontà che trionfa, è l’abbraccio della grande pacificazione.
Un giorno poi, quando sarà risorta, e sonora di carrucole, di catene, di magli, di ponti, avvampante di fuochi, inizierà il suo lavoro e a centinaia gli aratri usciranno a tracciar solchi per campi lontani e palude e brughiere, ci ritroveremo ancora tutti. Quel giorno nel quadrato ci sarete voi, cari caduti, più vivi che mai, e sarà festa, sarà festa santa quel giorno!
Facciamoci dunque coraggio, e compiamo insieme, verso il camposanto vicino, gli ultimi passi.
(...)
Signore, Tu che hai fatto del lavoro la più redentrice delle tue leggi, e vedi questa fine pietosa e questo inconsolabile pianto; Tu che sai il perché di ogni atto, di ogni pensiero, di ogni evento; Tu aiutaci a difendere e a proteggere i nostri fratelli che scavano nelle miniere, che lavorano sospesi sui ponti nel vuoto, che si sprofondano negli abissi, che maneggiano le forze capaci di folgorarli e di incenerirli, che sfidano i cieli e le tempeste, perché la Tua parola si compia, o Signore, il Tuo regno si avveri!
Siamo tutti Tuoi operai, curvati al Tuo volere e segnati nella Tua fede".

La solidarietà per le famiglie delle vittime

Fin dal giorno 10 luglio la gara di solidarietà per le vedove, gli orfani e i congiunti dei sette caduti è imponente.
Il Comune apre una pubblica sottoscrizione alla quale aderiscono moltissimi cittadini e tante associazioni ed enti.
Viene costituito un Comitato pro vittime, destinato a gestire le somme di denaro che giungono da tante parti del Monferrato e del Piemonte. Lo presiede il Sindaco Martinetti; ne fanno parte il Presidente dell’E.C.A. Casalone, il Parroco don Finazzi, il collocatore comunale Vincenzo Restivo, il medico condotto dottor De Regibus, il maresciallo Filadelfo Montis che da pochi giorni comanda la stazione dei Carabinieri, Mario Cornacchia e Alberto Finardi in rappresentanza di CISL e CGIL, sette rappresentanti di partiti politici,31) il Pretore dottor Raffaele Invrea, Luigi Riva per la Coltivatori Diretti, il senatore Buronzo ed un rappresentante dell’Amministrazione comunale di Casale.
Le offerte, come si è detto, giungono un po’ dappertutto.
Giulio Alessio da Torino offre 2000 lire, così come l’oriundo Pietro Cerruti; Pia Barcellini invia da Novara un assegno di 10.000 lire. Uguale contributo spedisce da Genova il commerciante Dino Foa, mentre Pierina Marletto Pertica manda da Roma 25.000 lire e da Asti il professor Carlo Currado32) ne dona 5000.
All’inizio di agosto giunge un modesto contributo anonimo da "una donna di Novara", probabilmente finora priva di ogni tipo di rapporto con Moncalvo, che nella lettera che accompagna l’offerta scrive, rivolgendosi al Sindaco: "Sebbene sia trascorso un po’ di tempo dalla sciagura dei sette operai che hanno perduto la vita (ed ho qua davanti la fotografia dei funerali sul giornale "La Stampa") non posso dimenticare il grande dispiacere di quelle mogli, dei figli di questi poveri morti. E penso anche ai sacrifici di queste povere madri, per allevare i poveri bambini che di tutto hanno bisogno per crescere sani e robusti. Signor Sindaco non li dimentichi queste povere donne e questi cari bambini. Li segua e li assista fin dove può e il Signore ci darà la Sua Benedizione. Ci mando questa povera cosa che è niente in confronto, ma per ricordare queste famiglie e anche coloro che magari inconsapevoli di questa sciagura soffrono molto".
Oltre ai contributi privati intervengono anche le istituzioni e le aziende.
La Prefettura di Asti manda l’ingente somma di 500.000 lire, cui presto se ne aggiungeranno altre 300.000, 100.000 ne manda la Stipel di Torino; 10.000 lire fa giungere il Comitato provinciale della Croce Rossa, 100.000 la Trasformazioni Tessili, altrettanto la Cassa di Risparmio di Asti, presieduta dal senatore Baracco. Arriva anche un contributo del Capo dello Stato Einaudi. L’Ente Provinciale per il Turismo contribuisce per 50.000 lire, le maestranze della Way–Assauto di Asti raccolgono e trasmettono 55.575 lire, il Comune di Casale sottoscrive 50.000 lire. La CISL offre 217.000, la Democrazia Cristiana astigiana 25.000, una Loggia massonica di Torino invia 5000 lire.
Giungono anche generi di abbigliamento da parte del Comitato provinciale di Assistenza Post Bellica, che si occupa in modo particolare delle famiglie di quelle vittime che risultano ex–combattenti.
Un’offerta curiosa è quella che giunge da Carlo Ceresa di Torino, direttore del Gruppo Artistico Torinese: "Il Gruppo Artistico Torinese di cui [sic!] mi onoro di dirigere ed il cui programma è la presentazione di spettacoli teatrali esclusivamente a scopo benefico, del quale fanno parte i migliori filodrammatici di Torino, già premiati con primi premi al Concorso Nazionale di Pesaro, desiderando partecipare alla grave sciagura che ebbe a colpire nei giorni scorsi alcuni concittadini di Moncalvo rivolge cortese domanda a questo spettabile Municipio affinché venga concesso il Teatro Municipale per l’organizzazione di un grande spettacolo di beneficenza a favore delle famiglie degli infortunati. (...) Riteniamo superfluo far presente che dedotte le spese tutto l’incasso viene devoluto alla beneficenza e che lo spettacolo verrà organizzato con la massima accuratezza e serietà". Di fronte a questa forma piuttosto inconsueta di partecipazione, il Sindaco non può che rispondere ringraziando per il gentile pensiero, spiacente di non poter aderire alla proposta "non avendo il Comune la disponibilità del teatro e non essendo esso collaudato per rappresentazioni teatrali, per cui l’organizzazione della serata comporterebbe forti spese", tenendo anche presente "che il provento sarebbe minimo". Nella sua riunione del 17 settembre 1953 il Comitato pro vittime presenta i risultati della sottoscrizione e l’ammontare complessivo degli aiuti giunti in oltre due mesi. Dalla sottoscrizione sono derivate 1.388.910 lire, dal Ministero dell’Interno tramite la Prefettura ne sono giunte 800.000, cui si aggiungono 350.000 lire dal Presidente Einaudi e dall’Unione Industriale di Asti e 1000 lire di interessi sui fondi depositati: l’ammontare complessivo del denaro raccolto è di 2.539.910 lire. Esaminata con attenzione la posizione di ciascuna delle famiglie di vittime e feriti si decide così di ripartire la somma nel modo seguente: 400.000 lire alla famiglia di Garrone (moglie, matrigna e due figli a carico), 225.000 alla famiglia di Porta (moglie e due figli già in grado di lavorare), Castellano e Gasperi, 150.000 alla famiglia di Balbo (una sorella a carico), 50.000 ciascuna alle famiglie di Bosia e Galletto. Alle famiglie di ogni ferito sono devolute 125.000 lire, mentre a ciascuno dei 13 operai rimasti disoccupati in seguito al sinistro vengono assegnate 15.000 lire.

La responsabilità dei fatti

Subito dopo la sciagura si verifica un fatto che rende ancor più triste e pesante l’atmosfera di quei giorni: l’impresario Pomponio ed il progettista Parziale, visti subito come i principali responsabili dell’accaduto, si rendono irreperibili. I Carabinieri di Moncalvo, guidati dal Maresciallo capo Antonio Auriemma, prontamente intervenuti sul luogo del disastro, provvedono al fermo e all’interrogatorio degli unici due responsabili del cantiere ritrovati sul luogo: il geometra Tealdi e l’assistente Liberale Gamba. Dopo l’interrogatorio i due vengono associati alle carceri mandamentali di Moncalvo a disposizione della magistratura. Dalla deposizione di Gamba emergono particolari inquietanti sulla sicurezza nel cantiere, quegli stessi che il professor Buronzo evidenzierà nell’orazione funebre. Innanzitutto si scarta quasi subito l’ipotesi della cattiva qualità del materiale impiegato per la costruzione del capannone. Poi si viene a sapere che da circa un mese gli uomini impegnati nella costruzione dei tre capannoni non lavoravano tranquilli: la struttura del primo di essi presentava una serie di lesioni che con il passare dei giorni assumevano dimensioni sempre più preoccupanti. L’assistente Gamba aveva notato una serie di fessure alle catene delle capriate e nei rapportini che giornalmente stendeva per l’impresario non aveva mancato di segnalare questa situazione anomala, richiedendo l’intervento del progettista Parziale. A queste rimostranze Pomponio aveva risposto con una certa sufficienza, mostrando di non dare molta importanza alla cosa: le capriate si sarebbero assestate quando avessero ricevuto il regolare peso e la copertura. Il 6 luglio, poiché la situazione sembrava peggiorare, l’assistente aveva telegrafato all’impresario di portarsi immediatamente a Moncalvo per i provvedimenti del caso: al mattino del giorno 7 giungeva l’ingegner Parziale il quale affermava che la struttura non correva alcun rischio. Il progettista ordinava di isolare le teste delle capriate procedendo ad una serie di scalpellature con la successiva immissione di olio per aiutarne l’assestamento. Nel primo pomeriggio del 9, lo stesso giorno della tragedia, Romolo Pomponio si recava presso il cantiere e rassicurava ancora una volta Gamba, invitandolo a fare quanto ordinato dal progettista. Poche ore dopo, come sappiamo, avveniva il crollo: dalla posizione delle macerie e dalla testimonianza di quanti avevano visto avvenire la sciagura si può a ragione ritenere che a cedere siano state le colonne esterne, quelle stesse su cui poggiavano le capriate lesionate. Durante le indagini vengono anche fermati ed interrogati l’industriale Paolo Rota e Antonio Saraceni capomastro della costruenda fabbrica alle dipendenze dell’impresa Pomponio: nei loro confronti non si configurano tuttavia responsabilità. Anche Saraceni afferma che tutti nel cantiere erano al corrente delle lesioni alle capriate: di più, egli asserisce che era opinione comune tra gli addetti al lavoro che i capannoni, una volta completati, non fossero idonei a contenere i pesanti macchinari della ditta Rota, né a sopportarne le vibrazioni durante il funzionamento. Si procede ad interrogare anche Luigi Rota, il quale pure afferma di aver fatto presente certe sue perplessità sulla sicurezza del capannone, essendo sempre stato però rassicurato da Pomponio dell’assoluta affidabilità del progetto e della sua esecuzione. I Carabinieri sentono anche il geometra Cesare Battaglia, tecnico di fiducia dei Rota al quale spettava di verificare che l’esecuzione del progetto e la condotta dei lavori procedessero secondo i termini e i tempi del contratto di appalto. Vengono pure sentiti gli operai superstiti, mentre i Carabinieri di Torino procedono all’interrogatorio dell’ingegner Agostino Garavano, incaricato del collaudo del capannone. Costui, generale in pensione, nativo di Verona ma abitante nel capoluogo piemontese, spiega che le prime prove sui tre capannoni si sarebbero dovute tenere verso il 10 o 12 luglio. Verso la metà di marzo –egli afferma– era stato però ad ispezionare il luogo, notando che alcuni operai stavano lavorando al risanamento di una frana. Ecco perciò che si insinua il dubbio che il crollo sia avvenuto per vizio del terreno su cui si stavano costruendo i capannoni: è per la verità lo stesso sospetto che avanzerà il Prevosto in una piccola nota sul "Liber chronicus" della Parrocchia.33)  Nella prosecuzione dell’inchiesta gli inquirenti escluderanno comunque che il disastro sia potuto dipendere dalla natura franosa del sito. Frattanto l’attività dell’impresa Pomponio deve proseguire per portare a termine la costruzione dei tre capannoni. Dopo il preventivo sequestro del cantiere compiuto dalla magistratura, il Genio Civile di Asti esegue un’ispezione ordinando, prima di ogni lavoro di sgombero, che l’area del cantiere venga opportunamente recintata "a tutela della sicurezza e incolumità pubbliche". Il 4 dicembre la ditta Pomponio annuncia che la ripresa dei lavori è imminente; come richiesto dal Comune, si specifica che verranno sgomberate le macerie con puntellamento dei due restanti capannoni, mentre la ricostruzione definitiva della parte ceduta è allo studio da parte degli ingegneri Peretti di Torino. Nel gennaio 1954 la Prefettura di Asti incaricherà l’ingegner Carlo Rossi di vigilare sulla nuova costruzione.

Il processo

La vicenda del crollo del capannone ha naturalmente una conclusione in sede giudiziaria: il 12 febbraio 1955 viene emessa la sentenza contro Pomponio, Parziale, Tealdi e Gamba imputati di omicidio colposo plurimo e lesioni personali colpose plurime. Ecco il resoconto della vicenda tratta da "Vita Casalese" del 17 febbraio 1955.
"Il processo per il crollo di Moncalvo si è concluso sabato sera. La requisitoria del P.M. dott. Nicosia –accorata al ricordo delle sette vittime del disastro, acuta nella disamina delle cause che produssero la sciagura, severa contro i maggiori responsabili di questa– ha profondamente impressionato il folto pubblico che si stipava nell’aula giudiziaria. Il rappresentante della Pubblica Accusa, che ha dimostrato di conoscere a fondo tutta la strana vicenda che condusse al disastro, ha passato al vaglio di una critica obiettiva le singole posizioni degli imputati. Egli ha raffigurato l’impresario Pomponio nel «giocatore che bara» ed ha aggiunto che «chi gioca deve pagare». Impegnato nel giro di centinaia di milioni delle sue molteplici imprese, il Pomponio non s’è preoccupato se nei suoi cantieri si «tradivano le norme regolamentari per le costruzioni» ed è rimasto inerte dinanzi ai segni premonitori del crollo della costruzione di Moncalvo. Gli dà tuttavia atto del risarcimento dei danni34) ai congiunti delle vittime ed ai feriti superstiti, della qual cosa il Tribunale dovrà tener conto nel comminare la pena. In ordine alle responsabilità sul sinistro il P.M. pone secondo l’ing. Parziale a cui fa colpa, come tecnico, d’avere presentato un progetto esecutivo per il capannone di Moncalvo «incompleto», ben sapendo che tale incompletezza non è consentita dalla legge. Come direttore dei lavori gli rimprovera una imperdonabile negligenza. Viene ultimo nella graduatoria il geometra Tealdi. Qui il P.M.35) si sente perplesso, ma poiché, sia dagli atti processuali che dalle risultanze del dibattimento, risulta a parer suo che il Tealdi abbia in più circostanze impartito ordini ed istruzioni al personale del cantiere di Moncalvo, egli ha il dovere, quale rappresentante della legge, di considerare anche il geometra quale responsabile –naturalmente in minor misura degli altri due– del tragico crollo del 9 luglio ‘53. Il quarto imputato, assistente Liberale Gamba, è stato raffigurato dal P.M. come un onest’uomo che ha fatto quanto ha potuto per evitare il disastro. Segnalò all’impresa crepe e fenditure sospette nel costruendo fabbricato, si preoccupò di puntellare una capriata, tenne sempre in ordine cronologico i registri inerenti all’attività del cantiere. Quindi non lo si può né lo si deve ritenere colpevole di quanto accadde a Moncalvo. Mentre il Gamba scoppiava in lacrime all’udire le parole del P.M., questi concludeva la sua requisitoria con la richiesta delle note condanne: 5 anni per «omicidio colposo plurimo» e 2 per «disastro» per l’impresario Pomponio; 6 anni complessivamente per l’ingegnere Parziale e la sospensione temporanea dall’esercizio della professione; 3 anni, pure complessivamente, pel geometra Tealdi. Hanno poi pronunciato la loro arringa l’avv. Caire di Casale per il Gamba, l’avv. Preve di Torino in difesa del Tealdi, gli avv. Giulio e Guidi per Pomponio e Parziale.
La permanenza del Tribunale in camera di consiglio era prevista come lunghissima. Invece dopo un’ora precisa essa ha termine e il presidente De Luca legge la sentenza, per la quale il Pomponio e il Parziale sono riconosciuti entrambi colpevoli dei reati loro ascritti con la condanna del Pomponio ad anni sei di reclusione e del Parziale ad anni 5, più le spese processuali, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per entrambi e per il Pomponio l’interdizione, per cinque anni, dall’esercitare la sua professione di imprenditore. Ad entrambi è stato concesso il condono di tre anni. Il capo operaio Gamba è assolto per non avere commesso il fatto, e il geom. Tealdi per insufficienza di prove. Le difese Pomponio e Parziale hanno appellato: in tal modo gli imputati eviteranno il mandato di carcerazione".
Qui si conclude il racconto dei fatti conseguenti al crollo del 9 luglio di 45 anni fa. La fabbrica di aratri, dopo alterne vicende,36) fu costretta a chiudere alla fine degli anni ‘60; le ambizioni politiche di Paolo Rota, uomo del partito saragattiano, subirono un brusco ridimensionamento in conseguenza della sciagura (egli morì nel 1969); sei di quei caduti riposano nel casellario pubblico e sotto ai loro nomi sarebbe giusto vedere –almeno nella ricorrenza dei Santi– un nastro con i colori civici di Moncalvo.

NOTE

1) Non sono soltanto mie queste impressioni: prima e ben più autorevolmente di me le espresse il senatore Vincenzo Buronzo nell’orazione funebre letta il 12 luglio 1953. ritorno al testo

2) I partiti di governo –in particolare la Democrazia Cristiana– subirono un forte calo di voti, a vantaggio delle formazioni di sinistra, dei monarchici e dei missini. ritorno al testo

3) Come afferma don Francesco Finazzi nel "Liber Chronicus" della Parrocchia (conservato nell’Archivio parrocchiale di Moncalvo) "Il complesso industriale della Ditta Rota costruttrice di aratri è nel campo maschile una vera provvidenza (...). Lavorano una sessantina di operai con una diecina di impiegati. I grossi aratri vengono spediti un po’ dovunque, specie nella Sila (Italia meridionale) ove si effettua la riforma agraria coll’assegnazione delle terre dei Baroni ai contadini (...)". ritorno al testo

4) L’impresario Pomponio era nativo di Perano in provincia di Chieti, mentre l’ingegner Parziale era perugino e il Tealdi proveniva da Ancona: risiedevano tutti a Torino, sede dell’impresa. ritorno al testo

5) Il capannone aveva le dimensioni di 64 metri per 14 ed un’altezza di oltre 4 metri; i giornali, nella concitazione di quei giorni riportarono spesso misure del tutto errate ("La Vita casalese" scrisse ad esempio di 54 metri per 14). ritorno al testo

6) Il resoconto della "Stampa" è riportato su "L’Eco Moncalvese", agosto–settembre 1978. ritorno al testo

7) Luigi Riva era in quegli anni Assessore della Giunta municipale moncalvese; avrebbe poi occupato posti di rilievo ai vertici del Consorzio Antigrandine, della Cantina sociale e della Coltivatori Diretti. ritorno al testo

8) Anche per quanto riguarda l’esatta grafia dei nomi delle vittime si fece una certa confusione. "Il Cittadino" di Asti, parlò di Stefano "Costa", Luigi "Gasperin", Ottorino "Bertol" e Remo "Guggiolen", mentre "La Vita casalese" riferì di "Ottavio Bertuelo" e Remo "Cuggiola". ritorno al testo

9) Il dottor De Regibus, Ufficiale sanitario del Comune, prestò nell’occasione del disastro la propria opera professionale ed umana con grande abnegazione, coadiuvato dal più giovane collega dottor Umberto Micco. ritorno al testo

10) Nella galleria degli ex–voto al Santuario di Crea è tuttora esposto un quadro recante le fotografie degli operai scampati che contornano un’immagine del capannone crollato. ritorno al testo

11) Due Assessori –Eugenio Lanfrancone e Mario Cornacchia– non risultarono presenti alla seduta. ritorno al testo

12) L’E.C.A., istituito nel 1937 in luogo delle vecchie Congregazioni di Carità, era un organismo comunale delegato all’assistenza dei bisognosi; funzionò fino alla fine degli anni ‘70, quando venne soppresso in seguito alla riforma delle IPAB (Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza); l’E.C.A. moncalvese era in quegli anni presieduto dal Vicesindaco Dario Casalone. ritorno al testo

13) Gran parte della documentazione su cui si basa questo articolo è conservata nell’Archivio storico del Comune di Moncalvo, fascicolo "Sinistro costruenda fabbrica Rota".ritorno al testo

14) Già Direttore della Cattedra ambulante di agricoltura, sezione di Moncalvo ed insegnante di Agraria nei corsi di avviamento professionale; il figlio Ettore (cui si accenna nella lettera) sarà docente di Matematica alla locale Scuola media negli anni ‘70. ritorno al testo

15) Sindaco democristiano di Asti dal 1951 al 1960. ritorno al testo

16) Giuseppe Brusasca, nato a Cantavenna di Gabiano (AL) nel 1900, avvocato, esponente –con il padre avvocato Giovanni– del Partito Popolare, fu uno dei fondatori della Democrazia Cristiana. Esponente di un certo rilievo nella politica italiana negli anni del dopoguerra, fu più volte Sottosegretario di Stato. Morì nel 1994. ritorno al testo

17) Esponente socialdemocratico; nel 1948 era stato eletto nelle file del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Saragat, che nel 1951, con il Partito Socialista Unitario di Romita, avrebbe dato vita al Partito Socialista Democratico Italiano .ritorno al testo

18) Nato ad Alba nel 1888, morto nel 1965. Laureatosi in Legge ricoprì vari incarichi nell’amministrazione statale, che lasciò per dedicarsi alla libera professione di avvocato. Militante di spicco del Partito Popolare, vi fu deputato nel 1919 e nel 1921. Nel 1922 negò la fiducia al ministero Mussolini; nel ventennio fascista ricoprì importanti incarichi nell’Azione Cattolica albese. Dal 1945 al 1948 fu Sindaco di Alba; deputato alla Costituente, senatore dal 1948 al 1953, deputato dal 1953 al 1958. Fu Sottosegretario all’Interno nel VII governo De Gasperi e Sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel gabinetto Pella. Fu autore di numerose pubblicazioni di argomento amministrativo e finanziario. ritorno al testo

19) Nato a Costigliole d’Asti nel 1890, con il fratello Giacomo aveva dato vita nel dopoguerra ad un movimento, il Partito del Contadini d’Italia, che tentò di riunire i piccoli proprietari agricoli. Dopo i primi successi (un seggio alla Costituente nel 1946, un deputato e un senatore alle elezioni politiche successive), la compagine si andò via via sfaldando e le varie "anime" del movimento si dispersero in altri partiti: nel 1970 ciò che restava del Partito dei Contadini confluì nel Partito Repubblicano Italiano. Alessandro Scotti morirà ad Asti quattro anni più tardi. ritorno al testo

20) Giuseppe Meda (1901–1982), nativo di Penango; fu Consigliere provinciale per il collegio di Moncalvo dal 1951 al 1956. ritorno al testo

21) "Quale figlio adottivo codesta nobile città prego esprimere mie profonde condoglianze famiglie colpite grave lutto". ritorno al testo

22) Norberto Saracco (1888–1966), medico condotto, fu dal 1954 al 1951 membro della Deputazione Provinciale, poi da 1951 al 1960 Presidente del Consiglio Provinciale. Tra i vari suoi incarichi fu negli ultimi anni Commissario dell’O.N.M.I. astigiana. ritorno al testo

23) Paolo Angelino, insegnante di scuola superiore, Primo cittadino di Casale dal 1946 al 1956, fu anche deputato socialista nella II e III Legislatura. ritorno al testo

24) Nato ad Asti nel 1886, nel 1919 fondò in Asti la prima sezione del Partito Popolare di don Sturzo, per il quale venne eletto deputato nel 1924. Nel dopoguerra fu Consigliere comunale di Asti, Presidente della Cassa di Risparmio, deputato alla Costituente, senatore di diritto dal 1948 al 1953 e poi sempre rieletto al Senato fino alla morte, avvenuta ad Asti nel 1966. ritorno al testo

25) Uscì per i tipi delle "Edizioni Aleramica" di Moncalvo con il titolo "La parola di Dio è sopra di noi, sul paese e sulle colline...". Il raro esemplare che ho visionato venne donato il 21 agosto 1953 dall’Autore a don Camandone. Le parti in corsivo sono testuali. ritorno al testo

26) "Una cronaca di Moncalvo" in "Moncalvo: una pagina di Monferrato", Ed. Il Cenacolo; 1971. ritorno al testo

27) L’Oratore allude qui alla latitanza dell’impresario Pomponio e dell’ingegner Parziale, resisi irreperibili subito dopo la tragedia, come si dirà più avanti nell’articolo. ritorno al testo

28) Buronzo accenna qui ai segni premonitori che, come si leggerà più avanti, si erano manifestati già da qualche tempo, ma ai quali l’impresario non aveva mai dato troppa importanza. ritorno al testo

29) Segue un lungo excursus sociologico–letterario sul rapporto tra uomo e tecnologia, su come questa non debba essere fine ma semmai mezzo per realizzare il progresso. L’Oratore non tralascia di pronunciare parole che in un’occasione come questa altri avrebbe per rispetto umano evitato: "speculazione senza scrupoli ... azione indifferente priva di coscienza ... bestiale colpevole criminalità". ritorno al testo

30) Buronzo non può dimenticare il dramma dei feriti, ancora in gravi condizioni: per tutti parla di Remo Guggiola. ritorno al testo

31) Si tratta di Giuseppandrea Martinetti (DC), Mario Volta (PCI), Paolo Rota (PSDI), Germano Cassone (PLI), Pietro Pecchio (PRI), Maria Urbani (Partito Monarchico), Giuseppe Dellarovere (Partito dei Contadini). ritorno al testo

32) Carlo Currado (Portacomaro, 1901 – vivente), medico chirurgo specialista in pediatria. Fu per 45 anni primario della Divisione pediatrica dell’Ospedale civile di Asti; tra il 1936 e il 1939 ricoprì la carica di Vice Preside della neo–istituita Provincia di Asti. ritorno al testo

33) "(...) Certo il posto è infelice come clima e come terreno franoso. Pare che il signor Rota l’abbia fatto perché il terreno gli venne a costare molto meno di quanto richiestogli o verso la Camminata o alla stazione. Certo il posto migliore sarebbe stato nella valle che da San Bernardino si stende verso la fabbrica delle camicie perché più comodo e più esposto al sole (...)". ritorno al testo

34) Secondo la narrazione del "Liber Chronicus" parrocchiale, ad ogni vedova vennero indennizzati 3 milioni di lire, oltre ad una pensione mensile di 15.000 lire della Previdenza Sociale. ritorno al testo

35) Nel testo "P.G." (procuratore generale), ma è da intendersi "P.M." (pubblico ministero), come tutte le altre volte in cui compare questa abbreviazione. ritorno al testo

36) Nel 1968 si era trasformata nella "Cooperativa operaia Nuova Rota". ritorno al testo

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