Alessandro Allemano
I FATTI DI AIGUES MORTES (AGOSTO 1893) E LE LORO RIPERCUSSIONI IN MONFERRATO

 Mai come in questi anni si parla nella società occidentale e particolarmente in quella italiana della necessità di integrazione tra razze, nazionalità e culture diverse.
È quindi interessante ricordare un fatto avvenuto poco più di un secolo fa in un paese della Francia, quando la comunità di operai italiani che vi si era portata spinta dalla necessità di trovare lavoro fu oggetto di una furiosa rivolta xenofoba, ormai quasi dimenticata, da parte dei “cugini d’Oltralpe”.[1]

La condizione degli emigranti

Erano gli anni duri di fine Ottocento.
La situazione di vita nelle campagne si stava facendo sempre più precaria; per le famiglie numerose, costrette per lo più ai contratti di schiavanza, l’esubero di manodopera e la contemporanea presenza di persone da sfamare in qualche modo non permetteva sostanziali vie di scampo che non fossero quelle del trasferimento da un paese all’altro come avventizi o “servi di campagna” a contratto dai particolari più ricchi.
La viticoltura attraversava anch’essa un periodo nero, con la rapida diffusione di malattie che pregiudicavano non solo il raccolto corrente ma il futuro dell’intero vigneto: fillossera, iodio, peronospora.  Frequenti erano anche i danni causati dalle brinate tardive e dalle immancabili grandinate estive.[2]  A ciò si aggiunga il crollo del prezzo del vino e le difficoltà di esportazione dei prodotti agricoli nella vicina Francia, con la quale si stava combattendo un’aspra quanto insensata guerra doganale.[3]
In generale, dall’inizio degli anni ‘80 si era verificato un forte crollo dei prezzi per i prodotti dell’economia contadina: vino, ma anche grano, canapa, bozzoli.  Per contro aumentavano i prezzi dei prodotti che le famiglie rurali erano costrette ad acquistare.
Per sfuggire alla precarietà della occupazione in agricoltura molti cercavano fortuna -miraggio di un lavoro più sicuro e redditizio- all’estero.
Era la Francia ad essere méta privilegiata di questi emigranti, molti dei quali partivano proprio dal Piemonte, dallo stesso Monferrato.
Tanti, dopo aver passato il confine ed essersi trovati in un Paese straniero, incapaci di capirne l’idioma e di salvaguardare i propri interessi, dovevano essere rimpatriati forzatamente, ricorrendo alle autorità consolari.
Una circolare del Ministero dell’Interno, Direzione generale della Pubblica sicurezza, emanata nel settembre 1889 parlava chiaro.[4]
“Si rinnova l’inconveniente che molti individui ancora soggetti agli obblighi militari, muniti del solo passaporto per l’interno si recano all’estero, ed in specie in Francia.  Quivi molte volte accade di non poter essere occupati in alcun proficuo lavoro e se non sono provvisti di mezzi proprii per campare non sanno più come trarre innanzi la vita. (...)
In ogni caso poi agli operai che si dirigono in Francia senza aver prima avuta una qualche assicurazione di trovarvi lavoro e che non portano con sé sufficiente peculio, dovranno essere rammentate le ben note difficoltà cui possano andare incontro, e le misere condizioni alle quali verranno a ridursi”.

Italiani nelle saline francesi

Ad Aigues Mortes, cittadina di 4000 anime, nel dipartimento di Gard nella Francia meridionale, sulle Bocche del Rodano a 25 chilometri da Nîmes e da Montpellier, si trovava stanziata una nutrita colonia di operai italiani che avevano trovato occupazione nelle vicine saline[5] di Perrier e Peccais; i nostri connazionali erano preferiti ai colleghi francesi perché meno sindacalizzati e disposti ad accettare paghe inferiori pur di poter lavorare.  Il lavoro in salina era duro, scarsamente remunerato, e si svolgeva in un ambiente paludoso, dove sempre erano in agguato le febbri malariche.  “Tutti questi operai lavoravano in condizioni penose, esposti tutto il giorno a un sole ardente, con gli occhi bruciati dal bagliore accecante dei cristalli di sale che scintillavano al sole, senza altra ombra dove riposare gli occhi che non fosse quella del cappello a larghe falde, coi corpi che gocciolavano di sudore, coperti di graffiature, scorticati dal canestro di vimini, mal protetti da una tela di sacco gettata sulla spalla, con le mani tagliate dai cristalli di sale, calzando zoccoli di legno guarniti di paglia”.[6]
Da secoli l’estrazione del sale era occupazione riservata quasi esclusivamente agli ex-galeotti, ma proprio nel 1893 la Compagnia delle saline aveva assoldato 600 italiani e 150 francesi, anche se di questi ultimi se ne erano presentati 800: gli italiani, come ripeto, pur di lavorare avevano accettato una paga sensibilmente inferiore (circa i due terzi) rispetto ai francesi.

La cittadina di Aigues Mortes è graziosa, ricca di memorie del passato, recinta da una fortezza innalzata ai tempi del re San Luigi (sec. XIII), ma al turista si presentava inequivocabilmente come località di estrazione del sale.  Così sarebbe apparsa nel 1928 ad Ugo Ojetti, acuto osservatore di uomini e cose:[7]
“Sorgono sulle barene montìcoli di sale d’un candore tanto aggressivo che sembrano tutti sullo stesso piano, grandi e piccoli, non vicini e lontani.
Appena li scorgo, mi spiego questa salsezza che da un’ora mi stringe e bagna la bocca.  Il sale è qui benefico padrone dell’acqua, dell’aria, e anche della terra perchè nelle vigne che ora si piantano in questi sabbioni, l’uova della fillossera sono arse dal sale prima di riuscire a schiudersi in larve: tanto sale che nella torre chiamata ancóra dei Borgognoni, cinquecent’anni or sono, le truppe del re calarono non so quanti borgognoni scannati e, per evitare la peste, liberalmente sotto mucchi di sal bianco li salarono come acciughe in un barile, che l’anime loro devono ancóra mugolar per la sete”.

I connazionali emigrati vivevano a circa dieci chilometri dal paese, sistemati alla meglio in grandi capanni con il tetto di frasche: la maggior parte però dormiva all’aperto, sotto un ombrellone, appoggiando il capo contro un tronco di legno a mo’ di guanciale.

Italiani e francesi ai ferri corti

Le relazioni dei nostri connazionali con i residenti francesi erano sempre state tese, caratterizzate da grande diffidenza, quando non da aperta ostilità.
“I rapporti non erano mai stati buoni e i francesi avevano sempre avuto qualcosa da rimproverare agli italiani.  Tutti ladri e puttane, protettori e fannulloni.  Pronti a mangiare il loro pane.  Le cose peggiorarono quando si cominciò a parlare del rinnovo della Triplice,[8] che scadeva nel febbraio del ‘91.  I francesi, che si occupavano di politica più degli italiani, sapevano che l’Italia avrebbe spinto per quel rinnovo.  Uno schiaffo per la Francia che ospitava e dava lavoro a tanti italiani senza chiedere a loro che ne pensassero della Triplice.
Per la verità gli italiani che lavoravano in Francia avevano altri problemi che occuparsi di politica.  E di Triplice Alleanza in particolare.  Avevano il problema del lavoro, della casa, del mangiare, dei familiari rimasti in Italia ... E non si arrabbiarono quando i francesi cominciarono a chiamarli «ritals».  Non ne conoscevano il significato ma di certo era offensivo.  Non si arrabbiarono e aggiunsero «ritals» alla lista dove stavano già «briseurs» e «macaronis» e continuarono a rispondere «ui mossiè» e a chinare il capo”.[9]
L’Italia era infatti legata dal 1882 da una alleanza politico-militare con Prussia e Austria-Ungheria, detta appunto “Triplice Alleanza”.  Rinnovata nel 1887 dopo il primo quinquennio, era stata riconfermata anche nel 1891, con grande risentimento delle nazioni tradizionalmente antiaustriache e antitedesche, prima fra tutte la Francia.[10]

 Con il passare del tempo la diffidenza dei francesi verso gli italiani si faceva sempre più accentuata e sfociò in una vera e propria rivolta, il 17 agosto 1893.  Causa prossima degli scontri sarebbe stato, la mattina del 15, il tentativo di un piemontese di lavare un fazzoletto sporco di sale[11] usando l’acqua potabile.  Ecco come il bel libro di Guccini e Macchiavelli ricostruisce il fatto:
“Cominciò proprio alle saline di Peccais durante la pausa del mattino: gli operai francesi e italiani mangiavano in silenzio la zuppa, sistemati alla meglio sul bordo delle paludi; per gioco, o forse per sfregio, un francese gettò della sabbia sul pane che un torinese stava mangiando, seduto dinanzi a lui.
Il torinese non protestò.  Pulì il pane con il fazzoletto che poi andò a lavare nella bacinella di acqua dolce che la «Compagnie» distribuiva esclusivamente per uso potabile.  L’acqua dolce era preziosa, specie nei mesi estivi.
«Ehi tu, orso!» gli gridò il francese.  Gli altri suoi compatrioti ridevano, ma forse era solo rabbia repressa per troppo tempo. «Lo sai o non lo sai che con quell’acqua ci dobbiamo arrivare a sera?  Se vuoi lavare il fazzoletto, pisciaci sopra che tanto è lo stesso per un italiano come te!».
Il torinese era un tale di poche parole ma ci sapeva fare con il coltello.  Che estrasse dalla tasca, aprì e agitò sotto il naso del francese: «Merda!  Io me ne fotto di te e di tutti i francesi!»

L’episodio non ebbe apparentemente seguito.  Il giorno successivo alcuni operai italiani, volendo vendicare il compagno offeso, avrebbero organizzato una spedizione punitiva ai danni dei francesi, provocando, secondo il “Times” di Londra, due morti e alcuni feriti.[12]  Più probabilmente però si trattò di un’assurda menzogna, propalata ad arte dalle autorità francesi desiderose di offrire alla folla un pretesto qualsiasi per esacerbare gli animi.
La mattina di giovedì 17 agosto oltre 500 francesi inferociti attaccarono i capanni che ospitavano circa 100 italiani: da quel momento ebbe inizio una colossale caccia all’italiano, che devastò la cittadina di Aigues Mortes e i suoi sobborghi.  Al grido di “A morte gli italiani! Viva l’anarchia! Viva la Francia e morte all’Italia!  Fuori gli orsi italiani!”, la folla, armata di pietre, bastoni e forconi diede l’assalto agli improvvisati rifugi dei nostri connazionali, scoperchiando il tetto e devastando ogni cosa.  Un operaio che si trovava coricato febbricitante venne massacrato a colpi di mattoni.
Intervenne la forza pubblica (18 gendarmi) che fece sgombrare i capanni e intimò agli italiani di portarsi alla stazione per non provocare l’ira dei manifestanti; tra gli insulti, gli scherni e le bastonate iniziarono ad allontanarsi, ma ben presto vennero accerchiati dalla turba che portava in alto le bandiere tricolori della Repubblica Francese.  Risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco sparati dai gendarmi e dai manifestanti: l’operaio Secondo Porta di Roatto d’Asti, colpito da una bastonata, cadde bocconi, esanime.  Un francese che aveva percosso il cavallo d’un gendarme venne da questo freddato senza esitazione: il suo cadavere fu portato in corteo e anche di questa assurda morte si accusarono “les italiens”.
Molti connazionali, vistisi spacciati, tentarono   il tutto per tutto, gettandosi negli stagni salmastri o fingendosi morti: alcuni fortunati sarebbero riusciti ad attraversare gli stagni e a raggiungere Marsiglia a piedi dopo una marcia estenuante.
Una ventina di piemontesi, gettatisi nella melma dell’”Etang des Pesquieres”, vi rimasero imprigionati e bersagliati dalle pietre che i francesi lanciavano dagli argini: moriranno tutti, ad eccezione di un tale Antonio Cappellini, che riparerà anch’egli a Marsiglia.
La furiosa caccia all’italiano durò due giorni.  Non sarà possibile stilare un esatto bilancio delle vittime, poichè molti corpi senza vita -e qualcuno ancora in vita- furono gettati senza pietà nelle paludi e mai più ritrovati.
Il numero dei morti può andare da un minimo -improbabile- di 7 o 9 (secondo la stampa francese) fino a 50 o più (secondo il “Times” di Londra): altre fonti parleranno addirittura di un centinaio di vittime, oltre ad un centinaio di feriti.[13]

Va sottolineato l’atteggiamento tenuto nel corso della vicenda dalle autorità locali e in primo luogo dal maire (sindaco) di Aigues Mortes: costui mentre infuriava la follia xenofoba pubblicò due proclami in cui si annunciava che la Compagnie aveva ritirato ogni provvista di lavoro agli italiani e che lo scopo delle manifestazioni si era realizzato: “Raccogliamoci per curare le nostre ferite e, recandoci pacificamente al lavoro, proviamo che il nostro scopo è stato raggiunto, e le nostre rivendicazioni soddisfatte”.[14]
Né va dimenticata l’assai scarsa umanità dimostrata dagli ospedali locali, che per ben otto oro si erano rifiutati di accogliere e curare i feriti.

Raminghi per il Monferrato

I superstiti delle violenze di Aigues Mortes, circondati dall’odio della popolazione locale, ormai considerati e trattati come pericolosi criminali, furono avviati alla frontiera di Ventimiglia e rimpatriati.
Alcuni di essi, passando da Asti, giunsero anche in Monferrato, dove, sfiniti dal viaggio e privi di ogni mezzo, si adattarono a chiedere la carità alle parrocchie e ai municipi.  Nel corso del riordino dell’interessante Archivio storico del comune di Penango ho rinvenuto una serie di documenti, allegati ai mandati di pagamento, che testimonia di quella pagina tristissima di storia italiana di fine secolo.  Il Comune monferrino[15] elargì complessivamente 50 lire a titolo di sussidio straordinario (in ragione di 25 centesimi a persona, ma va tenuto conto che qualcuno sarà stato beneficato in più di una frazione) a titolo di “sussidii a poveri operai indigenti di passaggio come esuli dalla Francia per rimpatriare”.  Diciannove lire furono pagate nel capoluogo, 17 nella frazione Cioccaro e 14 a Santa Maria e Patro. Ancora nell’anno 1895 si ha notizia di alcuni di questi malcapitati che continuavano ad aggirarsi per il capoluogo e per le frazioni Cioccaro e Santa Maria: di una sessantina di essi di essi si conoscono anche le generalità e la residenza.
L’esame della documentazione permette quindi di stabilire che se alcuni erano piemontesi (Cuneo, Biella, Intra, Carmagnola, Mondovì), altri erano nativi della vicina Lombardia (Sesto Calende, Mantova, Brescia, Milano), altri ancora provenivano dal Triveneto, terra d’eterna emigrazione (San Martino d’Adige presso Verona, Monselice in provincia di Padova, Treviso, Palmanova, Udine); qualche altro giungeva dalla Toscana (Prato, Pisa) e tra di essi si trova anche notizia di un ticinese di Bellinzona, oltre a due tedeschi probabili compagni di sventura in Francia oppure aggregatisi a loro cammin facendo.

 Le reazioni in Italia

I fatti di Aigues Mortes ebbero un bilancio tragico sia nell’immediato che negli anni successivi (alcuni degli esuli non fecero mai ritorno a casa, continuando a vagabondare per le campagne monferrine ormai ridotti a mendicanti); anche in Italia si ebbero in quell’agosto 1893 reazioni violente e scomposte, seppure comprensibili.[16]
A Roma la sera del 19 agosto una turba di dimostranti con alla testa le bandiere abbrunate si recò vociando in tutti i punti della città dove avevano sede istituzioni francesi, prima fra tutte l’Ambasciata di Francia a Palazzo Farnese.  La sera del giorno dopo, domenica, quando i giornali avevano pubblicato tutti i particolari del massacro di Aigues Mortes, i manifestanti si riunirono di nuovo a piazza Colonna, dove un anarchico italiano, Ciro Corradetti, che aveva osato gridare “Viva la Francia!” in mezzo a tutti “Abbasso la Francia!”, rischiò di essere linciato.  Si tentò di dare l’assalto al Palazzo Farnese, ma l’intervento della truppa di stanza nella Capitale valse a scongiurare il fatto.  La mattina del 21 gli operai dei cantieri del Policlinico, del palazzo di Giustizia e del monumento a Vittorio Emanuele II scesero in sciopero spontaneo e si diressero nuovamente verso l’Ambasciata: ad essi si unirono, per aumentare la confusione, anche molti anarchici che si portarono sotto le finestre del Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti per fischiarlo sonoramente.[17]  Vennero pure erette barricate, smantellate solo con l’occupazione militare della città da parte dei cavalleggeri.  L’ordine definitivamente ritornò in seguito alla dichiarazione dello stato d’assedio.
A fare le spese di tutto ciò fu il prefetto, senatore Andrea Calenda di Tavani, già prefetto di Alessandria e di Palermo, che fu rimosso dall’importante incarico e collocato a riposo.[18]  Analoga sorte toccò all’ispettore reggente della Questura, Sandri.
Anche a Napoli l’eco dei fatti di Camargue infiammò gli animi, inserendosi in un momento già delicato a causa di uno sciopero ad oltranza dei vetturini: vennero distrutti parecchi omnibus, fanali, vetture tramviarie e negli scontri tra dimostranti e forza pubblica si dovettero contare anche alcune vittime; in particolare venne ucciso un ragazzo di tredici anni, Nunzio De Matteis, colpito al collo e al ventre da un sottufficiale dei carabinieri.  Il prefetto, senatore Carmine Senise, fu indotto a chiedere di essere sostituito.
Il giornalista partenopeo Edoardo Scarfoglio, facendosi interprete dell’indignazione che montava in tutto il Paese, scrisse in quei giorni, rivendicando un’energica azione riparatrice:
“Che a tutte le finestre d’Italia sventoli una bandiera, che da ogni bocca italiana irrompa un grido eccitante il Governo a non esitare, a non tremare, a esigere una riparazione piena, solenne, immediata, quale sola può convenire a chi ha il diritto di chiederla e la forza di ottenerla”.
Altre manifestazioni, seppure meno cruente, si ebbero a Milano, Genova, Livorno, Venezia e Imola.

Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio

 La riparazione (?)

L’azione, per la verità non troppo energica come avrebbe voluto Scarfoglio, tesa ad ottenere soddisfazione presso i francesi giunse poche settimane dopo.
Il Presidente del Consiglio Charles Dupuy informò lper far luce sugli scontri e dispose l’invio di 2.000 ’ambasciatore d’Italia che era stata aperta un’inchiesta franchi a titolo di risarcimento per i feriti e le famiglie delle vittime.
L’inchiesta finirà col riconoscere colpevoli sei “sobillatori”, evidentemente utili capri espiatori di ben più ampie responsabilità, che saranno condannati a risibili ed oltraggiose pene da uno a sei mesi di carcere.  Il maire di Aigues Mortes Marius Terras verrà dapprima sospeso dalla sue funzioni, poi costretto a dimettersi.  Non fu casuale che il “Petit Marsellais” del 23 agosto abbia scritto: “Il governo ritiene che la compagnia [delle saline, ndA] è libera di assoldare i lavoratori che ritiene opportuni.  Non si può chiedere al governo di mettere un gendarme dietro ad ogni straniero”.

 E la Triplice?

Da parte loro gli alleati austro-germanici riconfermarono -a parole- tutta la loro solidarietà al governo italiano, evidentemente cercando di sfruttare l’accaduto in funzione antifrancese, non senza fra balenare lo spettro di un non troppo improbabile conflitto che sanasse ogni contrasto.  Scrisse la “Neue freie Presse” di Vienna il 22 agosto:
“Le Potenze amiche dell’Italia giudicano l’intera questione dallo stesso punto di vista [del governo italiano] e l’atteggiamento moderato, e purtuttavia intransigente, adottato dal Signor Giolitti, primo ministro italiano, sarà pienamente approvato sia da Vienna sia da Berlino.  È più che giusto che il governo italiano esiga le giuste riparazioni per i morti di Aigues Mortes, ma è d’altra parte cosa saggia offrire alla Francia la possibilità di giustificarsi”.[19]

Osserverà poi acutamente il Salvatorelli:[20]
“Il Kálnoky [Ministro degli Esteri austriaco, ndA], pur non accettando la domanda italiana di far presente formalmente alla Francia la necessità di una pronta soddisfazione all’Italia, fece tuttavia comunicare confidenzialmente al ministro degli Esteri francese la sua speranza che egli facesse quanto occorreva per eliminare l’incidente.  Invece a Berlino si ritenne di doversi astenere da qualsiasi dichiarazione a Parigi per evitare ogni apparenza di pressione.
L’incidente diplomatico fu chiuso con la sospensione del maire di Aigues Mortes, l’apertura di una severa inchiesta e la espressione reciproca del rincrescimento dei due Governi (...).L’Ambasciatore italiano trovava, in confidenza, poco soddisfacenti le riparazioni francesi (...).  In generale egli constatava che le relazioni tra Francia e Italia divenivano sempre peggiori; da anni i Francesi lavoravano a staccare l’Italia dalla Triplice danneggiandola nell’economia, ma invece creavano soltanto un pericolo di guerra.  Secondo le sue impressioni, in Italia c’era la tendenza anche nelle più alte sfere a considerare la guerra come una soluzione”.

Un po’ di reticenza

Raccogliendo il materiale per questo articolo e consultando parecchie opere di storia contemporanea,[21] ho dovuto constatare come molti testi di autori sia italiani che stranieri non danno ai fatti di Aigues Mortes l’importanza che essi effettivamente meritano, se non altro per rispetto di quelle vittime, e tendono a relegare la “caccia all’italiano” tra gli episodi di ordinaria cronaca fin de siécle.  A questa parziale reticenza non sarà estraneo il desiderio di non guastare i ristabiliti buoni rapporti con i cugini d’Oltralpe, a partire dagli anni della I guerra mondiale per giungere fino ad anni molto vicini a noi.
Ecco un saggio di come quell’episodio è citato anche da storici di notevole vaglia:

“Può ricordarsi (...) come negli anni torbidi dei rapporti tra Italia e Francia le voci di colpi di mano francesi corressero insistentemente tra noi, e fossero accolte anche dalla stampa più moderata (cfr. ad esempio «Torpediniere francesi sorprese in Sicilia?» nella prima pagina del n. 8-9 gennaio 1894 della «Gazzetta piemontese»)[22]

“Le relazioni con la Francia peggiorarono sino al punto che ad Acque morte s’ebbe un episodio di caccia sanguinosa agli operai italiani, il che provocò controdimostrazioni violente in Italia, soprattutto a Roma”.[23]

“I fatti di Aigues Mortes, presso Marsiglia, suscitarono in Italia un’emozione profonda.  Scarfoglio nel suo giornale predicò la guerra alla Francia.  Gli amici di Crispi rialzarono la testa, augurando che il fiero siciliano si mettesse a capo della nazione per vendicare l’offesa.  Il ministero venne accusato di remissività e attaccato violentemente”.[24]

“Durante l’ultimo decennio del diciannovesimo secolo le relazioni franco-italiane furono estremamente tese.  La guerra commerciale di Crispi portò a gravi conseguenze psicologiche, non meno che economiche e l’ostilità latente trovò libero sfogo in seguito ad alcuni tumulti contro immigrati italiani avvenuti nel 1893 ad Aigues Mortes”[25]
 “Nonostante il ristabilimento di una politica di buon vicinato con la Francia, nell’agosto del ‘93 si dovette deplorare, a Aigues Mortes, una violenta e massiccia aggressione, che fece una trentina di vittime, contro gli operai italiani immigrati, accusati di lavorare a salari più bassi di quelli dei francesi.  Per reazione, in Italia si svolsero energiche manifestazioni antifrancesi, contrastate a loro volta, a Milano, a Roma e a Napoli, da dimostrazioni di piazza dei repubblicani, degli anarchici, dei socialisti e dei radicali, uniti nell’ostilità alla politica estera triplicista, cioè ufficialmente germanofila, che era quella del Regno”.[26]
La stessa autorevole “Enciclopedia Italiana” al termine della voce “Aigues Mortes” si limita ad affermare: “Il 19 agosto 1893, in un periodo di tensione franco-italiana, circa 400 operai, che lavoravano in Aigues Mortes, furono gettati nel Rodano dalla folla imbestialita”.

Da parte sua il “Dictionnaire universel d’histoire et de géographie” del Bouillet spiega solamente che la cittadina di Aigues Mortes è celebre per le immense saline di Peccais, per le fabbriche di soda e per il commercio dei vini e che nel 1849 vi venne eretta una statua equestre di San Luigi.

Voci fuori dal coro sono quelle delle destre.
Nel suo diario il futuro prefetto di Torino, marchese Alessandro Guiccioli, ultraconservatore, stigmatizzò con forza la posizione a suo dire imbelle del governo italiano:
“20 Agosto.  I giornali portano una notizia atroce: sono avvenuti massacri di operai italiani in Francia, ad Aigues Mortes.  È una delle frequenti esplosioni di ferocia selvaggia di quel popolo civile che pur ha, come diceva Voltaire, qualche cosa della scimmia e della tigre.  Ma noi Italiani che cosa faremo?  Mostreremo la collera terribile di una grande Nazione offesa nella vita dei suoi figli e nel prestigio del suo nome?  Ne dubito assai.  Non Giolitti, non Brin[27] possono sentire queste cose.  Saremo, come di consueto, «prudenti» (...)
22 Agosto.  A Roma e in tutte le altre città d’Italia vi sono state imponenti dimostrazioni, come giusta ed energica protesta contro il brutale episodio di Aigues Mortes.  Come se la caverà il Governo?  Alla prepotenza di Parigi fa riscontro la fiacchezza della Consulta, mentre la nostra opinione pubblica è troppo infiammata per contentarsi di piccole e tardive riparazioni.[28]

Anche Gioacchino Volpe nella sua “Italia moderna”[29] userà toni alquanto polemici, specialmente nei confronti del potere politico incapace di imporsi in ambito internazionale:
“Le soddisfazioni che noi avevamo diritto di chiedere e ottenere dalla Francia, finimmo per doverle dare noi, o assai maggiori noi che non ne desse la Francia.  In questo, sì, il Governo italiano fu pronto ed energico...” 

Da parte sua, la storiografia dell’estrema sinistra marxista porrà specialmente l’accento sul carattere antiborghese delle manifestazioni di piazza avvenute in Italia e stigmatizza l’atteggiamento “reticente” dello stesso Partito socialista.  Così ad esempio si legge in un’opera di matrice ideologica inequivocabile:[30]

“È grande merito del Valiani avere riscoperto, attraverso alcune lettere sconosciute del Labriola, questi moti senza storia.  La borghesia li aveva sempre taciuti e i socialisti li avevano ignorati come cosa senza importanza ed anzi controproducente.  Pure rileggendo i giornali di quell’epoca si ha l’eco della profondità e dell’importanza di tali sommosse anche se tutto si svolse in maniera spontanea e priva di ogni organizzazione”.
In buona sostanza, questi moti, ad averli saputi dirigere nel modo opportuno si sarebbero ben potuti vedere come la prova generale della rivoluzione, anticipando la rivolta dei Fasci siciliani (autunno-inverno 1893-1894) e le sommosse di Lunigiana (gennaio 1894).

In conclusione

Ad oltre un secolo da quei giorni dell’agosto 1893 resta a noi, incamminati verso il fatidico terzo millennio e giustamente fautori dell’integrazione razziale e culturale, la documentazione di un episodio eclatante, testimonianza di un epoca in cui il rispetto per i “diversi” era soltanto un modo di dire.[31]

Note al testo
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[1]  La notizia del ritrovamento di carte testimonianti il passaggio dei profughi da Penango è già apparsa sul settimanale “L’Eco del Lunedì” di Asti, mentre un breve articolo a firma dell’Autore è stato pubblicato da “La Vita casalese” di Casale Monferrato nell’aprile 1999.

[2]  In queste circostanze sfavorevoli stavano, per la verità, svolgendo opera meritoria di propaganda e di informazione tecnica le Cattedre ambulanti di agricoltura istituite presso i Comizi agrari circondariali.  Il Comizio casalese vedrà negli anni a cavallo tra i due secoli l’opera meritoria ed instancabile di molti pionieri, tra cui si segnala in particolare l’enotecnico Mario Zavattaro, responsabile per il settore vitivinicolo.

[3]  I contrasti erano sorti nel 1887, in seguito al rialzo delle tariffe daziarie italiane, che penalizzavano le merci d’Oltralpe.  La Francia, da parte sua, aveva controbattuto limitando di molto l’importazione di prodotti agricoli dal nostro Paese.  La disastrosa “guerra doganale” si rivelerà assai deleteria per l’economia italiana, ancora essenzialmente agricola.

[4]  Tratto dal “Foglio periodico della Prefettura di Alessandria”, raccolta dell’anno 1889, conservato nella biblioteca giuridica annessa all’Archivio storico del Comune di Penango.

[5]  L’importanza economica del sale e delle saline è assai notevole, già a partire dal Medioevo: il sale era infatti il più comune condimento e conservante per gran parte degli alimenti.  Ciò spiega la gran quantità di tasse, gabelle e balzelli che gravavano su questo prodotto in tutti gli Stati dell’Ancien Régime, non ultimo il Piemonte sabaudo.  Ancora fino al 1973 in Italia la vendita del sale era regolata da un regime di monopolio.

[6]  J.-C. Hocquet “Il sale e il potere. Dall’anno mille alla rivoluzione francese”, ECIG, Genova; 1990 (p. 29)

[7]  In “Cose viste”, vol. V, Treves, Milano; 1931 (p. 25)

[8]  La Triplice Alleanza tra Italia, Austria e Prussia.

[9]  F. Guccini - L. Macchiavelli “Macaronì. Romanzo di santi e delinquenti”, Mondadori, Milano; 1997.

[10]  Ai francesi bruciava ancora la pesante sconfitta subita nel 1870 a Sedan per opera delle truppe prussiane: dalla disfatta sarebbe uscito deposto l’imperatore Napoleone III, che avrebbe lasciato il potere nelle mani di un regime repubblicano (la Terza Repubblica).

[11]  Secondo altre testimonianze, l’italiano avrebbe adoperato l’acqua potabile per lavare una scodella.

[12]  La notizia è riportata in R. Paris “L’Italia fuori d’Italia. L’emigrazione”, in “Storia d’Italia”, vol. IV, tomo 1, Einaudi, Torino (p. 536)

[13]  Certamente eccessiva è la stima di 400 vittime riportata dal recente “Dizionario di Storia”, Ed. Il Saggiatore - Bruno Mondadori, Milano; 1993.

[14]  Citato in P. Giudici “Storia d’Italia dalla fondazione di Roma ai giorni nostri”, Nerbini, Firenze; 1960 (vol. IV, p. 139)

[15]  Era allora sindaco di Penango l’avvocato Giovanni Minoglio, assessori gli avvocati Luigi Caligaris e Giovanni Biletta, Lorenzo Rosmino ed Enrico Caviglia; Modesto Manacorda era segretario comunale.

[16]  Nel nostro Paese l’opinione pubblica era ancora stordita dalle notizie di uno dei primi scandali legati alla malversazione dei politici, l’affare della Banca Romana.  Sedeva alla guida del Governo il cuneese Giolitti, alla guida di un gabinetto “liberale progressista”, ma tanto indebolito dagli avvenimenti interni ed internazionali da indurlo a dimettersi prima della fine dell’anno.

[17]  Va pur detto che in quei giorni successivi al ferragosto i palazzi del potere erano pressochè deserti: non il Presidente del Consiglio, non il Ministro degli Interni o il sottosegretario, non il prefetto, né il questore, né il sindaco erano presenti a Roma quando scoppiarono i tumulti.

[18]  Nel dicembre dello stesso 1893 il fratello del prefetto Calenda, l’avvocato Vincenzo, sarebbe stato nominato Ministro di Grazia e giustizia nel III gabinetto Crispi.

[19]  R. Paris, cit. (p. 540)

[20]  L. Salvatorelli “La Triplice Alleanza. Storia diplomatica (1877-1912)”, Istituto per gli Studi di politica internazionale, ...; 1939 (p. 185)

[21]  Parecchi testi da me citati provengono dal fondo bibliografico del defunto generale Luigi Mondini, già Capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, conservato presso il Municipio di Grazzano Badoglio.  Ringrazio le autorità municipali per avermi permesso la consultazione.

[22]  A. C. Jemolo “Crispi”, Vallecchi, Firenze; 1922

[23]  A. Savelli “Manuale di storia europea”, vol. IV “Evo contemporaneo (dal 1878 al 1922)”, 3ª edizione, Sansoni, Firenze; 1935 (p. 11)

[24]  I. Bonomi “La politica italiana da Porta Pia a Vittorio Veneto (1870-1918)”, Einaudi, Torino; 1944 (p. 112)

[25]  D. Mack Smith “Storia d’Italia dal 1861 al 1958”, Laterza, Bari; 1959 (p. 411)

[26]  L. Valiani “La lotta sociale e l’avvento della democrazia” in “Storia d’Italia”, vol IV (“L’Italia dal 1876 al 1915”), UTET, Torino; 1960 (pp. 496-497)

[27]  Il viceammiraglio Benedetto Brin, Ministro degli Esteri di Giolitti.

[28]  A. Guiccioli “Diario di un conservatore”, Edizioni del Borghese, Milano; s.i.d. (p. 182)

[29]  “Italia moderna”, vol. I (1815/1898), II ed., Sansoni, Firenze; 1973 (p. 261)

[30]  R. Del Carria “Proletari senza rivoluzione.  Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950”, Edizioni Oriente, Milano; 1970 (vol. I, p. 243)

[31]  In quegli stessi anni di fine secolo altri episodi, comunque gravi e spesso sanguinosi, si verificarono ai danni di emigrati italiani.  Nel 1890 a New Orleans 12 siciliani sospettati -a torto- di colludere con la malavita vennero linciati dalla folla inferocita: la faccenda, che rischiò di interrompere le relazioni diplomatiche tra Italia e Stati Uniti, si risolse con il risarcimento di 125.000 lire oro offerto dal presidente Harrison al governo di Roma.  Con buona pace dei morti.  Ancor prima, ancora in Francia, nel 1882, durante i lavori per la costruzione della ferrovia tra Arlès e Orange una nutrita colonia di sterratori piemontesi con mogli e figli al seguito era stata assalita e costretta con inaudite violenze a lasciare la zona e di conseguenza anche l’occupazione.

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