LUCIO CAPOCCIA è nato a San Cesario di Lecce nel Salento nel 1941. Dopo studi classici, si è laureato in Lettere e poi in Psicologia; lavora a Roma (psicologo e psicoterapeuta) e insegna alla Pontificia Università Urbaniana. È stato dirigente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana al tempo della presidenza Bachelet: fu il primo responsabile dell'ACR. Attualmente fa parte dell'Equipe Notre Dame. Ha pubblicato Io di Emmaus (Rubettino, 2007), poesie-preghiere sul Vangelo di San Matteo.


L'Avvenire 9 gennaio 2009 pag 20
prefazione del libro "Andate a due a due
di Carlo e Maria Volpini
Responsabili internazionali dell'Equipe Notre DamePoesia o preghiera? Parole che vengono dalla mente che fa la sua meditazione, o dal cuore che sprigiona le sue emozioni? Difficile dire se le pagine di questo libro ci portano verso l’una o l’altra, impossibile definire se le parole che accompagnano la riflessione dei brani evangelici arrivano a noi come approfondimento della preghiera o come nutrimento di poesia.
Fantasia, immaginazione, sensibilità, purezza del cuore e della mente sono il cibo della poesia, per questo forse da bambini è più facile essere poeti, anche se poi da adulti la consapevolezza del vissuto aggiunge spessore alla dimensione poetica. Eppure è proprio la genuina e intensa semplicità del dipanarsi di queste pagine, il ripetersi delle rime e delle quartine, lo snodarsi di parole intrise del nostro quotidiano, che fanno risuonare in noi le voci cantilenate dell’infanzia e risvegliano sensazioni antiche che costituiscono le radici del nostro essere.
Da bambini è forse anche più facile pregare: le mani giunte, inginocchiati in chiesa o vicino al letto prima della notte, si recitano le preghiere che ci sono state insegnate; la fiducia che quelle parole arriveranno proprio alle orecchie di Dio è totale, e piano piano, forti di questa certezza, si "osa" aggiungere alle formule conosciute qualche domanda più personale: forse un giocattolo desiderato, ma anche il desiderio che il compagno di scuola ci passi il compito, che la nonna guarisca o che mamma e papà facciano pace. E si comincia ad attendere che Gesù realizzi la nostra richiesta.Da adulti, spesso, diventa più difficile pregare perché le formule delle preghiere non ci bastano più, sentiamo la necessità che la nostra preghiera sia incontro con Dio e oscilliamo tra il silenzio e la supplica, avvertiamo che nella nostra preghiera si affaccia prepotentemente la vita. E anche da adulti comincia l’attesa della risposta di Dio.
La vita stessa, come la preghiera, forse è solamente una continua attesa, attesa di un evento, di una parola o di un piccolo gesto, il nostro vivere si dipana "nell’attendere" e cioè nello sperare, nel credere che ciò che attendiamo sarà, che il Signore aprirà la porta alla quale abbiamo bussato.
Ecco perché diventa difficile separare la preghiera dalla vita, e difficile dire se queste poesie-preghiere di Lucio Capoccia, così profondamente radicate nel quotidiano, siano l’uno o l’altro: questi sono versi che, intessuti di vita, raccontano la trama delle nostre piccole e più grandi attese, raccontano il dolore accolto o rifiutato, la speranza realizzata, l’incontro ristabilito, l’indugio colmato, il perdono donato, raccontano le parole e i gesti che nutrono la vita.
La vita, come la fede, si alimenta della speranza, la preghiera contiene la nostra speranza, la poesia esprime le nostre attese, ma speranze e attese sono possibili solo quando è in atto la fiducia capace di farci vivere la fede come cammino nella vita. Questo è quello che continuamente il nostro Dio ha fatto nella sua vita di uomo: ha ridato speranza, ha fatto rinascere fiducia, ha risanato ferite, ha colmato attese. Egli ha stabilito contatti, relazioni uniche, individuali, specifiche, ha incontrato il "tu" degli uomini e delle donne che lo attendevano e a quel "tu" è andato incontro, verso quel "tu" si è chinato, quel "tu" ha risollevato dando spazio all’incontro con Dio.Anche questi versi di Lucio Capoccia si sciolgono e si snodano sull’altalena del "tu": un tu che è dialogo intimo e familiare con questo nostro Dio così eterno e padre, così uomo e amico. Questi versi si presentano come poesie, ma si fanno preghiere perché sono incontri reali con la vita fatta di cose, di persone, di avvenimenti, di sentimenti e di emozioni, che raccontano del nostro divenire uomini, donne, fratelli, coniugi, figli, genitori, amici. Le poesie si fanno preghiere e le preghiere diventano poesie, perché le parole sono strumento di incontro intimo e profondo con Dio, parole che dicono gioia e dolore, sofferenza e accettazione, aspirazione e consapevolezza, povertà, pochezza e ascolto fiducioso. Parole semplici per aprirsi alla Parola, versi che esprimono i nostri bisogni, che sono i bisogni dell’umanità, versi che ci aprono a tutte le dimensioni della vita.
Non a caso, la scelta del titolo Andate a due a due, ci riconduce ad una identità duale, segno della necessità della nostra reciprocità e complementarità di persone e fondamento della nostra relazione con Dio.
Se l’ascolto della Parola di Dio non si fa ascolto del cuore dell’altro, e se la Parola non si fa vita, se non diventa relazione, la nostra preghiera è un ascolto incompiuto e sarà l’attesa del Signore a non essere mai colmata. Continueremo forse a pregare, in dubbio tra silenzi e suppliche, ma rimarremo alla finestra della vita, a vedere andare le cose, le persone, le situazioni, a recitare formule di preghiera, senza riuscire ad "entrare" nelle cose, nelle persone e nelle situazioni, senza riuscire veramente a dare vita né alla preghiera che è linguaggio dell’anima, né alla poesia che è linguaggio del cuore.
Non ci è consentito pregare rimanendo alla finestra a vedere scorrere le storie degli uomini e la storia dell’umanità senza accedere
alle storie degli uomini e dell’umanità: la nostra storia di vita ha bisogno, per essere realizzata, delle storie degli altri e la nostra preghiera non può essere solo individuale contemplazione, supplica, domanda, attesa, senza che divenga anche vita condivisa, pane spezzato.Questa è la poesia, questa è la preghiera, questo è il messaggio e l’insegnamento, che, attraverso i suoi versi, l’uomo, il poeta, il credente Lucio Capoccia dona a coloro che, "a due a due", in compagnia della vita, a questo libro si avvicinano.
Andate a due a due richiama, e non casualmente, la spiritualità dell’Equipe Notre Dame, un movimento che invita ad una spiritualità coniugale fortemente condivisa, orienta verso una fede intessuta di vita e sollecita ad interrogarsi continuamente sul senso delle cose per divenire consapevoli delle proprie scelte. I tanti anni che hanno visto Lucio e Lucia sua moglie, noi, loro, e con noi e loro tante altre coppie in Italia e nel mondo, intraprendere e percorrere con fatica e con gioia in uno spirito di profonda amicizia, questo cammino, sono tutti riflessi in questi versi.
È un cammino che si osserva nel complesso del libro, nella meditazione di questo anno liturgico B (Vangelo di Marco) visitato domenica per domenica, dalla prima di Avvento fino alla festa di Cristo Re. Ma è un cammino che si avverte (e si "legge") in ogni singola poesia-preghiera. L’autore, ora ponendosi in prima persona, ora identificandosi con questo o quel personaggio, si coglie nella condizione di peccatore, si confronta con la Parola che interroga e interpella, e conclude con l’atteggiamento proprio dell’uomo di fede. Riconoscendo la propria pochezza e la propria fragilità, egli si rimette sempre in discussione e si affida alla misericordia del Signore per poter ricominciare daccapo. Come ogni coppia fa nel "dovere di sedersi". Ci si confronta, si prega e si resta un momento in silenzio per ascoltare Lui e, come dice l’autore Scende il silenzio dentro me prezioso / e la Tua voce dolce m’interpella (cfr "Riposo").
Il cammino di vita e di fede a cui l’Equipe Notre Dame chiama sta proprio in questo non separare la vita dalla fede, il sacro dal profano, il quotidiano dalla singolarità dell’evento, perché l’incarnazione della fede passa attraverso i gesti di tutti i giorni e le parole di ogni momento. Lucio Capoccia è riuscito, in queste pagine, a dare proprio questa dimensione di un vissuto che è l’impasto sapiente del vivere e del credere o, meglio, del vivere credendo, per questo si legge poesia dopo poesia, o preghiera dopo preghiera, e sembra di stare dentro quelle parole, quelle situazioni, quelle immagini.