I "subiët 'd Patro" realizzati da Primo Favarin
Primo Favarin, nato nel 1939, ama ricordare che la passione per tutto quanto può essere realizzato con la creta gli fu suggerita dal padre, come amorevole invito ad un gioco, proposto per aggiungere compostezza e inventiva alla vitalità di un bambino.
Dopo aver ammirato le opere di Favarin, si prova uno scatto di incredulità quando con la sua naturale cortesia e una punta di meritato orgoglio, racconta che ha imparato "da solo" a modellare la creta e che già al tempo delle elementari riusciva in creazioni più che pregevoli.
Non dimentica però i competenti consigli, i vantaggiosi accorgimenti suggeriti dal pittore torinese Remo Cassina, né le attenzioni ricevute dal personale della fornace di Calliano.
Già residente a Moncalvo ancora adolescente, si è sentito catturare dalla vivace genialità dei fischietti modellati con la creata collinare, dalla valenza della loro secolare tradizione, dalla genuinità del rito che invitano ad osservare e a perpetuare.
Da anni, la maestria guadagnata con un interesse sempre più acceso, consente a Favarin di superare artisticamente le forme tradizionali dei fischietti di terracotta, espressione di una vena caricaturale o naturalistica o commemorativa, o semplicemente fantasiosa.
L'immagine rossiccia delle sue creazioni ci raggiunge su un'onda di immediata simpatia, di rinnovati ricordi, di accattivanti allusioni, ci convince per la somigliante plasticità delle figure, ci sorprende per l'estro, ci conquista per la raffinatezza dell'esecuzione.
Il rispetto delle proporzioni, la cura dei particolari delle creazioni di Favarin, sollevano un'istintiva e rispettosa esitazione all'atto di verificare che esse possono emettere un fischio, ulteriore gradevole pregio.
L'esposizione dei fischietti di Favarin è stata richiesta per l'allestimento di innumerevoli mostre e dall'aprile del 1997, per interessamento della dott.sa Paola Piangerelli, alcune delle sue creazioni sono entrate a far parte delle opere raccolte nel Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma.
Alfio Romanello
Galleria fotografica dei fischietti "subiët 'd Patro" realizzati da Primo Favarin
I "subiët 'd Patro" con le parole di Vincenzo Buronzo
(tratto da Moncalvo, una pagina di Monferrato, Edizione del Cenacolo 1971)E' significativo come i tempi della contestazione vadano contribuendo a far risorgere, in forma anche più vivace e intensa, vecchie tradizioni, feste, riti popolari, manifestazioni artistiche che giacevano obliate o che semispente intristivano. Si può quasi dire che oggi non c'é paese che non abbia un suo fuoco di vita da riattivare e da far risplendere, una sua parola antica da ripetere con voce fresca e nuova. E gli animi ne gioiscono.
E' un bisogno che muove da due esigenze razionalmente legittime. La prima é che gli elementi pratici, logici, moralistici non modificano le radici, la seconda è che quando si giunge all'essenziale creativo e mitico, il genio di una gente e di una terra torna ad esprimere con gli stessi modi, moti, sbalzi e caratteristiche.
Nel caso attuale, é la vena satirica, umoristica, caricaturale che viene a completare il carattere agricolo, meditativo, fortemente virile e perciò anche guerriero di una popolazione, la monferrina, che non ha disgiunto mai i fatti della realtà da quelli dello spirito e della natura soprattutto dominante con la verità delle sue quattro stagioni mirabili e imprevedibili.
Patro é un paesino di poche case nella vallata di Moncalvo Monferrato, e Moncalvo dall'alto del colle gli tende la mano come fa il padre al figlio minore che nei campi lo accompagna.
Questa festa di subiët, che oggi riprende, ha origini antiche. Difficile è dire quando l'arte del formar fischietti con la creta collinare sia sorta, ma se si considera l'oggetto della festa - figurine modellate, e il fischio grave o acuto che ne é la voce - viene spontaneo di pensare che il primo rozzo fischietto uscito dalla mano artigiana contadina, sia stato l'espressione della protesta insolitamente ardita del servo contro il signore, una critica bertoldesca resa tollerabile dalla semplice grazia dell'arte. L'astuta fischiata della libertà!
Fu sicuramente poi la fantasia del Sei o del Settecento riscaldata dai primi fremiti rivoluzionari, la commossa sincerità del sentire romantico, la nascente socialità dell'Ottocento a sveltire la mano incerta dell'artista, a liberarne lo spirito, e i temi si moltiplicarono, tutta la quotidiana realtà divenne fonte di ispirazione secondo un natio umorismo sempre più vivace e mordente.
Un giorno, con la collaborazione dei collezionisti che nemmeno in questo campo sono mancati, si riuscirà ad organizzare una mostra dei fischietti del passato, e allora, a questo proposito, potremo dire qualcosa di più positivo e di certo.
Era fiorita nei paesi del basso Monferrato una numerosa famiglia di plastificatori egregi, che avevano popolato di opere mirabili le chiese e i santuari di Crea e di Varallo, dal Wespin al Caccia al D'Errico, la terra offriva un'argilla ottima alla portata di tutti, la passione del modellare poté quindi farsi presto popolare e spontanea.
In quanto alla varietà dei temi, basta sfogliare le pagine della Immaginerie populaire, scorrere i libretti della storiografia minima cronachistica che si leggevano nelle veglie contadine: vite di briganti, storie di innamorati, i racconti del vagabondo cantastorie, per rendersi conto di quanto essi fossero accessibili e pittoreschi: il vendemmiatore che si porta via nascosta nella brenta la fanciulla - la servetta che cerca nella camicia la pulce e strilla, cioè fischia - la scimmia imberrettata con la candela accesa - Maino della Spinetta che spiana il trombone - il frate che accarezza la contadinotta - Garibaldi col puncho a cavallo - e poi tutti i temi della campagna, uccelli, gazze, colombi, cardelli, la lumaca che dondola la sua casina e schiuma, la lucertola che guizza, il ranocchio che gracida. Insomma una folla di immagini colorate, di un singolare fascino primitivo, e una modulazione di fischi interminabile, che quando veniva la festa di Patro l'aria ne era piena, e anche i fanciulli di novant'anni avevano tra le mani il loro fischietto e fischiavano illusi di essere giovani.
Ora nell'anno internazionale della natura e del ritorno dell'uomo, per iniziativa dell'Ente pro loco e del Cenacolo d'arte moncalvesi, la Mostra di subiët di Patro riprende, con circa centocinquanta esemplari modellati da artisti giovani, tra cui segnaliamo Favarin e da anziani come Antonio Guazzo e il vecchio Mattia, che per decenni fu il tenace continuatore dell'umile e singolare arte.
Occorre apertamente dire che la rinascita si presenta modesta, non si é che ai primi passi, ma essa può riprendere con slancio e fortuna, e può ritrovare il necessario popolare consenso, a un patto però, che venga conservata la originaria genuinità satirica e umoristica, lontano dalle astruserie cerebrali intempestive e inidonee. Può essere ancora questa una delle vie riservate al popolo per esprimere liberamente, alla luce del suo buon senso, la sua capacità interpretativa e critica dei fatti sociali, spargendo su tutto il sale della sua saggezza e della sua serenità paziente e risanatrice.
I1 mondo della politica, degli affari, della cultura, della religione, del potere insomma, è aperto dinanzi agli occhi dell'artista della strada che soffre, lavora e commenta, e specie nelle calde stagioni che ci deliziano, qualche allegra innocua sonora fischiata può essere ancora un dono che i fischietti di Patro possono darci.
Nelle famiglie di una volta il fischietto rappresentava una specie di lare tutelare benigno. Le baruffe, le liti non mancavano, ma un merlo o un mendicante vagabondo faceva udire la sua voce e l'aria si rasserenava, la vita ritrovava il suo dolce sorriso.Vincenzo Buronzo
E-Mail: bibliotecamoncalvo@email.it