|
|
- DIOCESI DI ASTI - Mons. Francesco Ravinale
|
|
Quando il
Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà
sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed
egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri,
e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a
quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in
eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io
ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da
bere; ero forestiero e mi avete ospitato; nudo e mi avete vestito; malato e mi
avete visitato; carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli
risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato
da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto
forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti
abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il
re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno
solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a
quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno,
preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi
avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero
forestiero e non mi avete ospitato; nudo e non mi avete vestito; malato e in
carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore,
quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o
in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico:
ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più
piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno,
e i giusti alla vita eterna”.[1]
Carissimi
fratelli e sorelle della Diocesi di Asti,
nell’anno pastorale appena trascorso ci eravamo proposti di camminare verso la pienezza della vita cristiana e avevamo individuato nella celebrazione eucaristica la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana, piena di sorprese e motivo di gioia e di festa. Alle famiglie cristiane avevamo chiesto di rendersi protagonisti della vita ecclesiale, creando nella propria parrocchia l’ambiente favorevole per assaporare l’importanza e la bellezza della vita di Chiesa.
L’esperienza ci parla di momenti molto belli vissuti in questo contesto, ma non possiamo dimenticare che il mistero di comunione porta a trasfigurare l’intera esistenza umana in tutte le sue dimensioni di vita, personale, familiare, sociale nelle molteplici esperienze esistenziali quali l’amore, il dolore, la gioia, il divertimento, la malattia, il lavoro, la cooperazione, la cultura, la politica. La sequela di Cristo e la vita nel mondo sono l’espressione di una medesima chiamata alla santità, che esorta i cristiani ad assumere in pieno la prossimità con tutti gli uomini e le donne del proprio tempo, con i loro problemi e i loro percorsi sociali e culturali.
Abbiamo vissuto l’Eucaristia come mistero di comunione
e di condivisione e ora sentiamo che questa realtà si deve riversare nella vita
quotidiana, impegnando i singoli fedeli e le famiglie ad essere, nella società
e nei diversi ambienti di vita, capaci di vigilanza profetica e costruttori di
una città terrena in cui regnino sempre di più la giustizia, la pace,
l’amore.
Il Concilio Vaticano II aveva
sottolineato con forza questa prospettiva di servizio, indicando come propria e
specifica indole del laico la vocazione a vivere la piena responsabilità
ecclesiale dell’apostolato all’interno della comunità cristiana e a farsi
carico delle realtà del mondo, ordinandole secondo Dio[2].
Si
ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato e sia
diminuita la passione per l’animazione cristiana del mondo del lavoro, della
politica e della cultura. Mi pare quindi doveroso chiedere alle famiglie
cristiane e a tutta la nostra comunità diocesana di vivere il senso profondo
della comunione e di accogliere le indicazioni conciliari, con la preoccupazione
di estendere la loro responsabilità all’ambiente sociale, nella convinzione
che ogni attenzione nei confronti dei fratelli più piccoli viene considerato
dal Signore un atto di amore nei suoi confronti.[3]
Peraltro
il recente Sinodo Diocesano aveva già richiamato con forza questa dimensione
dell’impegno cristiano, dedicando l’ultima parte della sua riflessione alla
presenza della Chiesa nel mondo e donando suggerimenti articolati e precisi, che
utilmente potranno essere ripresi in questo nuovo anno di cammino ecclesiale.[4]
Se comprenderemo la bellezza e la grandezza della forza rigeneratrice dell’Eucaristia e della comunione che da essa promana, cresceremo insieme nello spirito di servizio e tutta la società civile ne potrà avere un grande arricchimento.
Con
questa lettera non intendo certamente offrire un esauriente trattato
sull’impegno sociale e civile delle famiglie cristiane, ma propongo di
incamminarci per portare l’annuncio di Gesù Risorto alla gente che vive
accanto a noi, camminando con loro, cogliendone le istanze più profonde e le
domande sul senso della vita e della morte, sul bene e sul male, sulla salvezza
e sulla rovina eterna. Insieme, pastori e laici, siamo chiamati ad essere vicini
all’uomo di oggi. Solo uniti possiamo attivare un vero dialogo di salvezza fra
la Chiesa e il mondo.
TESTIMONI
DI GESÙ RISORTO, SPERANZA DEL MONDO.
L’anno
pastorale che ci apprestiamo a vivere sarà polarizzato dal Convegno Ecclesiale
Nazionale, Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo, che si svolgerà
a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006 e si inserisce nel cammino della Chiesa del
nostro Paese, scandito oggi dagli orientamenti pastorali Comunicare il
Vangelo in un mondo che cambia.
Con il suo stesso titolo il convegno intende far convergere quattro fondamentali elementi: la persona di Gesù, il Risorto che vive in mezzo a noi; il mondo, nella concretezza della svolta sociale e culturale di cui noi stessi siamo destinatari e protagonisti; le attese di questo mondo, che il Vangelo apre alla vera speranza che viene da Dio; l’impegno dei fedeli cristiani, in particolare dei laici, per essere testimoni credibili del Risorto attraverso una vita rinnovata e capace di cambiare la storia[5].
Mi
accorgo con riconoscenza che su questi temi la nostra Diocesi si è confrontata
in profondità, a partire dal Sinodo Diocesano, articolato sul racconto dei
discepoli di Emmaus e preoccupato di accogliere appunto le sollecitazioni del
Risorto che cammina accanto a noi. Il cammino di speranza avviato dopo la
celebrazione sinodale ci ha posti in ascolto del mondo e delle sue
attese. Quanto all’impegno dei laici, con insistenza lo abbiamo affidato alle
famiglie cristiane. Come nella Chiesa di Roma, da ormai quattro anni l’impegno missionario della Chiesa di
Asti si è concentrato soprattutto sulla famiglia, non solo perché questa
fondamentale realtà umana oggi è sottoposta a molteplici difficoltà e minacce
e quindi ha particolare bisogno di essere evangelizzata e concretamente
sostenuta, ma anche perché le famiglie cristiane costituiscono una risorsa
decisiva per l’educazione alla fede, l’edificazione della Chiesa come
comunione e la sua capacità di
presenza missionaria nelle più diverse situazioni di vita, oltre che per
fermentare in senso cristiano la cultura diffusa e le strutture sociali.[6]
In
questi anni molto abbiamo riflettuto sulla famiglia e molto ne abbiamo parlato.
Credo che sia evidente la scelta del nostro cammino ecclesiale di imperniare su
questa realtà fondamentale l’impegno di vita cristiana dei singoli credenti e
l’azione pastorale della comunità. Abbiamo scoperto che le fondamentali
relazioni umane si realizzano all’interno della famiglia, ma non vi si
esauriscono, in quanto sono di per se stesse comunitarie e quindi aperte verso
il mondo sociale. Così abbiamo sottolineato la loro dimensione educativa, la
loro naturale disponibilità a sorreggere la vita di Chiesa e ora sentiamo la
necessità di sottolineare come la famiglia può e deve rendersi soggetto
attivo anche nella società civile. L’apertura
della famiglia alla società è un processo in continuo divenire, dove la
famiglia si pone come sintesi di un percorso relazionale, ma anche come
promotore di nuove reti sociali.
Nella
famiglia si concentrano tutte le
problematiche dell’esistenza, dall’inizio al termine della vita, da quelle
della realizzazione personale a quelle relative all’esperienza di
lavoro: la carriera, il mantenimento del lavoro degli adulti, la preoccupazione
per lo scarso e precario lavoro dei figli, l’uscita degli anziani dal mondo
del lavoro, le ripercussioni del lavoro della donna nelle dinamiche familiari.
Le famiglie cristiane sono quindi nella possibilità concreta di testimoniare con l’esempio i valori essenziali dell’esistenza umana: la condivisione, l’accettazione della diversità, l’uguaglianza dei diritti.
Il punto di partenza della testimonianza delle famiglie cristiane è quello di non dimenticare l’obbligo morale dei doveri sociali e l’osservanza delle disposizioni di legge, in quanto mezzo per contribuire al raggiungimento di una società più giusta ed equa, senza sottrarsi all’impegno di un giusto contributo, anche fiscale.
Ma immediatamente il campo della testimonianza si allarga al dovere di proporre i criteri dell’insegnamento evangelico, abitualmente considerati utopistici e ignorati da una cultura che tutto vorrebbe leggere e affrontare in chiave di legge economica. Certamente la ricerca del benessere economico si è rivelata di grande importanza e di notevole efficacia per la convivenza sociale, ma l’assolutizzazione dell’economia non è estranea alla crisi profonda in cui si dibatte la nostra società. Il ridurre la speranza degli uomini e delle donne del nostro tempo all’attesa di un benessere materiale non rende ragione della ricchezza della persona umana, assetata di infinito, ed espone la convivenza civile a sicura frustrazione, poiché la sola crescita economica non solo non è possibile all’infinito, ma neppure è risposta sufficiente alle attese profonde dell’umanità. Nella nostra cultura si è offuscata, o forse è scomparsa, l’idea che la storia sia incamminata verso una pienezza che va al di là di essa, ma l’anima umana continua a non poter fare a meno di questa pienezza.
Per
questo i credenti sono chiamati a riproporre quella speranza viva che è data
dalla fede nella risurrezione, proponendosi come testimoni di Gesù Risorto,
speranza del mondo[7].
In
particolare la famiglia con valori cristiani può offrire la sua testimonianza
in una società dove prevalgono i valori del possedere, apparire, prevalere,
avere successo, privilegiando atteggiamenti di condivisione e disponibilità
verso chi si trova in difficoltà, oltre che di serena accettazione della
propria povertà. Per una testimonianza
completa la famiglia cristiana
è chiamata ad aprirsi al sociale, mediante l’attenzione ai bisogni di
chi sta accanto e la disponibilità all’aiuto materiale, spirituale e morale
nei confronti dei fratelli.
Indubbiamente alla famiglia che desidera donare questa testimonianza si presentano molti ostacoli. Di natura economica, innanzi tutto, in quanto le discriminazioni occupazionali nei confronti della donna sposata, la mancanza di agevolazioni sufficienti in caso di maternità, gli svantaggi economici e fiscali non agevolano e spesso penalizzano la famiglia e impediscono di considerarla una ricchezza sociale. Ma anche molti ostacoli culturali impediscono alle famiglie credenti di testimoniare una speranza dall’orizzonte più vasto di quello del pane quotidiano, dalla dittatura del relativismo allo stravolgimento dei concetti cristiani di paternità e maternità, ad opera di un modo di pensare che vorrebbe trasformare il dono della vita ad un figlio nella volontà di possedere un figlio ad ogni costo, in qualsiasi condizione, dentro o fuori la famiglia. Nonostante queste indubbie e rilevanti difficoltà, una famiglia che vive secondo i valori cristiani non passa inosservata e può coinvolgere anche le altre famiglie con la sua testimonianza.
Elementi
fondamentali della testimonianza cristiana
sono l’amore verso Dio, che si esprime nella preghiera e nella pratica
religiosa, e l’amore verso il prossimo, che si traduce in solidarietà,
attenzione, atteggiamento critico verso il consumismo. Se questo esempio verrà
offerto con consapevolezza, continuità e coerenza, lo
stile credibile dei credenti potrà testimoniare Gesù Risorto come la novità
capace di rispondere alle attese e alle speranze più profonde degli uomini
d’oggi.
Certamente l’impegno di una singola famiglia, o anche di parecchie famiglie, a vivere nell’ottica evangelica non riesce ad influire sulla società, se non interviene la capacità di aggregarsi e diventare insieme soggetti attivi, impegnandosi nel mondo della scuola, della cultura, dell’informazione, per contrastare l’azione demolitrice che sempre più avanza e per contribuire invece a dare importanza a valori fondamentali, come il matrimonio, la fedeltà, l’amore inteso come dono, generazione e rispetto della vita.
E’
necessario passare da una considerazione della famiglia come settore ad una
visione della famiglia come criterio di misura di tutta l’azione politica,
perché al bene della famiglia sono correlate tutte le dimensioni della vita
umana e sociale: la tutela della vita umana, la cura della salute e
dell’ambiente; i piani regolatori delle città, che devono offrire condizioni
abitative, servizi di spazi verdi a misura delle famiglie, il sistema
scolastico, che deve garantire una pluralità di interventi, di iniziativa sia
statale sia di altri soggetti sociali, a partire dal diritto di scelta dei
genitori; la revisione dei processi lavorativi e dei criteri fiscali, che non
possono essere basati solo sulla considerazione dei singoli soggetti,
trascurando o, peggio ancora, penalizzando il nucleo familiare.[8]
Dallo Stato, dagli enti locali e da quanti sono impegnati nella vita amministrativa, ci attendiamo che venga riconosciuto nei fatti il ruolo della famiglia come soggetto sociale, anzitutto qualificando come famiglia non qualsiasi unione di due persone senza vincoli e garanzie di stabilità, ma “la comunità naturale fondata sul matrimonio”, e poi mettendola al centro di tutta l’azione politico amministrativa, oggi quasi esclusivamente incentrata sulla tutela della collettività nel suo insieme o dei cittadini come singoli.
L’impegno
della testimonianza è un impegno di grande concretezza e non è difficile
trovare le occasioni per esercitarlo. Il racconto evangelico del giudizio
universale[9]
ne indica le implicazioni pratiche e il nostro territorio astigiano ci
garantisce che non si tratta di indicazioni astratte, perché ogni giorno ci
pone a contatto con situazioni di fame e sete, di immigrazione, di malattia, di
disagio sociale.
Tante volte succede di incontrare Gesù che dice: “Ho avuto
fame”.
Non appartiene a tempi passati lo spettacolo di tante persone che ogni giorno tendono la mano per chiedere l’elemosina, e tutti i giorni la mensa del povero, lodevolmente presente nella nostra città, è frequentata da un grande numero di utenti. Vorremmo naturalmente mettere fine a questo spettacolo di povertà, ma alcuni segnali della nostra vita sociale avvertono che il traguardo di una società senza poveri è ancora molto lontano. Al contrario le forme di povertà sono in aumento e nessuno può mettersi la coscienza in pace, semplicemente illudendosi di non essere toccato da questi problemi o lasciandosi tranquillizzare dal fatto che qualche organizzazione fornisce ai bisognosi la possibilità di un pasto quotidiano.
Lo strumento più nobile e più sicuro per impostare il problema del pane quotidiano è indubbiamente la possibilità di esercitare un lavoro remunerato. Nel lavoro l’uomo esprime la sua capacità di produzione e di organizzazione sociale. Le nostre popolazioni hanno sempre dimostrato di guadagnarsi volentieri il pane con il sudore della fronte[10] e finora hanno potuto godere di un discreto benessere, grazie alla possibilità di lavorare, nella campagna e nelle aziende presenti sul territorio. Da qualche tempo a questa parte la possibilità di lavoro è divenuta più problematica, a motivo delle ricorrenti riduzioni di organico e purtroppo anche delle frequenti chiusure di aziende. Nella società post-industriale e globalizzata il lavoro sta mutando radicalmente fisionomia e pone nuovi problemi di impiego, di inserimento delle nuove generazioni, di competenza, di concorrenza e distribuzione mondiale.
Non
siamo ovviamente in grado di proporre formule di soluzione immediata a questi
problemi, in vista di un’auspicabile promozione della piena occupazione, che
consenta di partecipare attivamente alla produzione del bene comune, ma ci
sentiamo di suggerire alcuni atteggiamenti di fondo, che consentano di
affrontare in termini positivi questa delicata congiuntura.
Innanzi
tutto a nessuno è consentito immaginare che queste problematiche riguardino
soltanto coloro che vedono in pericolo il proprio posto di lavoro. In
famiglia il problema di uno è problema di tutti e il primo atteggiamento
che deve caratterizzare la testimonianza cristiana deve essere proprio quello di
sentirsi un’unica grande famiglia, capace di reagire alle circostanze
difficili con uno spirito di profonda solidarietà, pronta a farsi carico delle
difficoltà dei fratelli e a liberare risorse lavorative, per consentire a tutti
la possibilità di un onesto guadagno. Nell’attuale condizione di precarietà
lavorativa appare particolarmente grave il fenomeno del doppio lavoro,
soprattutto se non è determinato dalla necessità di sostentamento, ma cercato
in nome di un primato tranquillamente riconosciuto al denaro e al profitto.
In
secondo luogo sembra opportuno prendere atto di una situazione nuova,
che vede il superamento di un’organizzazione della produzione che imponeva
alla maggior parte dei lavoratori un’attività ripetitiva, per
fare posto ad una flessibilità che permetta ai lavoratori forme di lavoro
diversificate, ma che comunque consentono un’occupazione rispettosa delle
persone. La disponibilità
all’apprendimento continuo per adattarsi all’incessante cambiamento
tecnologico, può essere una buona risposta agli attuali cambiamenti del mondo
del lavoro, per evitare che il nuovo regime di flessibilità diventi una
preoccupante precarietà sociale.
Sarebbe
anche importante prendere in considerazione le grandi possibilità del lavoro
artigianale, reso difficile da scelte politiche volte a privilegiare la
grande produzione industriale. Nel contesto di una riduzione impietosa dei posti
di lavoro, potrebbe risultare interessante una politica attenta ad
un’imprenditorialità forse più modesta, ma capace di favorire l’iniziativa
personale. Sarebbe una bella risposta a situazioni difficili ed anche una
collaudata occasione per realizzare le capacità delle persone e per stimolare
una nuova forma di responsabilità sociale.
Infine sembra importante suggerire una nuova visione
del mondo rurale. È necessaria però una nuova cultura, che valorizzi la
dignità di chi rimane a lavorare in campagna, sia nelle zone di pianura sia in
quelle collinari sia in montagna. Non si tratta di mitizzare un mondo che non
c’è più, ma semplicemente di mettere in evidenza che il mondo rurale non
propone un’impostazione di vita superata dai tempi, in quanto è ricco di quei
grandi valori che hanno nobilitato la vita dei nostri territori e che tuttora
ispirano gli aspetti migliori della civiltà contemporanea. Tutti ci dobbiamo
attivare per una vita sociale capace di accogliere e valorizzare quanti scelgono
l’agricoltura come propria attività professionale, nella consapevolezza che
queste scelte non solo sottolineano la dignità di chi lavora la terra, ma
possono sorreggere l’annuncio evangelico e l’edificazione delle comunità
cristiane in un mondo che cambia.
Tante volte succede di incontrare Gesù che dice: Ero
forestiero.
Forestiero è chi si trova privo di casa.
Tante volte in questi ultimi mesi i giornali hanno riportato situazioni di famiglie sfrattate dalle case in cui avevano trovato un proprio ambiente ed una propria sicurezza. Ne abbiamo sofferto e ci siamo sentiti impotenti. Chi ha vissuto questa esperienza sa quali disagi ne conseguono e quanta irritazione si accumula.
Certamente in molti casi lo sfratto è giustificato da
una serie di motivi, ma la comunità non ha il diritto di rimanere spettatrice
passiva di fronte a problemi di questa portata. Ancora una volta non siamo
capaci di formulare una soluzione tecnicamente risolutiva, ma sentiamo di essere
tutti interpellati a fare in modo che il sacrosanto diritto alla casa trovi una
risposta soddisfacente.
Forestiero
è il bimbo che bussa alle porte della vita e chiede di essere accolto.
L’accoglienza della vita è il modo tipico della famiglia di esprimersi come realtà sociale per natura sua. Lo spettacolo deprimente di una popolazione che invecchia come la nostra dice in modo eloquente l’oggettivo impoverimento indotto da un regime di sistematica limitazione delle nascite. Accogliere e crescere un figlio significa anche accompagnarlo all’incontro con la società, che passa inizialmente attraverso il riconoscimento della propria appartenenza al mondo familiare. La famiglia, piccola società in cui il bambino può allenarsi a relazioni meno protette e quindi più complesse, deve aprirsi al sociale per trovare nuove energie per sé, ma anche per rappresentare un faro di riferimento nei confronti del mondo esterno. Una prima, concreta, opportunità di passaggio alla vita sociale è l’inserimento nella scuola, dove le famiglie hanno il dovere e il diritto di una responsabile presenza e di un’attiva collaborazione.
Non
sempre la disponibilità ad accogliere la vita si incontra con la possibilità
di mettere alla luce un figlio. Il recente dibattito sulla fecondazione
assistita, ne ha messo bene in evidenza le problematiche morali e ci ha
ricordato che non esiste un diritto ad avere un figlio e non è opportuno
pretenderlo a tutti i costi. Perché dunque non pensare a forme di affido
o di adozione?
L’affido è la disponibilità ad accogliere temporaneamente un bambino che per i motivi più vari non può rimanere nella propria famiglia. L’adozione è una forma di accoglienza più stabile, perché a tutti gli effetti dona una famiglia a chi ne è privo. Sarebbe un segno di alto valore cristiano se in questi tempi le disponibilità ad accogliere un minore fossero sufficienti a donare una casa a tante creature costrette a vivere in istituti o in situazioni di precarietà
Infine una possibilità della famiglia per aiutare
l’accoglienza della vita è quella di sostenere famiglie in difficoltà,
creando una rete di solidarietà e contribuendo a costituire quel tessuto
cristiano di cui la nostra società continua ad avere estremo bisogno.
Forestiero è il fratello immigrato.
Ormai
la nostra società si configura sempre più come multietnica e multireligiosa,
con tutta una serie di nuove sfide alla comunità cristiana. Il territorio
astigiano è toccato in forma consistente da questo fenomeno e per la pastorale
della nostra Chiesa locale si configura un capitolo nuovo: occorre passare dall’accoglienza
all’incontro delle diverse identità. Nasce
così la necessità del dialogo fra uomini di culture diverse, in un contesto di
pluralismo che vada oltre la semplice tolleranza e giunga alla simpatia. Una
semplice giustapposizione di gruppi etnici tende alla reciproca chiusura delle
culture, oppure all’instaurazione tra esse di semplici relazioni di esteriorità
o di tolleranza. Dobbiamo invece promuovere un reciproco arricchimento, tenendo
presente che ci troviamo di fronte ad un capitolo sostanzialmente inedito del
compito missionario: quello dell’evangelizzazione di persone condotte fra noi
dalle migrazioni in atto. Su questa
base di simpatia e comprensione si stabilisce anche il terreno per una
testimonianza esplicita del Vangelo e per un annuncio di esso che, rispettoso
delle persone, sia tuttavia fedele al mandato del Signore di fare discepole
tutte le genti.
Tante
volte succede di incontrare Gesù che dice: Ero malato.
Tra le situazioni che interpellano la testimonianza
dei credenti e delle famiglie cristiane c’è anche quella della malattia.
Tradizionalmente l’azione pastorale è sempre stata molto attenta nei
confronti dei malati. Il momento della malattia è sempre stato colto come
occasione privilegiata di incontro tra le famiglie ed il loro sacerdote. Nei
casi delle malattie gravi la sensibilità non solo dei pastori, ma anche dei
familiari animati da spirito di fede, ha compreso di essere di fronte ad un
momento decisivo, nel quale non soltanto la vita terrena giunge al termine, ma
una situazione nuova ed eterna viene a iniziare. Quando le strutture pubbliche
permettevano tempi adeguati di ricovero ospedaliero, la presenza dei cappellani
ospedalieri consentiva di impostare un’azione pastorale capace di donare alla
malattia una grande fecondità spirituale. Ora i tempi di ricovero sono
progressivamente ridotti e i malati rischiano spesso di trovarsi esposti ad una
grande indifferenza. Si rende necessaria una nuova impostazione di pastorale
sanitaria per il tempo della degenza, in cui i cappellani hanno sempre più bisogno di trovare
collaboratori, soprattutto tra gli operatori della sanità e nell’ambito
delle comunità cristiane, chiamate a trovare le forme più opportune di
vicinanza a persone in chiara situazione di povertà.
Tante volte succede di incontrare Gesù che dice: Ero
carcerato e siete venuti a trovarmi.
La
vicinanza del Signore alle situazioni umane lo spinge a identificarsi con i
carcerati e chiede a noi di essere attenti alle innumerevoli condizioni di
fragilità umana. La società tecnologica
non elimina la fragilità; talvolta la mette ancor più alla prova. La speranza
cristiana mostra la sua verità proprio nei casi della fragilità, che
potrebbero allungare di molto la casistica evangelica del giudizio: ero anziano,
ero piccolo, ero solo, ero malato di mente… Solo una cultura che sappia dar
conto di tutti gli aspetti dell’esistenza è una cultura davvero a misura
d’uomo. La Chiesa si rivela maestra d’umanità quando insegna e pratica
l’accoglienza del nascituro e del bambino, la cura del malato, il soccorso al
povero, l’ospitalità all’abbandonato, all’emarginato, all’immigrato, la
visita al carcerato, l’assistenza all’incurabile, la protezione
all’anziano. Ma l’accoglienza della fragilità non riguarda solo le
situazioni estreme. Occorre far crescere uno stile di vita verso il proprio
essere creatura e nei rapporti con ogni creatura: la propria esistenza è
fragile e in ogni relazione umana si viene in contatto con altre fragilità, così
come ogni ambiente umano o naturale è frutto di un fragile equilibrio.
PROPOSTE
DI VITA E DI AZIONE PASTORALE
La testimonianza da rendere a Cristo è soggetta alla fatica e alla prova e rischia di essere percepita come un fatto privato senza rilievo pubblico, limitata ai rapporti corti e gratificanti di un gruppo ristretto. La nostra comunità cristiana è chiamata a mostrare che la fede nel Risorto apre ad orizzonti più vasti e può incidere positivamente sulla vita culturale e sociale.
L’impegno
pastorale diocesano deve quindi promuovere la vita cristiana come testimonianza,
mediante la formazione e l’aiuto a vivere la famiglia, la professione, il
servizio, le relazioni sociali, il tempo libero, la crescita culturale,
l’attenzione al disagio come luoghi in cui è possibile fare esperienza di
Cristo Risorto e della sua presenza trasformante in mezzo a noi. La parola di
Dio e il sacramento, la vita di comunità e il servizio al povero sono i segni
privilegiati che aprono alla presenza e alla grazia del Risorto e donano senso e
forza alla vita nuova, soprattutto nelle esperienze fondamentali: la nascita, la
crescita, l’alleanza uomo-donna, l’amicizia, il lavoro, la società, la
politica, la sofferenza e la morte.
Nei decenni scorsi la Chiesa italiana ha posto
l’accento sulla fede e sulla carità. Oggi vuole sottolineare la forza
insospettata della speranza. Per questo è importante mantenere vive nella
Chiesa le esperienze che sono profezia del futuro: la vita consacrata, la
vocazione missionaria, la donazione nel matrimonio e nella famiglia, il servizio
ai più poveri e la cura del disagio, l’accompagnamento educativo nei
confronti dei ragazzi e degli adolescenti, la formazione al senso civile e alla
partecipazione nel sociale, l’attenzione al mondo del lavoro, la presenza nei
luoghi della sofferenza e della malattia.
In questo impegno molto ci possono aiutare le proposte della Chiesa italiana, in
preparazione al convegno ecclesiale di Verona, che ci suggeriscono di metterci
in atteggiamento di conversione, di missione e di relazione.
Disponibili
alla conversione per vedere il Risorto.
Nel
Vangelo Gesù sottolinea la risposta di chi reagisce al giudizio chiedendosi con
sorpresa: Signore,
quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o
in carcere e non ti abbiamo assistito[11]?
Evidentemente Gesù Risorto non viene immediatamente riconosciuto. Per saperne intravedere il volto occorre passare attraverso un convinto impegno di conversione, sia a livello personale sia a livello comunitario. Punto di partenza della conversione è la capacità di contemplazione, per essere in grado di conoscere bene l’identità di Gesù, profeta e Signore, Signore che si fa servo e servo che diventa e resta Signore per sempre e il volto della Chiesa, comunità dell’amore e presenza del Risorto che crea la comunità della testimonianza.
Ci
siamo diffusi in queste nostre riflessioni a scoprire la concretezza
dell’impegno caritativo come testimonianza di Cristo Risorto. Ma la carità
non si può ridurre a pura e semplice azione solidale; è una visione della vita
che trova il suo fondamento nell’amore di Dio e agisce nelle situazioni
concrete per realizzare un mondo rinnovato dallo spirito di Gesù Cristo e
felice per l’eternità. La lectio divina
ci può aiutare a vivere un impegno caritativo ispirato dalla fede, per cui mi
pare opportuno riproporla ancora e suggerire i capitoli 24 e 25 del Vangelo
di Matteo come supporto evangelico per il particolare cammino di
quest’anno. Sono pagine preziose per ricordarci che la nostra vita non si
conclude in se stessa, ma si proietta nell’eterno, felice o meno sulla base di
un giudizio sulla nostra capacità di amare. Vi emerge la figura del Cristo
Risorto e vivente, fondamento della nostra speranza, che ci arricchisce con i
suoi doni e attende la risposta del nostro impegno in favore dei fratelli. La
meditazione sull’insegnamento evangelico può suggerire un’opportuna
conversione di mentalità per aiutarci a vivere meglio questi tempi particolari,
nei quali sperimentiamo quanto sia illusorio il mito di una crescita illimitata
del benessere sociale. In altra pagina evangelica, comunque all’interno di un
identico spirito, Gesù afferma: Beati i poveri in spirito, perché di essi
è il regno dei cieli.[12]
Per lunghi anni abbiamo accantonato l’ipotesi di prendere sul serio questa
beatitudine, ma le preoccupazioni di questo tempo ci inducono a scoprirne la
profonda saggezza. Non riusciremo a vivere le attuali difficoltà ostinandoci a
mantenere un tenore di vita superiore alle nostre possibilità e pretendendo
fonti di reddito che realisticamente non si possono sostenere. Lo spirito
evangelico può aprirci ad una visione rasserenante, che porti a gioire di
quello che già possediamo in abbondanza e a spostare le nostre preoccupazioni
su quanto è deficitaria la ricerca di Dio e la dimensione spirituale della
vita. Possiamo realisticamente ammettere che l’attuale tenore di vita è più
che accettabile e permette persino qualche passo indietro, per far posto a stili
di vita più consoni alla novità evangelica e magari anche a rinunciare ad una
busta paga per lasciare spazi di lavoro a famiglie che ne sono prive.
Modello
di sintesi tra contemplazione e impegno nella vita è Maria, la più grande dei
poveri del Signore, che con il suo “sì” alla parola di Dio ha reso
possibile l’irrompere della speranza nella storia.
Il
Risorto ha affidato ai suoi discepoli una missione universale: Andate e
ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e
dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che io vi ho
comandato[13]. Contemporaneamente
li ha assicurati della sua continua comunione con loro: Ecco, io sono con voi
fino alla fine del mondo.[14]
Il soggetto storico della missione della Chiesa
nel mondo è la comunità dei credenti, secondo il fondamentale insegnamento del
Concilio Vaticano II[15],
e riesce ad attuare il suo mandato missionario nella misura in cui sa vivere la
comunione all’interno della comunità e nei confronti di tutti gli uomini.
Comunione e missione della Chiesa sono i due nomi di uno stesso incontro, che
custodisce il volto paterno di Dio e la vita fraterna e solidale dell’uomo.
Chiedendo alle famiglie cristiane di sentirsi soggetto di vita sociale, non si propone qualcosa di diverso rispetto all’impegno di costruire la comunità ecclesiale, così come proponendo alla diocesi ambiti di impegno tipicamente sociali non si suggerisce di spendersi al di fuori della Chiesa, in quanto comunione e missione sono le due facce di un’identica realtà.
In
modo particolare le parrocchie rurali hanno la possibilità di prendersi a cuore
i problemi sociali di questo periodo storico, semplicemente ricuperando le
dimensioni che la pastorale ha sempre tenuto in evidenza nei nostri territori.
Nuove sfide per la parrocchia rurale vengono dall’allargamento dei suoi
confini, per vallata, per centro di attrazione di servizi, per comprensorio
urbanistico. Lo spazio rurale si amplia e si interseca sempre più con quello
urbano, assumendone anche alcune caratteristiche. Restano comunque alcune
connotazioni in positivo: la più intensa e possibile vita di relazione, le
maggiori opportunità di aggregazione, un implicito e diffuso contatto attivo
con la natura. La parrocchia come comunità, come rete, come interazione di
laici, sacerdoti e religiosi, può radicarsi in un comune tessuto di
appartenenza territoriale, di solidarietà e di amicizia. La parrocchia rurale
è chiamata a ritrovare il suo ruolo. Il passato ci ha abituati ad una
parrocchia come centro di socialità e di accoglienza, cui tutti potevano fare
riferimento: punto significativo di aggregazione territoriale, elemento di
identità e di convivenza sociale. Se il passato non può tornare, tuttavia
anche oggi le parrocchie rurali o le unità pastorali sono chiamate a diventare
centri attivi di animazione socio-culturale, rivisitando e recuperando, in vesti
nuove e più efficaci, le tradizioni religiose del mondo rurale, che offrono
segni di coesione ed elementi di identificazione alle comunità agricole.
Scelta pastorale qualificante potrà essere la
costituzione di gruppi di giovani, di anziani, di famiglie che, superando il
rischio di un certo isolamento culturale, ripropongano un modo di vivere la fede
da protagonisti, capaci di elaborare risposte nuove sul territorio, in dialogo
con le istituzioni e le realtà sociali che hanno a cuore il bene comune.[16]
Esperienza di
relazione per comunicare il Risorto.
Ogni cristiano è chiamato a collaborare con gli uomini e le donne di oggi nella ricerca e nella costruzione di una civiltà più umana e di un futuro migliore. Lo spazio specifico del credente in questo lavoro si configura come l’impegno di costruire rapporti buoni tra le persone, in quanto nessun miglioramento materiale può donare benessere autentico, al di fuori di questa necessaria armonia. Le riflessioni della nostra Chiesa diocesana in questi anni hanno individuato nella famiglia lo strumento più adeguato per la creazione di relazioni soddisfacenti. L’esperienza della generazione e della famiglia è il primo luogo dove ciascuno può accogliere e far crescere il dono della vita, dell’altro, del mondo, per cui ci siamo proposti come obiettivo, all’interno e all’esterno della Chiesa, quello di realizzare la vita comunitaria sul modello di una grande famiglia.
Oggi però è divenuto estremamente difficile vivere l’esperienza familiare come realizzazione fedele dell’amore, della fiducia e della condivisione. Sono messe alla prova le esperienze fondamentali: il rapporto uomo-donna, la sessualità e la generazione, l’amicizia e la solidarietà, la vocazione personale, la partecipazione alle vicende della società. La Chiesa non può rinunciare a questo impegno di tessere relazioni buone e fraterne, perché Cristo Risorto ravviva continuamente la sua speranza e si propone come Colui che ha portato la salvezza nel mondo con la sua disponibilità ad amare, nonostante le resistenze più ostinate. L’impegno di una più concreta attenzione alle problematiche della vita sociale, il senso dei gesti e delle iniziative della Chiesa, hanno appunto il compito di introdurre gli uomini alla relazione viva con Cristo Risorto.
In questa luce sentiamo di dover lavorare per costruire una società riconciliata e di proporre la cultura dell’accoglienza, del rispetto reciproco e del dialogo tra le culture, le religioni e le differenti posizioni politiche.
Vorremmo
che tutta l’azione pastorale della nostra Diocesi potesse strutturarsi come
una grande, ideale casa di solidarietà. Siamo certi che il modo più concreto
per far sentire che Cristo è vivo e presente oggi nel mondo è quello di una
Chiesa unita in se stessa, preoccupata di creare unità fra le inevitabili
differenze di posizione, attenta a cogliere le necessità dei fratelli e
disponibile a trovare le risposte più concrete, nella certezza che ogni
volta che avrete fatto queste cose ad uno solo di questi fratelli più piccoli,
l’avete fatto a me.[17]
CONCLUSIONE
La
proposta rivolta alle famiglie cristiane e a tutta la nostra comunità
ecclesiale, di atteggiarsi come soggetto di vita sociale, si trova a doversi
confrontare con tante situazioni di grande e sofferta concretezza. Non possiamo
lasciarla cadere come lettera morta, perché verremmo meno al dovere di essere testimoni
di Cristo Risorto, speranza del mondo. Mi permetto quindi, a modo di
conclusione, di indicare gli impegni che emergono da queste pagine e che
interpellano tutti e ciascuno.
Tutta la Diocesi è chiamata a prepararsi a
vivere come avvenimento di grazia il Convegno Ecclesiale di Verona, previsto per
l’ottobre del prossimo anno.
Questa
preparazione chiama innanzi tutto in causa il nostro cammino di fede che, in una
cultura in cui si è offuscata o forse è scomparsa l’idea che la
storia sia incamminata verso una pienezza che va al di là di essa, deve
aiutarci a trovare in Gesù Risorto la novità capace di rispondere alle
attese e alle speranze più profonde degli uomini d’oggi.
Qualificante
di questo anno pastorale deve essere un convinto e cordiale impegno
di carità, che si traduca nella consapevolezza di appartenere tutti
ad un’unica grande famiglia, capace di reagire alle circostanze difficili con
uno spirito di profonda solidarietà, pronta a farsi carico delle difficoltà
dei fratelli e a liberare risorse lavorative, per consentire a tutti la
possibilità di un onesto guadagno.
A
sostegno di questo cammino non può mancare un’assidua
preghiera, anche comunitaria,
che potrà trovare la sua espressione negli incontri zonali di lectio divina,
ispirata dai capitoli 24 e 25 del Vangelo di Matteo, che offrono
spunti ricchissimi di meditazione sulla presenza di Cristo nella storia, sul
destino eterno dell’uomo e sul dovere dell’attenzione alle concrete
problematiche della vita sociale.
La famiglia
continua ad essere il grande soggetto protagonista dell’impegno cristiano,
chiamata a vivere e trasmettere i criteri evangelici, abitualmente ignorati e
considerati utopistici.
Alle
singole parrocchie chiediamo di
prendersi a cuore i problemi sociali di questo periodo storico, facendosi carico
delle sfide emergenti dai problemi della società ed accettando di camminare
secondo le indicazioni proposte alla comunità diocesana.
Maria Santissima, da noi venerata come Porta del
Paradiso, ci conceda di saper camminare insieme, attenti alle sollecitazioni
della storia, senza perdere di vista la meta definitiva della vita eterna.
Festa di Maria, Porta
Paradisi.
(X
Francesco Ravinale)
Introduzione |
2 |
|
Testimoni di Gesù
Risorto, speranza del mondo |
3 |
|
Ambiti della testimonianza |
6 |
|
Proposte di vita e di azione pastorale |
10 |
|
Conclusione |
14 |
|
Indice e bibliografia |
15 |
BENEDETTO XVI, Discorso di apertura del Convegno della Diocesi di Roma su Famiglia e comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede, Roma 2005.
COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE, Frutto della terra e del lavoro dell’uomo, Roma 2005.
COMMISSIONE EPISCOPALE PER IL LAICATO CEI, Fare di Cristo il Cuore del mondo, Bologna 2005.
CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Lumen Gentium, 31, Roma 1965.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, Roma 2001.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo, Milano 2005.
GIOVANNI PAOLO II, Discorso al convegno sulla famiglia come soggetto sociale, Roma 2001.
PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, Roma 1975.
SINODO DELLA DIOCESI DI ASTI, Per una Chiesa a servizio del Vangelo, Asti 2001.
|
APPUNTAMENTI
DIOCESANI ANNO PASTORALE 2005/06 (ultima
di copertina)
|
[1] Mt. 25,31-46
[2] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Lumen Gentium, 31, Roma 1965.
[3] Mt 25, 40.
[4] DIOCESI DI ASTI, per una Chiesa a servizio del Vangelo, pp. 78 – 109, Asti 2001.
[5] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo, pag. 8, Milano 2005.
[6] BENEDETTO XVI, Discorso di apertura del Convegno della Diocesi di Roma su Famiglia e comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede, Roma 2005.
[7] Nella sua grande
misericordia Dio ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo
dai morti, per una speranza viva. 1 Pt 1, 3.
[8] GIOVANNI PAOLO II, Discorso al convegno sulla famiglia come soggetto sociale, Roma 2001.
[9]
Mt 25, 31-46.
[10]
Gen 3, 19.
[11]
Mt. 25, 44.
[12]
Mt 5, 3.
[13]
Mt. 28, 19-20.
[14] Mt 28, 20.
[15] CONCILIO VATICANO II, Lumen Gentium 10, Roma 1964.
[16] COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE, Frutto della terra e del lavoro dell’uomo, n. 37, Roma 2005.
[17] Mt 25, 40.